Ricerche storiche e Documentazione

Il Sepolcreto della Cascina Cattabrega
La storia del borgo inizia intorno al IV secolo d.C., al tempo in cui Romani presidiavano in armi la strada per Monza. Ad attestarlo sono i ritrovamenti di un’ara dedicata alla dea Diana e i resti di tre tombe romane riportate alla luce nel 1830 fuori Porta Orientale. Ma notizie più antiche ci raccontano del ritrovamento di un sepolcreto, avvenuto nel 1869 presso la Cascina Cattabrega “a circa un quarto d’ora da Crescenzago in un podere di Leopoldo Arnaboldi situato presso un corso d’acqua sorgente detto il Roggione”, che ci farebbero pensare all’esistenza di alcune tribù precedenti l’insediamento romano e che già praticavano l’incinerazione dei propri defunti; alcuni ritrovamenti del sepolcreto, come vasi di terracotta e asce di bronzo, potrebbero risalire, infatti, all’ultima età del bronzo.
“Dopo le mura”
Una delle tre tombe romane aveva una camera in muratura e, al centro, un grande vaso in bronzo, probabilmente un ossario. Questo ci fa pensare alla pratica, in uso fino al Secolo VII circa, di cremare o seppellire i propri morti fuori dalle mura della città. A queste leggi pagane si assoggettarono anche i cristiani che, per venerare le spoglie dei Martiri e dei Santi, presero a costruire le proprie basiliche fuori dalle mura cittadine. Così fece Sant'Ambrogio nella Basilica Martyrum quando fece seppellire i corpi dei Martiri Gervaso e Protaso proprio sotto l'altare della basilica. Al di là delle mura di Milano si estendeva, infatti, una striscia di terreno, larga circa 6 Km, chiamata fin dall'età romana Pomerio ovvero terreno Postmurum (dopo le mura), solitamente destinato ad usi militari.
Le tombe potrebbero risalire al IV Secolo del tardo romano impero quando la posizione strategica del borgo di Gorla, sull’asse Mediolanum-Pons Aureoli (Canonica d’Adda), assicurava il controllo dei traffici e dei movimenti delle truppe per Milano e Bergamo.
"La piccola gola” di Gorla
Furono, dunque, i Romani a fondare il borgo di Gorla anche se il termine “Gorla”, come molti ancora oggi sostengono, deriverebbe da una contrazione del termine dialettale lombardo “gorula” (dal latino “gurgula”, vortice) ovvero piccola gola; il termine faceva riferimento allo scosceso avvallamento (oggi via della Torre) in cui scorreva un rigagnolo e dal cui culmine si poteva controllare la strada consolare per Bergamo. Il rigagnolo s’immetteva nel Fontanone per poi disperdersi nelle campagne di Turro Milanese; qui una torre militare, “Tauris Turris” (torre del toro), presidiava l’area. La torre fu molto probabilmente nel 950 all’origine del borgo di Turro da cui Gorla dipendeva.
Lo sbarramento di Gorla
Ma “Gorla” poteva anche significare “anfratto, sbarramento”; il termine derivava dal latino “gulula” ,diminutivo di “gula”; in entrambe le interpretazioni sia di anfratto che di gola, sembra comunque assodato che qui vi fosse uno sbarramento naturale sfruttato ad arte dagli ingegneri romani per presidiare militarmente e commercialmente il territorio.
Sulla rotta commerciale per il Friuli
A conferma dell’importanza strategica di Milano era la stessa impronta urbanistica lasciata dai Romani alla città. L’area, corrispondente all’attuale Zona 2, non era altro che lo spicchio di città delimitato da due strade romane: ad ovest la via per Monza e Olginate (oggi via Breda), a est la via per Bergamo (oggivia Andrea Costa e via Palmanova); al centro delle due strade, sulla bisettrice dell’angolo formato dalle due strade, sorgeva una torre di avvistamento, probabilmente quella di “Turro”. Una strada (derivazione della Via Postumia) collegava Porta Argentea (Porta Venezia) a Turrem-Sextum-Crescentiacum-Colonia (Cologno Monzese) e, più oltre, a Bergamo e ai territori orientali del Veneto e del Friuli; la meta era Aquileia, importante porto commerciale romano collegato via canale al mare.
La “Via Postumia”
La “Via Postumia” era una via consolare costruita nel 148 a.C. nei territori della Gallia Cisalpina, corrispondenti all’odierna pianura padana, dal Console Romano Postumio Albin; la strada congiungeva Genua (Genova), Derthona (Tortona), Placentia (Piacenza) a Verona e Aquileia; fu poi allacciata a Bergamo e Milano il che permise al capoluogo lombardo di sviluppare i commerci e di diventare un centro di rilievo nell'economia del periodo, almeno fino all'arrivo delle invasioni barbariche favorite dalla presenza della strada.
Milano-Monza-Olginate
In Milano la derivazione della Via Postumia aveva origine presso la Porta Aurea (vicino a Piazza della Scala) e uno sviluppo regolare rettilineo fino a Monza lungo Piazza Cavour, via Manin, via Ponte Seveso, via Edolo, Cassina de’ Pomm, borgo di Greco, Sesto (via Breda), Monza. Da Monza proseguiva poi per Olginate (Lecco) congiungendosi con l’arteria principale. Di questa strada milanese non rimane, però, nessuna traccia poiché i lavori di edificazione della vecchia stazione ferroviaria in Piazza della Repubblica e della nuova Stazione Centrale ne cancellarono completamente il sedime.
Il “Borgo della Carrera”
Quando l’Imperatore Federico Barbarossa inferse quei terribili colpi alla città di Milano, alcuni profughi milanesi trovarono rifugio nel borgo di Porta Comasina (16 marzo 1161) e, in particolar modo, nell’area gorlese a cavallo dell’unica strada carreggiabile per Monza e la Brianza. Il borgo di Gorla fu ribattezzato per l’occasione “Borgo della Carrera” o “Borgo Carraia” ovvero borgo a controllo del passaggio di persone e merci in uscita da Milano. Sono solo supposizioni che sembrano, pur tuttavia, essere suffragate dalla geografia dell’area.
Le Pievi
All’epoca il territorio del Ducato era suddiviso per Pievi, circoscrizioni di varia ampiezza che includevano un numero variabile di comunità e terre. Nelle zone di pianura e di collina le circoscrizioni erano prevalentemente individuate col nome di Pievi. In epoca medioevale il termine Pieve designava una circoscrizione ecclesiastica del Contado facente capo a una chiesa battesimale detta chiesa plebana, situata generalmente in un centro abitato di una certa importanza detto Capo Pieve, il cui clero era investito della cura delle “anime” che popolavano la circoscrizione. Ma già dal secolo XII, e sempre più nel corso del secolo successivo in piena età comunale, la Pieve oltre a conservare il carattere originario di circoscrizione ecclesiastica assunse gradualmente anche il carattere di giurisdizione civile; questo tipo di organizzazione complessiva privilegiava alcuni centri marginali rispetto alla parte di città racchiusa dai bastioni e dalle porte murarie, come Gorla.
Le “Cassine da Gorla”
Gorla era contraddistinta da alcune “Cassine”sulla “strata da Dergano, strata da Niguarda, strata da Monza, e strata da Vimarcate”… fuori di Porta Comasina… una delle sei principali della città…verso tramontana”. Le “Cassine da Gorla”, citate negli “Statuti delle acque e delle strade del Contado di Milano” del 1346, non costituivano un “locho”, termine che era riservato solo ai luoghi agricoli di una certa importanza come il “locho da Grego” e il “locho da Precogio con le cassine”. Amministrativamente, giacché questo era lo scopo dell’organizzazione per Pievi, il borgo di Gorla rientrava nella giurisdizione della Pieve di Bruzzano da cui era discosto “milia 4” e che, come tutte le altre Pievi del Ducato, era situato fuori dalle mura romane di Massimiano ((286-305 d.C.). Numerosi erano gli oratori campestri come S. Mamete, S. Rocco, S. Giorgio e le Cascine «Cassina biancha», “Cassina de Pomi”, “la Bichoca”. “Cassina de pomi”. A volte comparivano anche osterie e “bettolini da l'acqua”.
Mappa dell’Ingegnere G. P. Bisnati. 1619
Un disegno del Bisnati ci dà un'esatta indicazione sia dei collegamenti della Pieve con Milano, sia delle strade fra di loro nella zona nord della Diocesi. Il documento, di grande importanza per la conoscenza dell'organizzazione urbanistica dell'Alto Milanese, era orientato con il levante nella parte superiore della mappa. Vi si notano chiaramente i borghi di Turro, Greco, Gorla, Percotto e Crescenzago.
I traffici sul Naviglio Martesana
I traffici sul Martesana, realizzato fra il 1457 ed il 1463, si muovevano, prima dell’ingresso nella cinta daziaria milanese, lungo l’asta della Conca della Cassina de’ Pom e delle due darsene di Greco e Crescenzago. Gorla era posta all’incrocio delle due direttrici viarie principali: quella per Crescenzago passava lungo l’asse attuale di Viale Monza - Piazza dei Piccoli Martiri - Via Asiago; quella per Precotto percorreva, invece, l’asse attuale di Via Pontevecchio - Via Aristotele.
Gorla. Feudo della Regia Camera
Nel 1651 Gorla, infeudata alla Regia Camera del Ducato di Milano, dipendeva dal Giudice Feudale (di Verano), nominato dal feudatario; la giurisdizione amministrativa spettava, invece, al Vicario del Martesana che aveva in carico gli uffici del Console cui spettava l’amministrazione delle 110 anime circa che componevano il borgo di Gorla; il Console, coadiuvato da un cancelliere, fungeva da tutore dell’ordine pubblico e da gestore ordinario del patrimonio pubblico. Il Console era tenuto a compilare, vigilare, ripartire i carichi fiscali, tenere rapporti con l’Ufficio Pretorio di Milano. Per la riscossione delle tasse il Console si affidava ad un esattore, scelto con asta pubblica, e ad un cancelliere, residente in Milano, cui era affidata la cura del libro dei riparti, unica scrittura pubblica prodotta dalla comunità. Le cose andarono avanti così fino alla. metà del XVIII secolo “come da investitura concessa dalla regia camera nel 1677”.
La misura generale del nuovo censimento
La carta “fatta in occasione della Misura Generale del Nuovo Censimento dello Stato di Milano” mostra i punti cardine del “borgo rivierasco”: la Piazza Comunale, la strada per Precotto e Turro, il naviglio, i “Casseggiati”, le “Cassine, i Siti di Casa, i Giardini, le Hostarie, gli Horti”, i “Pascoli, gli Aratori, le Rive e Coste arborate, i Prati vitati, gli Arborei vitati, i Prati con moroni in essere”, le “Coste Zerbide”.
Milano
Milano si divideva allora fra il centro storico d’impianto medievale, la cinta daziaria bastionata d’epoca spagnola e il territorio delle cascine e borghi a ridosso delle mura cittadine. Quest’ultima parte di territorio, scarsamente abitata ed urbanizzata, fertile e ricca di risorgive e corsi d'acqua, era costellata di prati ed orti la cui funzione di produttori di derrate agricole era ampiamente sostenuta da una città già densamente urbanizzata.
I Corpi Santi milanesi
Per il Comune di Milano il dazio sui consumi portava annualmente nelle casse pubbliche cittadine una cifra che si aggirava sui tre milioni di lire. La gabella in questione gravava sulle merci che entravano in Milano in percentuale diversa a seconda delle derrate agricole. Come limite amministrativo e daziario per la riscossione delle gabelle veniva preso il confine delle mura spagnole che segnavano anche il confine del territorio comunale, distinto da quello dei borghi che si trovavano al di là delle mura cittadine e che formavano il Comune dei Corpi Santi, distribuito attorno alla città per un raggio di 6,7 chilometri e con una superficie di 66,35 kmq. Il Comune dei Corpi Santi fu sancito amministrativamente da un provvedimento emanato durante il regno dell'Imperatrice Maria Teresa d’Austria nel 1757, ma attuato solo nel 1786 da suo figlio Giuseppe II con un reale dispaccio del 1782 che ratificava la nascita di un Corpo comunale autonomo parificato a tutti gli altri Comuni foresi del Compartimento territoriale della Lombardia austriaca. Al Comune dei Corpi Santi, così chiamati per la pratica d’inumare i corpi dei Martiri e Santi fuori dalla cinta comunale, si accedeva attraverso sedici porte; ognuna di queste porte era presidiata da un drappello di guardie daziarie che alloggiavano nei caselli daziari.
Il Comune di Milano
Il Comune di Milano era diviso in 8 Mandamenti di cui 6 interni alle mura spagnolementre il 7° e l’8° erano riservati all’ex Comune dei Corpi Santi. Questi due mandamenti “periferici” (il 7° per la zona Nord, l'8° per quella a Sud) erano divisi in 8 Riparti(zioni). La ripartizione di Porta Nuova e del Tombone di San Marco includeva Porta Venezia, Porta Umberto o Porta Nuova, Piazzale Loreto, lo Stradone di Loreto (oggi Buenos Aires), il Naviglio Martesana. Dal Piazzale di Loreto si dipartivano due strade (oggi via Padova e viale Monza) che portavano rispettivamente ai Comuni di Crescenzago e Precotto senza
interessare, però, le zone di Lambrate (di Sopra e di Sotto), Cimiano, Turro, Gorla, Greco.
I Circondari esterni del Comune di Milano
Poi vennero i Francesi e il Comune dei Corpi Santi, appena nato, fu soppresso e aggregato al Comune di Milano diviso, a quel tempo, in quattro municipalità; ogni municipalità comprendeva due rioni. La porzione di territorio dei Corpi Santi di Porta Comasina, insieme a quelli di Porta Tenaglia e Porta Nuova, venne aggregata alla municipalità dei Rioni III e IV; la parte dei Corpi Santi di Porta Orientale, con Porta Tosa e Porta Romana e parte di Porta Vicentina, venne, invece, aggregata alla municipalità dei Rioni V e VI; i Corpi Santi di Porta Ticinese, con Porta Lodovica e parte di quelli di Porta Vigentina e Porta Vercellina, vennero assegnati alla municipalità dei Rioni VII e VIII. Con la Legge 26 settembre 1798 si decretò la ripartizione territoriale dei Dipartimenti d’Olona, Alto Po, Serio e Mincio (Legge 5 vendemmiale anno VII). Il Comune di Gorla, disaggregato da Dergano, fu inserito nel Distretto di Pioltello, Dipartimento d’Olona. Successivamente, in forza della Legge di ripartizione territoriale della Repubblica Cisalpina del 13 maggio 1801, Gorla venne inclusa nel Distretto I del Dipartimento d’Olona, con capoluogo Milano. Nella nuova situazione venutasi a creare con la dominazione francese i Corpi Santi mutarono la loro denominazione in Circondari esterni del Comune di Milano (Legge 2, Nevoso anno VI.). Il provvedimento legislativo non venne però applicato né sorte diversa ebbero le leggi di ripartizione territoriale che si succedettero fino al 1801 nelle quali i Corpi Santi erano indicati come Circondario esterno del Comune di Milano.
Il Comune dei Corpi Santi
Il Comune dei Corpi Santi, classificato come Comune di I classe, aveva allora 13.572 abitanti ed era inserito nel Cantone I del Distretto I di Milano, ma non ebbe mai la ratificazione di Comune autonomo da parte del Viceré del Regno d’Italia nonostante l’esistenza di un decreto (Decreto 4 febbraio 1806) predisposto dal Consiglio di Stato che sanciva l’unione dei Corpi Santi al Comune di Milano. Per via di questo stato di cose l’autonomia amministrativa del Comune extramurario non fu mai attuata; a nulla valse l’esistenza di un sovrano decreto (Decreto 14 luglio 1807) con sui si accordava ai Comuni murati l’aggregazione dell’area circostante le mura. Il Comune dei Corpi Santi continuò ad avere un’amministrazione separata da quella di Milano nonostante le
reiterate richieste di unione avanzate dal Consiglio comunale della capitale.
Il Regno Lombardo-Veneto
Il ritorno degli austriaci e della suddivisione per compartimenti territoriali delle Province del Regno Lombardo-Veneto ricostituì, di fatto, il Comune di Gorla che venne inserito nella Provincia di Milano, Distretto I di Milano. Con due dispacci governativi, 19 marzo 1821 e 23 aprile 1822, fu, invece, istituito il Convocato generale, in sostituzione del Consiglio Comunale. Quando nel 1836 l’I.R. Delegazione Provinciale propose una nuova pianta del personale da parte del l’I.R. delegazione provinciale, il Comune dei Corpi Santi risultava avere alle sue dipendenze: un segretario, uno scrittore, un portiere, un ingegnere d’ufficio. Il Comune rimase nel Distretto I di Milano anche in seguito al successivo compartimento territoriale delle Province lombarde (notificazione 1 luglio 1844). Nel 1853 il Compartimento territoriale della Lombardia (Notificazione 23 giugno 1853) riconfermò il Comune di Gorla nel Distretto I della Provincia di Milano.
Sostanzialmente, nulla cambiava, però, all’interno del tessuto sociale del borgo che risentiva sia della burocrazia accentratrice francese che dell’imposizione del consenso da parte di quella austriaca.
Gli “ameni dintorni”
“Ameni si presentano i dintorni e sparsi di casini di campagna di facoltosi milanesi”. Nella carta del Brenna "Milano e dintorni" (1833) disegnata alla scala 1:2000, la rappresentazione dei borghi è molto dettagliata. I borghi di Turro, Gorla e Crescenzago sono attestati attorno alle strade postali e militari austriache. Il borgo di Precotto è, invece, leggermente disteso all’incontro con Segnano, Segnanino, Pratocentenaro. In seguito all’annessione della fascia dei Corpi Santi nel 1873, i vecchi borghi rurali (esterni alla città) portarono con sé una dote di circa 60.000 abitanti e una superficie dieci volte maggiore rispetto a quella del centro storico milanese. I vecchi bastioni spagnoli furono abbattuti e rimpiazzati dalla circonvallazione esterna. Da Loreto si biforcava la "Strada delle Vallazze" per Lambrate, Pioltello, la Valle dell'Adda. La "Strada Maestra" per Crescenzago superava il borgo di Casoretto, Turro, le Cascine Rottole, Cimiano, Corte Regina attestandosi su Crescenzago prima di dirigersi per l’Adda.
La “riva alberata”
Nelle immediate adiacenze del Naviglio Martesana le ripe erano indicate come “rive arborate” e “coste zerbide”: si trattava di rive piantumate o lasciate a coltivo (prato). Purtroppo, di questa eredità non rimane nulla se non qualche vago indizio nelle cascine situate lungo il naviglio, recuperate ad abitazione, e resti di case coloniche come quelle di via Apelle 81-83, della Cascina “Turrino” di via Valtorta, di via Dogali (via Agordat 26), di viale Monza 154, di via Nuoro 18, della Cascina “Quadri”, della Cascina “Falperina” di via Tanaro 13. Si trattava, in sostanza, di aree di “perfettissima quiet, e quasi son per dire in una specie di romitaggio, e al tempo stesso si è a dieci passi in città, e a due passi sulla strada dove ogni mezz’ora passano tram che conducono fino al dazio ed anche fino a S. Babila.” e perché separate dal “regio vialone” di Sesto San Giovanni “giacchè nei tempi nostri in cui ormai si distinguono a stento i paesi dalle città per il gran movimento e viavai di gente, di tramwai, di carri e carrozze, di ridotti, di spettacoli, ecc.”.
Paese invidiabile
Questa situazione perdurerà per tutto il XIX secolo sino agli inizi del XX secolo giacché l’agricoltura, che costituiva l'attività produttiva prevalente della popolazione gorlese, dominava la scena; ma a trarne vantaggio erano quasi esclusivamente i proprietari terrieri ai quali i contadini dovevano consegnare tutto quello che ricavavano dal lavoro nei campi. Nel 1905 l’introduzione dei contratti d’affitto cambiò sensibilmente i rapporti fra la popolazione contadina e i proprietari terrieri.
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Informazioni, rielaborazioni, testi…tratti da:
- A. Calderini “Milano Archeologica”, in Storia di Milano Vol. I, Le origini e l’età romana. Milano, 1953.
- Museo patrio di archeologia di Milano (1862 - 1903). 1881 n. 114.
-Giorgio Giulini nel libro “Memorie spettanti alla storia e al governo e alla descrizione della città e campagna di Milano ne' secoli bassi, Milano, 1760.
- Dagli “Statuti delle Strade e delle Acque del Contado di Milano” redatti nel 1346.
-Città con suoj Borghi e Corpi Santi di Milano. 1781. Costituzione della Comunità dei Corpi Santi. Archivio di Stato di Milano.
- Gorla. Pieve di Bruzzano. Piazza Commune. 1721. Mappe piane. Mappe di Carlo VI , 28 fogli, 1721. Archivio di Stato di Milano.
- Storia della Società de’ Corpi Santi colla comune di Milano e suo scioglimento, Archivio di Stato di Milano.
- “Proposta di una nuova pianta del personale da parte del l’I.R. delegazione provinciale”, Archivio di Stato di Milano.
- “Memorie stese dal parroco locale e pubblicate nella faustissima benedizione e inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale”. Milano, Sac. Davide Sesia. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886.
- La vita della Chiesa nelle trascrizioni del “Liber Cronicus”. Volume n. 1, 1919-1943; volume n. 2, 1944-1965
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Alla costituzione del Regno d’Italia. 1861
Alla costituzione nel 1861 del Regno d’Italia “Gorla è paese ormai di poco meno di 1000 anime, attraversato dal Naviglio Martesana, e dal maestoso stradale Regio che da Milano fa capo alla villa sovrana di Monza”. Il borgo era retto da un Consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri. In seguito all’unione temporanea delle Province Lombarde al Regno di Sardegna e in base al compartimento territoriale stabilito con Legge 23 ottobre 1859, il Comune di Gorla-Precotto - incluso nel mandamento IX di Milano, Circondario I di Milano, Provincia di Milano incominciò a vivere di vita propria.
I suoi abitanti
I suoi abitanti contavano sempre sui redditi provenienti dal lavoro nei campi, ma anche da quelli provenienti dal naviglio e delle sue “rive arborate” come osterie, trattorie, “bettoline” per la sosta dei barcaioli e lo scalo delle merci, la darsena di Greco (non più esistente). Fra i nuovi mestieri praticati emergevano quelli delle lavanderie, delle officine meccaniche, delle fonderie, delle distillerie di liquori, delle tintorie e segherie. La loro attività era suggerita dalla disponibilità di molto spazio e, soprattutto, dall’uso dell’acqua per gli impianti produttivi. Gorla, nonostante il tessuto ancora prettamente agricolo e naviglio-dipendente, forniva questa opportunità nella fase di passaggio da un’economia di mestiere a un’economia di tipoindustriale funzionale all’economia della grande città di Milano.
Nuove vie e strade
Più oltre, fra il 1884 e il 1885, complici le nuove linee ferrate (parallele alle vecchie strade postali), fu dato ampio spazio a nuovi edifici. Nuove vie e strade come la “Strada Comunale che da Gorla mette a Crescenzago” (via Asiago), la “Strada Comunale da Gorla a Turro”, “l’Alzaia Gorla Superiore” (via Bertelli), la “Via per Crescenzago strada vicinale della C. Faipò”, la “Strada Comunale per Turro Milanese”, vennero diligentemente segnate in pianta e come tali registrate nelle rubriche catastali del “Comune Amministrativo di Gorla Primo - Mandamento IX di Milano, ora Affori, Comune Censuario di Gorla Primo” (14 Giugno 1887).
Nel 1888
La lenta ma inesorabile trasformazione urbanistica emergeva evidente nella Carta dell'Istituto Geografico Militare del 1888 che ci restituiva il senso di una radicale evoluzione del borgo dai primi tratti rurali verso le trame urbanistiche del nuovo vialone (viale Monza) di collegamento con Milano. La Carta del 1888 è esemplare anche nel restituirci il senso di un adeguamento periferico del borgo rispetto alla metropoli milanese. Nella tavoletta il borgo di Turro era collegato idealmente a Gorla e Precotto da una direttrice che lambiva timidamente la strada militare (viale Monza) toccando i toponimi della Cascina Bellingera, della Cascina Biglia, della Cascina Mulinello, della Cassina de’ Pom, della Cascina Piccapietra, della Cascina Faipò, dellaCascina Nuova. Poco distante, al confine con il borgo della Bicocca, la Fornace Mariani e la Fornasetta segnavano quello che diverrà l'asse industriale del nuovosviluppo industriale (via Breda). A Crescenzago si trovavano, invece, il Lazzaretto, il Molino del Dosso, la Cascina Isola Gatti, il Molino del Tuono, la Fornace Ronchi. Il progresso corre sulle rotaie. Alla conformazione urbanistica di Gorla contribuirono in gran parte anche la posa e l’esercizio delle nuove linee tramviarie, prima a cavallo e poi elettriche. “Oggi dì però Gorla ha acquistato certa qual importanza, e per l’ingrossamento della sua popolazione, e per il Tram (il qual Tram per altro, almeno dal lato morale, vi apporta più danno che vantaggio) che vi passa ad ogni mezz’ora, e per l’attrattiva del suo magnifico stradone”. Quando Emilio Osculati, presidente della "Società Anonima degli Omnibus", prese personalmente il comando della prima vettura a duepiani guidando la coppia di cavalli fuori dalla scuderia di via Sirtori 1 nel 1876, il quotidiano "La Lombardia" così descriveva l'inaugurazione della prima ippovia Milano-Porta Venezia-Monza: "Giunti a Monza i trecento invitati che colà si univano ad altri cento, tra i quali si numeravano non poche eleganti signore, erano ricevuti da una folla festante, al suono di bande musicali e venivano dai rappresentanti la benemerita Società degli Omnibus introdotti nell'ampio localerecentemente costruito, che deve servire di arsenale per questa nuova linea ferrata. Locale che con le unite scuderie misura una superficie di metri 800, sui quattromila metri d'area cintata assegnata al servizio di questa linea."
Il progresso corre sulle rotaie
Alla conformazione urbanistica di Gorla contribuirono in gran parte anche la posa e l’esercizio delle nuove linee tramviarie, prima a cavallo e poi elettriche. “Oggidì però Gorla ha acquistato certa qual importanza, e per l’ingrossamento della sua popolazione, e per il Tram (il qual Tram per altro, almeno dal lato morale, vi apporta più danno che vantaggio) che vi passa ad ogni mezz’ora, e per l’attrattiva del suo magnifico stradone”. Quando Emilio Osculati, presidente della "Società Anonima degli Omnibus", prese personalmente il comando della prima vettura a due piani guidando la coppia di cavalli fuori dalla scuderia di via Sirtori 1 nel 1876, il quotidiano "La Lombardia" così descriveva l'inaugurazione della prima ippovia Milano-Porta Venezia-Monza: "Giunti a Monza i trecento invitati che colà si univano ad altri cento, tra i quali si numeravano non poche eleganti signore, erano ricevuti da una folla festante, al suono di bande musicali e venivano dai rappresentanti la benemerita Società degli Omnibus introdotti nell'ampio locale recentemente costruito, che deve servire di arsenale per questa nuova linea ferrata. Locale che con le unite scuderie misura una superficie di metri 800, sui quattro mila metri d'area cintata assegnata al servizio di questa linea."
Il tram a cavalli
Con il tram a cavalli iniziò un’epoca e una letteratura di vita che coincisero con il periodo di sviluppo della città. Nel novembre 1876 la S.A.O. sperimentò sulla Milano-Monza la trazione a vapore; per tre giorni le vetture di alcune corse vennero trainate da piccole locomotive a vapore, ma l'esperimento non ebbe seguito. Nel novembre 1877 il capolinea cittadino venne spostato in Piazza San Babila e la frequenza portata a mezz'ora con una percorrenza di circa 65 minuti sino a via Italia (Monza) su una lunghezza di chilometri 14,560; il percorso a binario unico aveva diversi raddoppi per gli incroci. Il personale era composto a bordo dal conduttore e dal cocchiere e, a terra, dal brumista. Il brumista, di solito il conducente o il proprietario stesso delle vetture, provvedeva a gestire il trasporto a cavalli nei punti strategici della città; si faceva pagare due monete al posto dei biglietti. La chiara matrice anglosassone del tram fornì il pretesto ai fautori del progresso meccanico per reclamare la sostituzione della carrozza privata, "status symbol" delle classi alte, con un mezzo di trasporto più popolare, pubblico, come quello del tram. Se non altro l’ippovia per Monza aveva dimostrato come le rotaie in città non ostacolassero anzi favorissero la circolazione dei mezzi. Poi ci fu l’ultima corsa, il 30 dicembre 1900: in quel giorno il tram a cavalli per Monza lasciò il passo a quello elettrico, sperimentatoper la prima volta, nel 1892, sempre sulla stessa linea.
Il tram elettrico
Con l'avvento del tram elettrico (31 dicembre 1900) il servizio migliorò notevolmentepur restando la linea tra Loreto e Monza a binario unico; la velocità massima consentita era di 30 km/ora. Ai servizi locali si aggiunsero i servizi diretti Milano-Monza. L'unica differenza di percorso fu l'abbandono dell'attraversamento a raso della ferrovia presso la stazione di Sesto San Giovanni a favore del superamentodella stessa con un nuovo ponte. In viale Monza, tra le località Bellingera e Villa San Giovanni vi erano due brevi raccordi con le Fornaci Mariani di Sesto. Nel 1906 venne realizzato un raccordo con il "nuovo Trotter" di Turro; nel 1911 il capolinea milanese fu riportato a Porta Venezia (viale Vittorio Veneto) con un percorso discendente lungo le vie Doria-Settembrini-Lazzaretto. Nel 1913 fu la volta del raddoppio del binario a centro strada sino all'altezza di via Giacosa. In corrispondenza degli attuali ponti ferroviari il binario si spostava sul lato destro della strada.
"Vado a Monza sul tramway"
L’appalto per la trasformazione delle ippotramvie in tramvie elettriche fu dato alla "Società generale italiana Edison di elettricità" che l’ebbe dal Comune non senza contrasti; ad avversarla fu la stessa Società Edison che aveva sperimentato, da Milano a Monza e per un breve periodo dal 20 luglio 1893, un tram elettrico ad accumulatori il quale, però, non poteva competere con i nuovi tram alimentati dalla linea elettrica. Il 2 novembre 1893 la Società Edison inaugurò la prima linea elettrica cittadina che segnò anche l'inizio della fine delle ippovie. In più di un’occasione iltram venne eletto a protagonista della scena come nello stornello della canzone “Morettina dove vai? - Vado a Monza sul tramway... Su e giò per i rutai che a Monza el riva mai", con chiaro intento ironico. C’era chi correva ad acquistare il tonico "Il tramway", prodotto dalla ditta "Giuseppe Galimberti" nel negozio di Corso Vittorio Emanuele 33, e c’era chi collezionava i primi biglietti tramviari; chi acquistava il gioco del "Tramway" al prezzo di quindici centesimi, e chi, invece, leggeva "El Tramway", uno dei giornali umoristici più pungenti dell'epoca.
Le prime vetture tramviarie
Le prime vetture erano di due modelli: uno grande di 16 posti a sedere interni, 8 in piedi sui due terrazzini esterni e uno piccolo di soli 14 posti; il colore esterno era giallo con strisce bianche, nere, rosse e le scritte in oro; si saliva e si scendeva dalla parte opposta del tiro dei cavalli, solitamente due e dello stesso colore. I sedili, imbottiti di velluto, erano disposti in senso longitudinale rispetto alla vettura; i posti interni erano di prima classe, quelli sulle piattaforme e al piano superiore di seconda classe; questa distinzione in classi sarebbe rimasta in vigore sino agli anni '40. Il piano superiore delle vetture doppie poteva essere rimosso e sostituito da un tetto nei mesi invernali in quanto la parte superiore era aperta lungo i lati: cosa piacevole d'estate, meno d'inverno.. La tariffa da Milano a Gorla era di 25 centesimi in prima classe e di 15 centesimi in seconda classe. I biglietti venivano chiamati "caldarini" dal nome del Sindaco Caldara, allora al governo della città. Vi erano anche vetture "giardiniere"; le “giardiniere" erano vetture completamente aperte utilizzate durante il periodo estivo; quelle doppie vennero trasformate in motrici tra il 1913 ed il 1919. La corsa avveniva su doppio binario, con duplice percorso ad anello tra Sesto e Monza: servizi direttissimi ogni quaranta minuti, una ventina di coppie di vetture giornaliere che congiungevano Milano-Gorla-Sesto con il Regio Parco di Monza. La "corsetta" faceva tutte le fermate e terminava a Sesto; il diretto arrivava fino a Monza.
Il Tram elettrico Milano-Monza
Il 30 dicembre 1919 alla Società Edison subentrò la "Società Trazione Elettrica Lombarda" (STEL) la quale acquisì anche molte tramvie a vapore con l'intenzione di elettrificarle. Il lavoro svolto dalla STEL consistette nell’elettrificare tutte le linee raddoppiando il binario in molte tratte, acquistare nuovo materiale rotabile, costruire nuovi depositi e nuove sottostazioni elettriche. A seguito di queste migliorie la velocità massima venne innalzata a 60 km/ora. Per quanto riguarda la Milano-Monza venne portato a termine il progetto dell’Edison relativo alla messa in sede propria a centro strada dei binari da Loreto a via Giacosa e al raddoppio in sede propria, sul lato destro della strada, del binario sino a Sesto Cascina Novella. Quest’ultimo binario era stato abbandonato a seguito dell’elettrificazione dell'ippovia da Cascina Novella sino a "Sesto Cancelli" ove era situata la vecchia stazione ferroviaria. Qui si attestò il servizio locale per Sesto oltre al quale vi erano servizi locali (le cosiddette "corsette") per Gorla o Precotto le cui vetture utilizzavano dei traversanti tra i binari per poter invertire il senso di marcia verso Milano; solo nel 1956 verrà costruita, in via Columella, un'asta di manovra per il servizio locale Milano-Precotto. Nel 1922 venne aperta la nuova linea Sesto-Monza via San Fruttuoso sulla quale, dal 1924, entrarono in attività parte dei treni diretti. Nel 1937 tra Milano e Monza vi erano, nei giorni feriali, 85 coppie di corse con percorrenza di 28 minuti; tra Milano e Sesto Cancelli 108 coppie con percorrenza di 19 minuti; i diretti, con la sola fermata di Sesto Rondò, impiegavano 18 minuti.
"I tram bianchi"
Alle motrici a due piani, rese definitivamente a piano singolo tra la fine degli anni '10 e l'inizio degli anni '20, succedettero nuove motrici e rimorchi acquistati durante gli anni '20; verranno sostituiti a loro volta negli anni '30 da altre vetture più moderne fino ad arrivare alle "littorine" (24 motrici e 14 rimorchi) che restarono in servizio sino alla soppressione della linea. Una caratteristica di queste vetture (sia motrici che rimorchi) era quella di avere gli schienali dei sedili ribaltabili in modo che il passeggero potesse viaggiare sempre fronte marcia. La colorazione dei rotabili STEL era il bianco, caratteristica che fece sì che venissero chiamati "i tram bianchi". L'era dei tram bianchi finì il 1° luglio 1939 quando le linee STEL vennero acquisitedall’A.T.M. Il rinnovo del materiale rotabile proseguì con l'acquisto di altre 15 motrici di cui 10 per i treni diretti e 5 tipo littorina, e di altri 14 rimorchi.
A.T.M
La guerra creò inevitabili problemi, ma il servizio non venne mai sospeso. Terminato il conflitto lo sviluppo abitativo e industriale dei Comuni esterni e in particolare dell'asse Milano-Monza provocò un aumento dell'utenza che l’A.T.M. dovette fronteggiare con nuovi acquisti di rotabili (soprattutto rimorchi) e con l'uso intensivo di quelli esistenti. Per l'asse di viale Monza si prospettava, però, un grosso salto di qualità: nel 1958, lungo il viale, vennero avviati i lavori di costruzione della metropolitana. Ciò comportò lo spostamento della tramvia tra Milano e Sesto sull'asse di viale Fulvio Testi - via Arbe - viale Sarca con un nuovo capolinea in Piazza IV novembre. Su questo percorso il tram rimase in funzione sino al 2 ottobre 1966 quando fu sostituito da un autoservizio. Il 1 novembre 1964 venne inaugurata la linea 1 della metropolitana (linea rossa).
Le tramvie dell’Adda
Una volta posate sul selciato le rotaie persuasero anche i più strenui oppositori sull’utilità e sulla convenienza delle linee tramviarie interne alla città ed esterne, fra la città ed il suo circondario. Era il tempo delle trenovie a vapore che coprivano quei territori non serviti da altre linee di collegamento: moderne antesignane delle linee metropolitane, prima, fra tutte, la linea Milano-Crescenzago, e il suo prolungamento per Brugherio-Vimercate; poi la linea Milano-Gorgonzola, con le sue due diramazioni per Vaprio d'Adda e Cassano d'Adda. Tutte le linee dell’Adda avevano il loro capolinea in viale Benedetto Marcello. Da viale Lunigiana partiva, invece, il convoglio per Milano-Cinisello-Sesto S.Giovanni. Di fatto, le ferrovie economiche sostituironole ferrovie ordinarie nei tratti più diffusi e più tortuosi saldando così la città al suo entroterra; inoltre le trenovie economiche avevano un costo d'impianto di ben tre volte inferiore rispetto a quello delle ferrovie ordinarie, progettate per percorsi lunghi. Lo sviluppo delle trenovie a vapore raggiunse il suo apice nel 1917 con un'estensione di 1700 chilometri contro i 1600 delle ferrovie ordinarie. Il 15 agosto del 1880 la rete delle Tramvie dell'Adda venne completata con la diramazione “Villa Fornaci-Cassano-Treviglio” del gruppo Pistorius (poi T.I.P.) e collegata alle altre linee. La linea dell’Adda utilizzava i binari della linea di Vaprio per circa 550 metri, cioè sino al bivio tra la Padana Superiore e la Provinciale per Vaprio-Bergamo; piegava poi a destra per una stretta curva proseguendo per Inzago che attraversavanel suo nucleo urbano; giungeva alfine a Cassano. d'Adda, varcava l'Adda su un ponte in ferro e, dopo una curva abbastanza pronunciata, proseguiva in rettifilo sino a Treviglio. I percorsi ferrati delle trenovie economiche prevedevano fermate e diramazioni che rendevano la tratta assai più funzionale per il movimento di uomini e mezzi nella fascia di territorio extraurbano lungo le direttrici per i fiumi Ticino e Adda.
Il tramway di Vaprio
Il tramway di Vaprio fu inaugurato il 6 giugno 1878; il capolinea milanese era situato a circa 450 metri dall'attuale piazza Oberdan; le linee utilizzavano i binari della prima linea di circonvallazione che, proprio a tale scopo e su breve tratto, furono posati doppi. Ma già nel 1882, con la costituzione della Soc. An. dei Tramway Interprovinciali divenuta in seguito Soc. An. Tramvie Interprovinciali Padane (T.I.P.), si ebbe l'assorbimento della Soc. del Tramway di Vaprio; il nuovo terminale cittadino venne sistemato in una grande stazione situata in viale Lazio; i binari uscivano, invece, dal numero civico 40 dell'attuale viale Monte Nero. Dopo il tratto urbano la linea giungeva a Crescenzago ove un raddoppio dei binari si accostava al Naviglio Martesana per piegare poi sulla strada per Cascina Gobba; attraversava Vimodrone, Cernusco, Cassina de' Pecchi, Gorgonzola, Villa Fornaci, Bettola, Vaprio. La linea era tutto in piano almeno nel tratto sino a Villa Fornaci ove le uniche difficoltà erano rappresentate dal superamento dei ponti di Cascina Gobba sul Lambro, di Gorgonzola e di Villa Fornaci.
La diramazione “Cascina Gobba-Vimercate”
Il 1 luglio del 1880 venne aperta all'esercizio la diramazione “Cascina Gobba-Vimercate”, lunga km. 15,330; la linea si staccava da quella per Vaprio, imboccava la Provinciale di Imbersago, attraversava il Naviglio Martesana per dirigersi su Cologno Monzese, Brugherio, Sant'Albino, Concorezzo e attestarsi alla periferia di Vimercate. A partire dal 1882 il Cav. Ferdinando Pistorius, originario di Stoccarda e benemerito delle tramvie extraurbane lombarde, inglobò varie linee delgruppo “Vaprio-Vimercate”, gestite sino ad allora dalla Soc. An. del Tramway di Vaprio. La concessione venne accordata il 17 marzo 1880.
I mestieri dei tram
I viaggi su questi tram erano spesso avventurosi; il "battipaglia", l'uomo addetto alla pulizia delle lettiere, all'asportazione dello sterco, allo spargimento della paglia, doveva all'occasione sostituire anche il conducente o il bigliettaio, insomma un "tuttofare"; anche sul "lavalegni", ovvero sull'uomo addetto alla pulizia delle carrozze dei tram a cavalli detti "legni", il Manzoni ebbe a parlarne nei Promessi Sposi (XXXVIII cap.): "Una sura Agnese sente fermarsi un legno all'uscio"; oggi il lavalegni è diventato il "pulitore". Le piattaforme di testata venivano spesso usate, quando l'affluenza dei viaggiatori era superiore al previsto non solo per accedere o per scendere ma anche come spazio aggiuntivo per il viaggio così che le persone si ritrovavano immancabilmente sotto una pioggia di carbonella, fuliggine e tizzoni che dall'alto del fumaiolo cadevano sui malcapitati. I tram a vapore avevano carrozze a due assi e, in testa, delle piattaforme a terrazza. Per ovviare a tutto questo s’introdussero i "teloni" di rozza canapa robusta agganciati alle testate dei due tetti adiacenti ed utilizzati anche come riparo per la pioggia.
IL COMUNE AUTONOMO DI GORLA
Il Comune di Gorla
Con le ferrovie ordinarie correva anche la nuova unità amministrativa del Regno d’Italia nel suo intento emancipatorio verso l’unità nazionale. Anche i Comuni più piccoli interni alla città, come Gorla, risentirono di questo stato di cose con l'annessione nel 1873 della fascia dei Corpi Santi milanesi alla città. I vecchi borghi rurali (esterni alla città) portarono una dote di circa 60.000 abitanti e una superficie dieci volte maggiore rispetto a quella del centro storico. Nonostante il parere sfavorevole, nel 1862, del Consiglio Provinciale fu emanato in data 8.6.1873 un decreto del Consiglio Comunale che ampliò di fatto la fascia di pertinenza amministrativa del Comune milanese. Le nuove annessioni dei Corpi Santi Milanesi (istituiti in Comuni autonomi fra il 1781 e il 1873) si conclusero nel 1904 con l'annessione del Comune di Greco, di Turro nel 1918, degli altri undici Comuni limitrofi che ancora orbitavano fuori dall'amministrazione milanese nel 1923: Affori, Bresso, Brusuglio, Bruzzano, Cormano, Crescenzago, Dergano, Gorla, Niguarda, Precotto, Segnano.
“Gorla Primo”
Nel frattempo Gorla, istituito in Comune autonomo fra il 1781 e il 1873, assunse nel 1920 la denominazione di “Gorla Primo” e come tale fu definitivamente incluso nel 1923 nell’orbita dell’amministrazione milanese dopo una breve esperienza diautonomia municipale con Turro Milanese e Precotto dal 1873 al 1923. In base alla legge sull’ordinamento comunale del 1865 il Comune veniva amministrato da un Sindaco, da una Giunta e da un Consiglio. Nel 1867 la popolazione residente nel Comune era di 513 abitanti (Censimento del 1871) e di 830 (Censimento del 1881). “Eccezion fatta dalle sue villeggiature, null'altro Gorla presentava in addietro d'interesse. Quasi tutti gli altri abitati che ora si vedono sono opere della presentegenerazione. Oggidì però esso ha acquistato certa qual importanza, e per l’ingrossamento della sua popolazione, e per il Tram che vi passa ad ogni mezz'ora e per l’attrattiva del suo magnifico stradone, ed anche per l’eccellente sua tintoria.”
I Sindaci di Gorla
Sequenza dei Sindaci di Gorla dal 1891 al 1920 (anno di fusione del Comune con Precotto)
Documenti consultati: Verbali Riunioni di Giunta; Verbali Riunioni del Consiglio.
1891 Cottini Pietro
1893 Cantoni Giovanni (prima nomina)
1895 Gatti Giovanni
1896 Bollini Pietro
1898 Cottini Pietro
1899 Cantoni Giuseppe 5-01-1899 (seconda nomina)
1899 Cazzaniga Arturo 8-1899 (prima nomina)
1902 “ “ “ “ 2-09-1902 (seconda nomina)
1907 “ “ “ “ 19-04-1907 (dimissioni,non accettate dal Consiglio, con invito a ritirarle; poi ritirate)
1910 Cazzaniga Arturo 10-07-1910 (terza nomina)
1912 Weiss Cav. Lorenzo 3-03-1912
1914 Bianchi Carlo 5-07-1914
1918 “ “ “ “ 9-07-1918 (seconda nomina)
1920“ “ “ “ 3-02-1920 delibera di fusione con Precotto
Termine del registro di Gorla: 31-10-1920.
Da un punto di vista urbanistico
Da un punto di vista urbanistico, negli anni fra il 1920 ed il 1924, non vi furono, però, grossi cambiamenti quanto piuttosto assestamenti attorno ai tradizionali punti di aggregazione che ricalcavano, in definitiva, le trame territoriali ottocentesche. Gorla risentì, piuttosto, dei nuovi problemi causati dal tracciato delle vie ferrate ordinarie che sovrapassavano con massicci viadotti ad arcate il naviglio ed i borghi di Turro, Greco e Gorla. Scomparvero, sul versante occidentale, i vecchi toponimi delle Cassine e delle ville, retaggio del patrimonio ottocentesco; gli stabilimenti industriali presero sempre più piede disintegrando il vecchio tessuto rurale e assestandosi lungo l’asse industriale Milano-Sesto San Giovanni. La stessa toponomastica risentì deicambiamenti radicali: via Fratelli Pozzi (già via Bezzecca), via Monte San Gabriele (già via Vittorio Emanuele), Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla (già Piazza Risorgimento), via Bertelli (già Alzaia Gorla Superiore), via Rovigno (già via Mazzini), via Dolomiti (già via Garibaldi). Il nome delle vie richiamava alla menteuomini e tappe del periodo risorgimentale.
Nuove espansioni edilizie
Nuove costruzioni presero il sopravvento sulle “Cassine”, nuove ville, non più quelle ottocentesche caratterizzate da impianti a giardino e parco; sorsero nuovi presidi religiosi, scuole, spazi inediti per il tempo libero e lo sport. In viale Monza il servizio tramviario a trazione elettrica svolgeva, intanto, un ruolo decisivo nel collegamento fra il borgo di Gorla e la città. Intanto il borgo si espandeva sempre più verso nord all’incontro con i borghi di Precotto e Turro; la lettura delle carte dell'Ufficio Tecnico Comunale (1903) alla scala 1:5000 ci mostra chiaramente questa tendenza. Nel 1910 Crescenzago gravitava ancora nella fascia dei Corpi Santi Milanesi. Dalla stessa carta si ha una visione d’insieme del Borgo di Gorla attestato, nel 1915, sulle strade che s’aprivano all’incontro con i borghi limitrofi. Tutt’altra storia era quella che volgeva verso viale Monza e che risentiva, più di ogni altra, dei collegamenti tramviari con la città: Piazzale Loreto, Porta Venezia in particolare.
La vecchia anima rurale di Gorla
Ciò nonostante resistevano ancora le vecchie “rive arborate” mete di svaghi e gite fuori porta e le case con giardini e orto che assicuravano a Gorla quel volto rurale che le era proprio; fra queste la Cascina di Erba Marchese (via Finzi), l’abitazione di Felber Dr. Carlo (Piazza Comunale), l’abitazione di Morosini (via Tofane); la Villa di Prospero Finzi (via Finzi), la Casa Gropallo-Pertusati (via Tofane), la casa di villeggiatura Mendel Lonati e altri livellari (alzaia Ponte Vecchio), la Cascina di De Felici ex Birago e Olevano (via Ponte Vecchio) con ruotone idraulico e filatoio, la Cascina Ramazzotti ex Felber e Brusati con filatoio e orto (Piazza Comunale), la Casa di Arrigoni Pietro Livellario (sul terreno dell’Orfanotrofio della Stella), la Casa di Praga Giuseppe (conceria per pelli). Di queste abitazioni rurali non è rimasto nulla se non la striscia di ville e casini lungo via Finzi e Via Bertelli. Le pubbliche Scuole per fanciulli e fanciulle. Anche se l’istruzione a Gorla fu da sempre appannaggio delle istituzioni religiose e delle iniziative filantropiche di privati cittadini come quelle della Sig. Eufemia Zanoni Ved. Cottini non va dimenticato il nuovo corso scolastico impresso dal Sindaco di Gorla I. Nel discorso pronunciato in occasione della fondazione delle Pubbliche Scuole per fanciulli e fanciulle e dell’Asilo infantile del Cavaliere Prospero Finzi, consigliere comunale di Gorla, si auspicava che “in Gorla sotto gli occhi nostri questi fanciulli e fanciulle, senza soffrir gran disagi avranno il mezzo di acquistare utili cognizioni” poiché “Dovere dunque di tutti noi è quello di favorire lo sviluppodell’intelletto per far nascere e germogliare l’amore allo studio, onde improntare sulla mente dei vostri pargoletti questa massima, che studiare è sapere e sapere vuol dir conoscere e colla conoscenza delle cose si giungerà a migliorare la nostra sorte qualunque essa sia”. La retorica del momento si spingeva fino ad esaltare il conseguimento di questo “sommo beneficio pensando che i vostri figli non saranno più costretti, come per il passato, a trasferirsi per apprendere lontani dal paese ad onta delle dirotte piogge, nevi e freddo talvolta eccessivo”. I toni erano certamente alti, ma erano giustificati dall’importanza della strada intrapresa “Dacchè ho l’onore di reggere qual sindaco gl’interessi di questo paese e saranno più di 10 anni dedicando alla sua prosperità tutte le mie forze, con cuore da questi Sig. Assessori e Consiglieri mai come in questo giorno ho provata si profonda commozione nel vedervi qui riuniti per inaugurare la più utile delle Istituzioni, le Pubbliche scuole di Gorla I”. Gorla si avviava ad avere, oltre l’Asilo infantile “fondato e sorretto dall’animo nobile e generoso del Cav. Sig. Prospero Finzi” anche una Scuola Pubblica mista “tanto, per i maschi che pur le femmine”. Perciò “che nessun padre e madre per ciò non trascuri l’istruzione dei loro più cari, ripetendo che dall’istruzione solo deriva il benessere morale e materiale delle famiglie; ed il progresso avvenire della cara nostra Italia”. (Da un Documento dall’Archivio di Turro, 6 novembre 1871. Lettera, del Comune di Gorla Primo, Mandamento IX di Milano, del Sindaco di Gorla e indirizzata agli “Onorevoli Colleghi e Consilieri Comunali”). In seguito furono costruite nuove aule scolastiche, una scuola serale e una festiva (1911), un asilo infantile, una biblioteca, un'aula per l'università popolare (1915), una cattedra ambulante di agricoltura istituita per la prima volta nel 1920, una scuola serale di disegno nel 1921. Gorla non era più il vecchio borgo dimenticato che affidava la sua cultura solo al lavoro nei campi e ai mestieri, ma un quartiere urbano desideroso di affrancarsi dall’analfabetismo e dall’ignoranza.
Le pubbliche Scuole per fanciulli e fanciulle
Anche se l’istruzione a Gorla fu da sempre appannaggio delle istituzioni religiose e delle iniziative filantropiche di privati cittadini come quelle della Sig. Eufemia Zanoni Ved. Cottini non va dimenticato il nuovo corso scolastico impresso dal Sindaco di Gorla I. Nel discorso pronunciato in occasione della fondazione delle Pubbliche Scuole per fanciulli e fanciulle e dell’Asilo infantile del Cavaliere Prospero Finzi, consigliere comunale di Gorla, si auspicava che “in Gorla sotto gli occhi nostri questi fanciulli e fanciulle, senza soffrir gran disagi avranno il mezzo di acquistare utili cognizioni” poiché “Dovere dunque di tutti noi è quello di favorire lo sviluppo dell’intelletto per far nascere e germogliare l’amore allo studio, onde improntare sulla mente dei vostri pargoletti questa massima, che studiare è sapere e sapere vuol dir conoscere e colla conoscenza delle cose si giungerà a migliorare la nostra sorte qualunque essa sia”. La retorica del momento si spingeva fino ad esaltare il conseguimento di questo “sommo beneficio pensando che i vostri figli non saranno più costretti, come per il passato, a trasferirsi per apprendere lontani dal paese ad onta delle dirotte piogge, nevi e freddo talvolta eccessivo”. I toni erano certamente alti, ma erano giustificati dall’importanza della strada intrapresa “Dacchè ho l’onore di reggere qual sindaco gl’interessi di questo paese e saranno più di 10 anni dedicando alla sua prosperità tutte le mie forze, con cuore da questi Sig. Assessori e Consiglieri mai come in questo giorno ho provata si profonda commozione nel vedervi qui riuniti per inaugurare la più utile delle Istituzioni, le Pubbliche scuole di Gorla I”. Gorla si avviava ad avere, oltre l’Asilo infantile “fondato e sorretto dall’animo nobile e generoso del Cav. Sig. Prospero Finzi” anche una Scuola Pubblica mista “tanto, per i maschi che pur le femmine”. Perciò “che nessun padre e madre per ciò non trascuri l’istruzione dei loro più cari, ripetendo che dall’istruzione solo deriva il benessere morale e materiale delle famiglie; ed il progresso avvenire della cara nostra Italia”. (Da un Documento dall’Archivio di Turro, 6 novembre 1871. Lettera, del Comune di Gorla Primo, Mandamento IX di Milano, del Sindaco di Gorla e indirizzata agli “Onorevoli Colleghi e Consilieri Comunali”). In seguito furono costruite nuove aule scolastiche, una scuola serale e una festiva (1911), un asilo infantile, una biblioteca, un'aula per l'università popolare (1915), una cattedra ambulante di agricoltura istituita per la prima volta nel 1920, una scuola serale di disegno nel 1921. Gorla non era più il vecchio borgo dimenticato che affidava la sua cultura solo al lavoro nei campi e ai mestieri, ma un quartiere urbano desideroso di affrancarsi dall’analfabetismo e dall’ignoranza.
L’Istituto dei Rachitici
E di progresso s’incominciava a parlare insistentemente sospinti anche dall’euforia seguita all’Esposizione internazionale di Milano del 1906 "per festeggiare il traforo del Sempione”. In quell’occasione sorsero numerosi Comitati di cittadini che vararono programmi di assistenza alimentare per i più indigenti per dare un esempio notevole di “concordia e di forza cittadina". In tal senso si adoperarono anni prima alcune figure di spicco della nobiltà milanese come il Nobile Visconti D'Aragona che lasciò nel 1850 un lascito di lire 6.000 a favore di un ospedale ortopedico per la cura dei bambini rachitici. Nel 1874 l’iniziativa fu ripresa dal Dottore Gaetano Pini che insieme agli amici Pietro Panzeri, Frizzi, Gaetano Negri, Tullio Massarani e altri fondò a Bormio l’Associazione Scuole per rachitici di via S. Calimero 31 (da Il Naviglio: Strenna Del Pio Istituto Rachitici, 1886 Milano) con sede a Milano. (da "Ottant'anni di bene", breve storia del Pio Istituto Rachitici ora Istituto Ortopedico Gaetano Pini, 1874-1954, edito nel 1954 a cura di Giacomo Bascapé). “Con uomini di questa tempra nei quali lo alto senso del dovere fu completato da notevoli doti di capacità, di generosità, di saggezza, le istituzioni della nuova Italia non potevano avere che sviluppi floridi e rigogliosi". Il 25.09.1877 scomparve prematuramente Gaetano Pini; gli successe Panzeri chiamato dal nuovo presidente Gaetano Negri;ottenne la cattedra di ortopedia a Pavia avendo diretto anche l’ospedale Rizzoli a Bologna; morì a 49 anni, il 15.04.1901 per il troppo lavoro.
Nuovi padiglioni
Nel periodo tra il 1901 e il 1913 l’Istituto si allargò e si potenziò da un punto di vista scientifico grazie anche all’apporto di benefattori che seguirono lo sviluppo finanziando nuovi padiglioni. Nel 1908 la Scuola di Lavoro poteva contare su 5 allievi interni e alcuni esterni arrivando nel 1912 e nel 1922 ad avere una media di 120 con la “Scuola Sofia Carmine Speroni.“ Poi, sotto la presidenza Giachi, iniziò nel 1913 la realizzazione del Rifugio di Viale Monza voluto fortemente dalla Contessa Fanny Finzi Ottolenghi. La prima intenzionefu quella di destinarlo agli storpi e mutilati per malattia o lavoro, poi agli invalidi di guerra del 1915-18 e poi ancora ai fanciulli inabili.
“O.P. Finzi Ottolenghi”
Il Prof. Galeazzi convinse Fanny Finzi a convertire l’Opera pia in un Istituto collegato alla scuola di lavoro per gli inabili che dopo i 16 anni non potevano più frequentare la scuola di lavoro e non potevano essere inseriti per mancanza di utensili e attrezzature adatte nel mondo del lavoro. La Contessa donò una parte del parco e una casa-giardino ai bambini del quartiere. Gli ultimi proprietari della villa, nel maggio 1919, alla morte di donna Finzi, offrirono alla Biblioteca Braidense 1335 volumi e 228 opuscoli editi tra il 1820 e il 1895. Nacque così il “Rifugio” che all'epoca fu l’istituto italiano più importante di avviamento al lavoro di ragazzi portatori di handicap. Su iniziativa del Prof. Riccardo Galeazzi il rifugio di viale Monza venne utilizzato anche durante la prima guerra mondiale per dare ricovero e assistenza ai feriti e ai mutilati di guerra. L’edificio, iniziato nel 1914, fu completato alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia e fu ben presto utilizzato per la rieducazione dei mutilati di guerra; come tale funzionò fino al 1921 quando, ampliato e rinnovato nei macchinari, svolse la funzione di scuola del lavoro per storpi e mutilati fino alla seconda guerra mondiale (1940-45). La sede di Viale Monza fu occupata prima dai tedeschi e poi, a fine guerra, da un reparto inglese. Successivamente fu riconvertito in ospedale per bambini poliomielitici, rinnovato con nuove divisioni chirurgiche per un totale di 150 posti letto. La malattia del rachitismo stava scomparendo ma all’orizzonte si profilava minacciosa la poliomelite. L’ospedale si specializzò in seguito in sistemi di terapia e recupero acquisendo fama e riconoscimenti nazionali.
Le Società di Mutuo Soccorso
In occasione dell’unione del Comune di Gorla con Turro nel 1873 furono avviate numerose iniziative a favore delle cooperative sociali. Fra queste nel 1885 la Fondazione della “Società di Mutuo Soccorso Ars et Labor” (1898) di viale Monza 156 cui veniva demandato di avvicinare al proprio interno contadini e operai spinti dal comune bisogno di un posto di lavoro e di una casa. Con le Società di mutuo soccorso sorsero inevitabili le diatribe tra la chiesa e gli operai della Società di mutuo soccorso. A seguito di queste diatribe “Sul terminare del 1885 alcuni giovani operaj delle Rottole davano mano a fondar fra di loro una Società di Mutuo Soccorso in senso liberale” e, nell’intento dapprima di “imprimere il carattere cattolico a quella Società… e di non lasciar cascar nelle reti molti di questi giovani, e di animarli anzi ad un po’ di bene, risolvemmo di istituire una noi, la quale naturalmente non poteva ne doveva essere che strettamente cattolica,” pregarono il Sig. Francesco Cavezzali Sindaco di Turro di voler accettare la Presidenza. Si misero poi in corrispondenza col Presidente della Società Cattolica di M.S. di Milano per avere istruzioni e visto che potevano avere diversi vantaggi tenendo questa filiale unita a quella, così operarono. “Si invitarono allora varj giovani ad alcune sedute, si lesse e si spiegò loro lo statuto, si esposero i doveri, i diritti, le spese, i vantaggi materiali e spirituali: e visto che un discreto numero di essi si dichiarava disposto ad entrare s’invitarono alla 1a Adunanza solenne d’inaugurazione che fu nella domenica Epiphania, 10 gennaio 1886.“ L’iniziativa però presto fallì (da una nota postuma del Chronicon di Turro, Vol I 1882-1944, scrivente Don Davide Sesia.) perché “Disgraziatamente è successo di questa Società quello che succede quasi di tutte le opere buone di questa povera parrocchia. Gran entusiasmo in principio, poi raffreddamento e mancanze alle sedute e mancanza di pagamenti: di modo che passano pochi anni e di questa non rimasero che 5 o 6 socj perché quasi tutti scaduti per non voler pagare la quota annuale”. La società, non sorretta più da motivazioni cattoliche, fu sciolta nel 1898 ed i guadagni ripartiti fra i soci.
La Fondazione “Crespi Morbio”
Fu poi il momento della “Fondazione Crespi Morbio” di via S. Erlembardo 2 istituita in soccorso alle famiglie numerose. Il complesso, chiaramente distinguibile per la mole dei suoi edifici realizzati su disegno di Franco Bruni ed Emilio Lancia nel 1939, era caratterizzato da un grande rilievo laterale che ritraeva una madre con due bambini; dava alloggio a famiglie con almeno quattro figli per soli dieci anni. Gli alloggi potevano contare su ampi spazi collettivi che includevano anche delle cantine che furono poi usate come rifugi antiaerei durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Il “Circolo Martesana”
Fra tutte le iniziative sociali che ebbero vita a Gorla vanno menzionate sicuramente: il Circolo Martesana, la Canottieri Gorla-Martesana, il Circolo ricreativo di unità famigliare (il futuro “Teatro Zelig”) di viale Monza 140. Il Circolo Martesana nacque nella primavera del 1967 su iniziativa di alcuni amici accomunati dalla comune passione per il gioco delle bocce. Identificata una possibile area come spazio d'aggregazione e svago sulla riva sinistra del naviglio Martesana a ridosso di alcuni vecchi magazzini abbandonati di via Tofane 19, i soci del Circolo iniziarono un intenso lavoro di sistemazione che porterà all’impianto di un campo di bocce e di un piccolo salone in muratura da utilizzarsi nei mesi invernali; la frequenza dei Soci restava, comunque, essenzialmente estiva per l'impossibilità di usufruire nel periodo invernale del campo di bocce e del giardino. Ciò nonostante il Circolo cominciava ad essere un'importante realtà socio-ricreativa all’interno del quartiere. Nel 1968 il tesseramento raggiunse quasi le 300 unità. Alla fine degli anni 70 tutta l'area compresa fra le vie Tofane, Rovigno e Jaurès, ivi compresa quella dove sorgeva il Circolo, venne acquisita della Messulam S.p.A. Subito s’instaurò fra la dirigenza del Circolo e la proprietà un fattivo rapporto di collaborazione finalizzato a due obiettivi importanti: da una parte fornire ai Soci un ambiente accogliente, dall'altra valorizzare l'area.
Il Bocciodromo
Iniziò così un periodo di grandi ristrutturazioni che vide impegnati in prima persona i soci del Circolo. Vennero acquistati dei locali confinanti nello stabile di via Tofane 19 dove furono sistemati alcuni servizi quali il bar e la cantina. Iniziarono altresì i lavori di costruzione della sala ricreativa e la sistemazione del giardino attorno al campo bocce con la costruzione di un grande gazebo per i mesi estivi. Terminata questa fase venne affrontato il problema del campo bocce e ancora una volta i soci risposero prontamente all'appello mettendo a disposizione del Circolo i fondi necessari per la costruzione di quello che poteva essere definito uno dei migliori bocciodromi della città. Ultimata la copertura vennero realizzati i tamponamenti laterali in modo da consentirne la rimozione nei mesi estivi e mantenere così la continuità fra il gioco delle bocce e il giardino. In seguito la dimensione sociale raggiunta dal Circolo e in particolare la necessità di contenere i costi di gestione imposero alcune modifiche societarie che portarono il Circolo ad affiliarsi all'ENDAS, Ente per la promozione del tempo libero e, successivamente, all'ARCI, ente al quale è tuttora affiliato. Per poter usufruire delle facilitazioni di legge la frequenza al Circolo venne riservata ai soli soci ed ai loro famigliari conviventi ai quali venne fornita una tessera magnetica che ne consentiva l'ingresso.
La “Bocciofila Martesana”
Nel quartiere il Circolo Martesana fu ben presto conosciuto come la "Bocciofila Martesana" dal momento che l’attività bocciofila era certamente quella predominante; ciò nonostante non va dimenticata la sua attività sociale che divenne una realtà concretamente inserita nel tessuto sociale e ricreativo del quartiere. In campo sportivo la bocciofila si caratterizzò da subito per la pratica del gioco “alla milanese” o "traversale" che si praticava su una superficie corrispondente a 4 comuni corsie affiancate di gioco "all'italiana" in cui le tavole intermedie di delimitazione erano sostituite da cunette in rilievo ricavate nel terreno (dette "cordoni") che si allungavano da una testata all'altra del campo di gioco. Il gioco "alla milanese" fino a qualche anno fa era largamente in uso in tutta la provincia milanese fino al Comasco e al Varesotto, ma negli ultimi anni si assistette a un ridimensionamento dei campi per ragioni economiche in quanto i proprietari e/o gestori dei bocciodromi intendevano privilegiare il campo "alla milanese" che, di fatto, permetteva di ricavare più corsie "all'italiana". In seguito, però, il Circolo Martesana, così come altre Bocciofile cittadine, fece una scelta diversa privilegiando le radici di questo antico sistema di gioco profondamente inserite nella tradizione locale cittadina e gli atleti della "Bocciofila Martesana" non tardarono ad affermarsi nel panorama agonistico al livello più alto. Qualche anno fa la Federazione omologò la costruzione di campi gioco con fondo sintetico che limitava praticamente la manutenzione ed era inalterabile nel tempo; la Bocciofila Martesana rispose all’appello dotandosi, fra i primi impianti cittadini, di questo tipo di gioco. All’interno del circolo era operativo anche un servizio di cucina che serviva tutte le sere decine di pasti ai propri soci che, per necessità, o per il piacere di passare una serata in compagnia di amici, decidevano di cenare al Circolo. Nelle serate estive il Circolo si trasformava in ritrovo per le famiglie che cercavano refrigerio nel giardino e per gli appassionati del “liscio”.
La “Società Canottieri Martesana”
La “Canottieri Martesana” completava il quadro delle presenze sociali dello scorso secolo nella Piazza dei Piccoli Martiri. L’edificio, adiacente al ponte vecchio, aveva la sede nella vecchia Piazza Redipuglia 4 (Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla); la parte superiore in legno era meglio conosciuta come la “bicocca”. Le barche venivano poste nella bicocca su appositi sostegni fissati al muro. Erano barche di un certo pregio dotate anche di sedili scorrevoli. Alcune erano appositamente attrezzate per partecipare a competizioni importanti. I soci del club, la domenica mattina, leportavano in piazza e le lucidavano a lungo con cere e con buon olio di gomito. C'erano pure delle bellissime barche monoposto che venivano portate in acqua dauna sola persona. Non mancavano i sandolini, piccole imbarcazioni monoposto a pagaia, che si rovesciavano facilmente in acqua per l'imperizia dei canoisti.
Il Dopolavoro della Magneti Marelli
Più tardi la Canottieri di Gorla chiuse; la rilevò il Dopolavoro della Magneti Marelli che inglobò oltre alla bicocca anche una parte del piano terra della Villa Angelica. Di Manfredini (classe 1914) l’olimpionico inglese Beresford disse che era un piccolo grande campione. Manfredini iniziò a vogare proprio qui a Gorla Primo con un’imbarcazione a sedile fisso, ma il suo allenatore, l’ingegnere Guido Siliprandi (in seguito anche commissario tecnico F.I.C.), fece rinnovare il parco imbarcazioni con l’acquisto di alcune imbarcazioni fuoriscalmo per aumentare la competitività dei suoi equipaggi a livello internazionale. Dopo la chiusura della “Canottieri Martesana”, Manfredini e Lazzati con altri soci della Canottieri Martesana si trasferirono alla Canottieri Olona di Milano, in zona Naviglio Grande (Ripa Ticinese).
Le vittorie ai Campionati del mondo
Qui vinsero i campionati del mondo nel 1935 con il 4 senza (Mario Lazzati, Ermenegildo Manfredini, Lucio Zuccaro, Augusto Ripamonti) e arrivarono terzi agli Europei di Berlino. Quando Zuccaro e Ripamonti si sposarono Lazzati e Manfredini passarono ai due senza. Nel 1937 la coppia Manfredini Ermenegildo e Mario Lazzati vinse il campionato europeo di Amsterdam con il "due senza". Sempre in coppia vinsero i campionati Italiani nel 1937 e nel 1938. Richiamati alle armi non interruppero la loro attività sportiva istruendo i giovani al canottaggio. Se non ci fosse stata la guerra avrebbero sicuramente ottenuto successi anche come istruttori. Lazzati morì in un incidente motociclistico dopo una lunga agonia mentre il Manfredini continuò un po’ come istruttore e un po’ come atleta per qualche anno dopo la guerra prima di abbandonare definitivamente l’attività sportiva.
In canoa
Ma a Gorla si continuò ad andare in canoa sul naviglio. Nei giorni di festa una grande barca per le gite domenicali portava la gente a Cernusco sul Naviglio dove ad attendere i gitanti (una trentina circa) ) e i vogatori (una dozzina circa) erano ampi spazi per canti e danze accompagnate da abbondanti libagioni; si tornava poi verso sera. Ma si faceva festa anche in quel di Gorla sulla darsena dove ci si poteva imbarcare per una pagaiata o indugiare sul pontile a guardare gli equipaggi in allenamento. “Quando i canottieri si allenavano sul Martesana per prepararsi alle competizioni, noi ragazzi li seguivamo in bicicletta fino a Crescenzago ed oltre. La barca sobbalzava quando otto remi erano in azione ed il timoniere scandiva il ritmo del tempo. Li seguiva in bicicletta pure l'allenatore Sig. Augusto Ripamonti, campione dei quattro senza".
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Informazioni, rielaborazioni, testi…tratti da:
- Supplemento a “Gorla Dentro”, Ottobre 1971, Periodico indipendente a cura del Gruppo d’opinione di Gorla.
- Francesco Ogliari, Franco Sapi, Dall'Omnibus alla Metropolitana, Milano, 1966. “Prospetto delle tramvie nel Comune di Milano e Trenovie costrutte, in costruzione e progettate nella Provincia di Milano e finitime a tutto marzo 1881”.
- Nuova Mappa del Comune di Gorla e Precotto (1900) dell'Ufficio Tecnico Comunale, alla scala 1:2000, con i particolari dei borghi di Greco, Gorla, Turro.
- Archivio di Turro, 6 novembre 1871. Lettera, del Comune di Gorla Primo, Mandamento IX di Milano, del Sindaco di Gorla e indirizzata agli “Onorevoli Colleghi e Consilieri Comunali”.
- Il Naviglio: Strenna Del Pio Istituto Rachitici, 1886 Milano. "Ottant'anni di bene", Breve storia del Pio Istituto Rachitici ora Istituto Ortopedico Gaetano Pini, 1874 -1954, edito nel 1954 a cura di Giacomo Bascapé.
- Gaetano Pini 1874- 1954. A cura di Giacomo Bascapè, tavole di G. Grossi, Tipografia Alfieri e Lacroix,Milano, 1954.
-Chronicon di Turro, Vol I 1882-1944, scrivente Don Davide Sesia.
- Testimonianze di Vigotti Ambrogio.
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“Una villa principesca”
“Un’altra villa pure principesca era quella che tuttora sussiste quasi ancora nel primitivo stato e che è in proprietà della signora Finzi maritata al Com'n. Avvocato 0ttolenghi. Credo fosse stata costruita dal Principe Batiani esso pure austriaco e generale del reggimento degli Usseri, il quale splendidissimo com’era la improntò di uno stile moderno e di un lusso sterminato: giardino inglese: parco, grotte, laghetto, tempietto, caffè hauss, casino ungherese, serra, ogni delizia vi aveva introdotto.
Vi dava spesso pranzi e cene in cui è appena credibile la lautezza che sfoggiava; tanto che naturalmente finì per dissestarsi, e cominciò a ritardare i pagamenti e a fare strillare i suoi somministratori ed operaj, il che destò subito dell’allarme; ed è assai arguto il detto che fu trovato scritto sul muri del suo palazzo che teneva in Milano presso il giardino pubblico la mattina dopo un ballo masqué che aveva dato colla sua solita splendidezza: I Principi e i Marchesi son partiti, e son rimasti i Conti!!!”
“Casa da nobile”
La villa si trovava in via Prospero Finzi 8 sulla Strada Comunale per Greco (oggi via S. Erlembardo 4). Nel 1721, nella proprietà di circa 71 pertiche, figuravano una casa “da affitto”, vicino al naviglio, e una cascina al centro della proprietà; la percorreva da nord a sud il fontanile Acqualunga. Nel 1793 veniva indicata come “casa da nobile”; nel 1814 come “nuovo fabbricato” intestato al Conte Giuseppe Batthjianji (1827), figlio del fu Signor Conte Teodoro d’Ungheria, originario di Buda (Ungheria).
La famiglia Batthjianji
La famiglia Batthjianji era originaria della città di Koszeg, al confine tra Austria ed Ungheria, dove nel 1616 possedevano un castello. Nel palazzo, ora in rovina, i Batthjianji ospitarono nel 1698 il Principe Ràkoczi II e nel 1813 l'Imperatore Francesco d'Austria. Una testimonianza del favore che il Conte Giuseppe Batthiany godeva presso l'imperatore d'Austria fu il ricevimento organizzato in occasione del passaggio a Milano del principe Ranieri d'Asburgo-Lorena, nominato Vicerè del Regno Lombardo-Veneto e della Principessa Elisabetta di Savoia Carignano dopo le nozze celebrate a Vienna il 28 maggio 1828.
Villa con parco, laghetto e grotta
Fu Antonio Giuseppe Batthyany, domiciliato nella Milano austriaca in Corso di Porta Orientale 711, dopo averne acquisito tutta la proprietà con annessi terreni da un certo Paolo Battaglia, a cambiarle aspetto arricchendola con parco, laghetto e grotta. Il laghetto, progettato nel 1826 dall’architetto ingegnere Gaetano Brey, era di fatto un ampliamento del fontanile dell’Acqualunga che attraversava tutta l’area del parco. Anche la grotta, molto probabilmente una ghiacciaia, venne modificata e arricchita all'interno della camera circolare con un tempietto: il Tempio della Notte. Furono i Finzi, che con il Cavaliere Prospero Finzi ed i successivi eredi ne ebbero la proprietà dal 1839 fino al 1919, a darle il nome con il quale viene tuttora ricordata.
Villa Finzi
Dopo la morte nel 1836 del Conte Batthyany, i figli cedettero la villa a Prospero Finzi che così la descrisse: “Un parco disposto a giardino all'inglese con viali serpeggianti tappeti e boschetti nel quale vi sono sparsi diversi fabbricati di delizia e di abitazione col necessario corredo di locali di servizio e di decorazione del giardino, che sono il palazzo, la casa del portinaio, il padiglione ottagono, la casa svizzera, la casa di Zurigo, il ponte cinese. il Tempietto dell'Innocenza, la serra inglese ed il Tempio della Notte cui si perviene per ampia grotta. Avverto però che di presente alcune dei suddetti edifìci trovansi alquanto guasti ed altri non vennero originariamente condotti a compimento. Vi ha inoltre in questo giardino un piccolo laghetto guadabile con schifi, e formato dalla testa di fontana del Fontanile Acqualunga le cui acque sorgive poi defluiscono per lunga tomba che estendesi fin sotto il Naviglio del Martesana. Il parco è recinto tutto intorno da siepi vive e vi si accede per ampie aperture munite di cancelli di legno e di ferro essendo propriamente l'ingresso quello dalla strada comunale di Gorla”. La villa godeva di particolari privilegi che le derivavano dall’abbellimento “del giardino rettificato il canale della roggia detta della Acqua Lunga nel recinto del medesimo“ e dalla presenza della Roggia Acqualunga con i suoi obblighi di passo per la manutenzione sia del corso d’acqua sia della testa del fontanile su cui peraltro s’aprirono diverse dispute, peraltro mai risolte, con il Municipio di Gorla e gli utenti dell’Acqualunga “circa alle innovazioni fatte intorno alla testa di fontana, alla livellazione ed abbassamento dell’asta di canale, alla formazione di un nuovo cavo “.
Fanny Finzi Ottolenghi
Alla morte di Prospero Finzi (4.11.1876) l’unica erede Fanny Finzi Ottolenghi, figlia di Marco Finzi, ereditò 556 pertiche (are 3644 ovvero mq. 364.400) e la villa con annessi giardino e terreno arativo con filari di viti, cascina per i contadini per circa 71 pertiche. Le proprietà Finzi a Gorla andavano ben oltre la villa e il parco inglobando nel 1850 più di 300 pertiche; nel 1860 le pertiche erano più di 400 cui furono aggiunte altre 200 pertiche, situate in Precotto, nel 1867. La superficie complessiva del parco risultava, dunque, di mq. 72000. La villa a forma di “T” aveva il lato più corto rivolto verso il Naviglio Martesana; all’interno era ben conservato qualche soffitto d'epoca; nel parco il Tempietto dell'Innocenza e la grotta-ghiacciaia con il Tempio della Notte. I Finzi, dopo il 1919, condivisero la proprietà con la Società Anonima "Parco Gorla" che destinò parte del parco all’esercizio di “giochi sportivi, spettacoli e divertimenti in genere”. Nel giugno del 1920 la Società Anonima "Parco Gorla" cambiò ragione sociale in “Società Anonima Rosa Film" e, in seguito, Società Anonima "Sabaudo Film" la quale utilizzerà la proprietà fino al 1928.
Le ghiacciaie
Le ghiacciaie erano piccole strutture “neviere” che venivano riempite d'inverno con ghiaccio frantumato o neve pressata e ricoperta di foglie secche. I manuali dell'800 davano indicazioni precise su come predisporre e utilizzare questi locali adibiti alla conservazione di cibi e bevande “per riempirla di ghiaccio si scelga un giorno freddo e asciutto; prima di riporvelo vi si deve mettere al fondo un denso strato di paglia lunga incrocicchiata in tutti i versi, e devesi pur rivestire di paglia tutto l'interno, in guisa che il ghiaccio posi sulle foglie e non tocchi le pietre“. Tutte le famiglie più ricche possedevano una ghiacciaia; grandi consumatori di neve erano anche i monaci, che le utilizzavano per la conservazione di prodotti caseari, e gli Ospedali. Solitamente i locali adibiti a neviere erano parzialmente interrati, circolari e ricoperti da un tetto.
Il tempio della notte
Il Tempio della Notte “cui si perviene per ampia grotta” è, secondo gli stessi intendimenti dei fondatori, un percorso “celato”. La descrizione della grotta è puntuale e veritiera così come quella del laghetto che abbelliva il parco. “Casa civile unita ad altri caseggiati di Gorla Vasta serra con caseggiato nuovo a quella annesso Giardino parte alla francese, parte all’inglese con lago, canali di naturali risorgive. Grotta Boschetti Montagnola”. Così la descrive il nobile Caprara il quale avrebbe costruito la grotta, la montagnola e il lago con giardino alla francese e all’inglese. Era costume sul finire del XVIII Secolo prestare molta attenzione a schemi compositivi vegetali che richiamavano i valori imitanti della natura; anche la villa del Conte Batthyany seguiva questo costume. L’ipotesi di una ghiacciaia come primo impiego della grotta artificiale non è pur tuttavia documentato in nessuna carta catastale.
Struttura interna del tempio della notte
Il primo recupera la struttura sotterranea di una vecchia ghiacciaia trasformandola in una montagnola con grotta e, al proprio interno, in un tempio dal sapore spiccatamente romantico. L’impianto del tempio della notte richiama l’idea compatta di una camera circolare composta “da tre cunicoli d'accesso e da rami tra loro comunicanti. I primi metri degli ingressi nord, ovest ed est, presentano una formazione architettonica con volta a tutto sesto in conglomerato (presumibilmente ceppo d'Adda). Nel secondo tratto dei corridoi si nota un cambiamento della struttura, che ha spallette in mattoni a vista, disposti in corsi regolari, alte mediamente 2 metri circa, alla cui sommità s'imposta la volta a sesto ribassato, anch'essa in blocchi di conglomerato di omogenee dimensioni. II piano di calpestio è attualmente in terra battuta. Dai rami principali si dipartono tre corridoi secondari. In quello intersecante il ramo est si legge la presenza di un camino di aerazione con canna in laterizio pieno e ciottoli, comunicante con la sommità della collina. I primi due rami conducono alla camera centrale del Tempo della Notte. La pianta circolare del Tempio della Notte presenta una struttura a doppia parete e doppia copertura a cupola comunicante con l'esterno attraverso un oculo sommitale da cui proviene la luce. Alla muratura perimetrale interna, in mattoni pieni e un tempo intonacata, sono addossate otto colonne di marmo con capitello di ordine corinzio. Tra le colonne si aprono tre nicchie adatte a recepire elementi di decoro.” (Ricerca documentaria. Associazione Speleologia Cavità Artificiali Milano S.C.A.M. A cura di Maria Antonietta Breda, Andrea Thum, Alessandro Verdiani). L'Associazione, che sta operando un censimento sulle cavità milanesi, ha segnalato nel 2005 l'importanza di questo monumento, unico nel suo genere, a Milano.
Il tempio dell’innocenza
Il tempio dell’Innocenza, di gusto neoclassico, è invece una costruzione a pianta circolare a cielo aperto con otto colonne in pietra e farebbe pensare ad una volta originaria a catino collocata sull’isoletta del lago. Rappresenta un punto di riferimento importante all’interno del parco anche se il laghetto è oggi scomparso.
Laghetto e Roggia Acqualunga
Una descrizione dettagliata della Roggia Acqualunga “scavata alfine di mantenere l’acqua necessaria allo spurgo dei canali sotterranei della città” è riportata in alcune note in uso nel XIV secolo. Il corso d’acqua aveva origine nel vicino territorio di Precotto; dopo Precotto entrava in Gorla e attraversava i terreni dei Finzi per sottopassare poi con un sifone il Naviglio Martesana. Il catasto riporta con estrema precisione sin dal 1720 il percorso del fontanile che assunse un’importanza notevole quando nell'Ottocento formò un laghetto di acqua corrente a lato di Villa Finzi; il laghetto fu fatto costruire dal Conte Giuseppe Batthiany su progetto dell'architetto Gaetano Brey nel 1826; il progetto prevedeva l’uso di barche.
Il "Giardino di Villa Finzi"
Nel 1934 il Parco di Villa Finzi o "Giardino di Villa Finzi" fu acquisito dal Comune di Milano. Attualmente la villa è adibita a centro sociale, scuole e istituzioni pubbliche oltre che a parco. Nel parco sono conservate numerose specie di alberi di grandi dimensioni e di notevole pregio. Gruppi di pioppi, ippocastani, olmi, cedri del Libano, tassi, tigli e querce si alternano ad ampi spazi verdi a prato. Gli alberi originari del parco sono pochi, però, perché nel 1941 gli abitanti del quartiere di Gorla, infreddoliti per il rigido inverno, disboscarono quasi interamente l'area.
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Informazioni, rielaborazioni, testi…tratti da:
-Giorgio Giulini nel libro “Memorie spettanti alla storia e al governo e alla descrizione della città e campagna di Milano ne' secoli bassi, Milano, 1760.
-Città con suoj Borghi e Corpi Santi di Milano. 1781. Costituzione della Comunità dei Corpi Santi. Archivio di Stato di Milano.
- Gorla. Pieve di Bruzzano. Piazza Commune. 1721. Mappe piane. Mappe di Carlo VI , 28 fogli, 1721. Archivio di Stato di Milano.
- Storia della Società de’ Corpi Santi colla comune di Milano e suo scioglimento, Archivio di Stato di Milano.
- Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano, 1857.
- “Memorie stese dal parroco locale e pubblicate nella faustissima benedizione e inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale”. Milano, Sac. Davide Sesia. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886.
- Filippo Turati, da “Il Naviglio”, Strenna del Pio Istituto dei Rachitici di Milano, Ed. Civelli, Milano 1886.
- Gian Pietro Lucini, da “l’Ora Topica” di Carlo Dossi, Cap. IV, Passeggiata sentimentale per la Milano di “l’altrieri”.
- Città di Milano, Reliquie del passato, Una villa secentesca a Gorla. 1922.
- Ricerca documentaria e studio condotto sul campo dall’Associazione Speleologia Cavità Artificiali Milano S.C.A.M. A cura di Maria Antonietta Breda, Andrea Thum, Alessandro Verdiani. Divisione Parchi e Giardini del Comune di Milano, 2006).
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LIETE MENSE E PIACEVOLI SOLLAZZI
Gorla. Borgo di “riviera”
“La gradita posizione di questo villaggio, sul grandioso vialone che conduce alla villa di Monza, lo rende frequentatissimo dai milanesi, che la domenica vi passano il pomeriggio in liete mense e piacevoli sollazzi.” Gorla era un borgo di “riviera” situato a cavallo della linea, segnata dal naviglio, che divideva idealmente la campagna dalla città. Era inevitabile che qui convenissero i cittadini richiamati dal refrigerio alla calura nei mesi estivi, desiderosi di allegre scampagnate e di “gite fuori porta”. Si andava lungo il naviglio per godere dei piaceri che poteva offrire una buona tavola e del fresco che le rive “arborate” procuravano agli assolati visitatori. Le carrozze percorrevano i lunghi viali cittadini fino all’incontro con il naviglio.
La Cassina de’ Pom
All'ombra dei boschetti della Cassina de’ Pom nella bruma mattutina si consumavano gli ultimi duelli milanesi: fasti o nefasti dell'omonimo “Bois de Boulogne” parigino ma, soprattutto, si veniva alla Cassina de' Pom per brindare alla faccia del progresso prodigandosi in memorabili brindisi e abbondanti colazioni: poeti, intellettuali (Carlo Porta, H. B. Stendhal, Cesare Beccaria...), patrioti, borghesi illuminati, statisti (Napoleone, Garibaldi) lasciarono su queste sponde tracce del loro passaggio.
Le due locomotive “Lombardia” e “Milano”
Non era molto lontano il tempo in cui, alla Cassina de’ Pom si fremeva di piacere al passaggio della locomotiva “Italia” della linea ferrata Milano-Monza (1840) nella sua corsa sbuffante verso la stazione di Monza. Il medico-poeta Dottor Rajberti vi vedeva l'avverarsi di un sogno altamente umanitario che poneva fine alle guerre e accomunava i popoli uniti affratellati dal nuovo mezzo di trasporto. La fede nel progresso seguiva l'andamento incerto e zoppicante delle due locomotive “Lombardia” e “Milano” che incorrevano abbastanza spesso in incidenti ed avarie; le quattro corse giornaliere discendenti ed ascendenti procedevano a velocità molto limitata compiendo il tragitto di chilometri 13 in 19 minuti.
Il Ristorante Isolabella
Il Ristorante Isolabella, situato lungo il viale bastionato Monte Grappa, era un ristoro con corte interna e camere al piano superiore (all’occorrenza); condivideva con il naviglio il fresco delle sponde, ma anche le nebbie di una campagna non più campagna e non ancora periferia.
Osterie e trattorie di Gorla
Gorla non era da meno in fatto di osterie e trattorie; si andava all'osteria per un calice di vino e qualche chiacchiera. Rinomate erano la trattoria "Lazzaroni" di via Dolomiti, la "Segale" di via Pontevecchio, la "Rotonda" di via Finzi, la trattoria di via Monte Gabriele, la "Zanfrini" di via Tofane dove, all’ombra di salici piangenti, si gustava la tanto declamata specialità "nervo di ginocchio di manzo” finemente tagliato, condito con cipolle crude, olio e sale, soprannominato il "caviale di Milano"; e poi il Circolo Famigliare di viale Monza 140 (voluto dai partigiani nel 1945). Al posto delle trattorie vi sono ora pizzerie e ristoranti e dell’antico retaggio è rimasto davvero ben poco. Laddove era una trattoria, un’osteria, sono ora uffici ed edifici ermeticamente chiusi all’esterno. Anche le vecchie cascine raggruppate attorno alla piazza comunale (ora Piccoli Martiri) sono state abbattute negli anni tra il 1950 ed il 1960.
Il “Grande ristorante Boschetto”
“E' tanta fina l'aria che si respira, tanto buono il vino, saporito il mangiare e tanto onesti i prezzi di consumazione e la gente ci mette tanto ardore a manducare che fino i morti risuscitano dallo spavento”. Un altro angolo di mondo ben noto ai milanesi era il Ristorante del Boschetto, condotto da Ambrogio Riboni; qui convenivano le allegre brigate in odore di evasione dalla città, accomunate dalla passione per il ballo. Il Boschetto era una sala da ballo di tutto rispetto con una propria orchestrina formata da veri professionisti. Spesso i residenti sostavano con i gomiti appoggiati sul parapetto del naviglio ad ascoltare le note musicali dell’orchestrina lungo l’alzaia.
Il “Cantun Frecc”
Appena al di là di viale Monza, sempre sul naviglio, si mangiava e si ballava anche al ristorante "Bologna" e alla Sezione del partito fascista Piave in via Finzi. Nel 1879 l’opificio preesistente venne smantellato e convertito in casa civile con giardino; nel 1892 fu venduto e adibito a caserma dei R.R. Carabinieri; l’altra parte rimase come giardino. Qui nel 1913 il Brambilla acquistò un terreno limitrofo e vi costruì un edificio che adibì a casa con botteghe e ristorante “Ristorante Bologna”; il ristorante rimase in attività fino al 1927 mentre la caserma andò totalmente distrutta nell’incursione aerea del 20.10.44.
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La ”Riviera” di Crescenzago
A Crescenzago i milanesi potevano contare sulla “Riviera” di via Amalfi, costellata di piccoli e grandi ville che i “facoltosi” milanesi erigevano per ritagliarsi un angolo di mondo non discosto dalla città. Ma si veniva in questi luoghi anche per oziare sul limitare di quella che era definita la Selva di Sesto San Giovanni nell’area del vecchio Lazzaretto (via San Mamete).
L’Osteria delle Tre Case
In fondo all'alzaia lungo la Via Veneta vi era poi l’Osteria delle Tre Case che i barcaioli del Naviglio Martesana conoscevano molto bene. Le trattorie e le osterie funzionavano a pieno ritmo con avventori che si accalcavano per un bicchiere di vino o per una chiacchiera con i compagni di strada e di mestiere.
L’accatastamento dei terreni in riva al naviglio
Prima di essere un quartiere periferico di Milano, Gorla era un piccolo borgo rurale. I terreni di coltivo erano frammezzati a qualche sporadico laboratorio di mestiere che attingeva l’acqua dal naviglio e dalle sue rogge. Ma perché le tasse non gravassero su un terreno lasciato improduttivo occorreva che i proprietari s’industriassero personalmente curando i propri affari direttamente sul luogo, abitandovi. Questa tendenza generale fu sollecitata dall’applicazione nel Regno Lombardo -Veneto di Carlo VI e Maria Teresa d’Austria delle tasse sui terreni accatastati. Si preferì abitare nella fascia extraurbana in modo da garantire la propria presenza all’interno della città senza subirne, però, le pesanti limitazioni e costi fiscali. I terreni ideali per questo tipo d’insediamento erano proprio le fasce immediatamente a ridosso della cintura extraurbana, quelle stesse che erano servite da strade carrozzabili e, soprattutto, dai navigli. Il viaggio sui navigli, pur se più lento, era, in compenso, più sicuro e regolare. Il borgo di Gorla rientrava in questa fascia.
Le “Case da nobili”
Fu così che a partire dal XIX secolo incominciarono ad insediarsi le “Case da nobili” con annessi parchi, giardini, orti, campi da coltivo, campi da moroni (gelsi) terreni avitati. Fu un insediamento gentile che non stravolse il borgo, ma lo avvolse con i suoi giardini e le sue pertinenze. I proprietari si susseguivano l’uno dopo l’altro o per cessioni e vendite o per diritto ereditario; i notai annotavano diligentemente sui loro taccuini i numeri dei mappali. Molte volte le questioni si complicavano perché una proprietà, una volta divisa, non riusciva più a compattarsi e così più proprietari si trovavano a possedere stralci di terreno divisi, in modo illogico; la qualcosa risultava ancora più problematica se il campo in oggetto limitava l’accesso ad una sorgente d’acqua risorgiva o al naviglio stesso.
LA “PICCOLA PARIGI”
Il richiamo delle “sponde arborate”.
Ciò che proiettò, invece, su Gorla una luce e un nome particolare fu il richiamo delle sue sponde “arborate”, delle sue ville, del refrigerio che le procuravano i boschetti, dei “piacevoli sollazzi“ che combinavano i piaceri della tavola con lo scorcio pittoresco di luoghi come quelli del “Cantun Frecc”, dei “Boschetti”; per tutto questo Gorla incominciò ad essere apostrofata come la “Piccola Parigi”, un Bois de Boulogne in miniatura. La qualcosa aveva un certo riscontro anche a corte se addirittura “L’Arciduca Ferdinando d’Austria vi veniva spesso da Milano con allegre brigate e vi si tratteneva qualche giorno, tal volta anche vi passava qualche notte, con gran suo piacere.” Il luogo prescelto era Villa Felber, in sponda destra del Martesana. La località, che ora viene comunemente chiamata anche il “Cantun Frecc” prendeva il nome dalla Villa Boschetto che copriva lo stesso spazio occupato attualmente dal nuovo edificio ristrutturato di via Prospero Finzi 25.
Villa Resta
La Villa Resta confinava con la Villa Batthjianji-Finzi ed era di proprietà del Marchese Olevano Patrizio Pavese che poi la cedette in dote a sua figlia per il matrimonio con il Conte Resta. “Una terza bellissima villa era in quello che si chiama ora Boschetto, che però si estendeva, sempre rasente il Naviglio, anche dove c’è ora la strada Regia e il caffè della Rotonda e tutto l’Albergo degli Angeli con annessi e connessi, sicché andava a confinare colla cinta della suddetta villa Batthjianji".
La strenua opposizione del Conte Resta
Il Governo Austriaco intendeva espropriare e demolire la Villa Resta per aprirvi, in sua vece, la Strada Regia per Monza. “II Conte Resta se la teneva cara e se la godeva assai volentieri questa villa; per cui si unì con entusiasmo a tutti quei signori che si opposero al progetto che concepì allora il Governo Austriaco di praticare una strada Regia che da Porta Orientale conducesse alla villa sovrana di Monza. Quando però vide che vana riusciva ogni opposizione, e che il Governo teneva fermo nel suo proposito dell'espropriazione forzosa, risolvette di fare una protesta energica: aspettò che gli operai governativi giungessero sulla sua proprietà, e quivi si trovò lui, la moglie, i servi, i suoi contadini, e lottò perché la sua villa fosse rispettata. Invano però, e allora indispettito vendette e se ne andò. Allora la parte che rimase orientale alla nuova strada fu comperata dal signor Ferrario prestinaio delle Gruccie il quale però se la tenne poco tempo, e la rivendette poi al signor De Felice. E la parte che rimase occidentale subì in pochi anni diversi trapassi”. Nel 1855 i cambiamenti riguardavano la costruzione sul lato di levante di una piccola casa in fuga all'attuale viale Monza (sicuramente in seguito demolita per far posto ai palazzi che oggi si trovano in quella zona) e, sempre a levante, di un portico in tre campi le cui arcate furono inglobate in un corpo di fabbrica a due piani fuori terra.
Casa padronale “Felber”
Una delle case padronali più vecchie, al centro del piccolo borgo di Gorla, era quella del Signor Felber. Nel 1721 il proprietario, Sig. Felber Carlo indicato come “dottor fiscale” (funzionario per le tasse) aveva, come si usava allora, vaste proprietà di terra adiacenti alla casa padronale per un totale di 143 pertiche di terra fertile da arare con filari di uva e 23 gelsi; le sue proprietà erano racchiuse nello spazio attualmente compreso tra il parco del monastero (con vialetto di entrata su Via per Turro e Via Ponte Vecchio) e diversi altri giardini che fronteggiavano la piazza e la Via per Crescenzago (via Asiago); nell’angolo a sud-est della proprietà vi era una grande ortaglia di circa mq. 2600 che s’affacciava direttamente sul naviglio.
Conte Gaetano Pertusati
Dal 1806 tutti questi beni e terreni passarono di proprietà al Conte Gaetano Pertusati, indicato come “Livellario” (affittuario) per la parte di Gorla. Dal 1760 vi abitava Morosini Filippo e poi un certo Mantelli che la cedette a Pertusati Carlo nel 1776; la villa aveva anche una porzione di morone (terreno con gelsi). Nel 1821 Salimbeni Giuseppe subentrò come livellario divenendone proprietario nel 1822. Il Pertusati vi rimase fino al 1841 quando la cedette a Praga che ne fece una tintoria per filati. L’abitazione aveva allora 26 vani e una torretta al secondo piano.
Villa Gropallo
“Anche dove sorge ora la tintoria del signor Cavaliere Weiss esisteva sul terminare del secolo scorso, un’altra villetta già proprietà dei Conti Pertusati di Milano. Come pure trovo che tenevano una villa a Gorla i Marchesi Groppallo di Genova, la qual villa credo fosse stata nella casa ora Mazzoletti presso il Ponte Nuovo”. L’erede, il nipote Marchese Gropallo, vendette in blocco i possedimenti a sud del naviglio tra il fontanile Acqualunga e la strada per Turro escluse le case e gli orti sulla alzaia, per un prezzo di lire austriache 45.000. Nel 1855 la Villa Gropallo era una casa colonica con conceria e fabbrica di combustibile mentre la parte restante della casa era rimasta come casa di villeggiatura in carico a Mendel. Nel 1859 Gropallo cedette tutta la proprietà e i terreni a sud del naviglio a Finzi Prospero ad esclusione della giazzera, del giardino e della casa in proprietà ai Padri Minimi.
Cascina e filatoio Ramazzotti
Un certo Ramazzotti impiantò una cascina e un filatoio per seta di 16 vani più l’orto. La cascina, ultimata nel 1854, era situata in Piazza Comunale. Nell’ identificatorio dei fabbricati tra il 1885 e il 1879-1882 nella proprietà Ramazzotti figurava anche un filatoio di seta (costruito nel 1854) e una fabbrica di cioccolata con casa (Ex Cascina Quadri), in sponda nord del naviglio.
La torretta della Villa Angelica
La torretta era decorata internamente con affreschi di figure di danzatrici e segnava il punto terminale di un grande parco che comprendeva, oltre alla villa, anche l'altro complesso del Monastero delle Clarisse (edificato su progetto di Giovanni Muzio nel 1955) nello spazio attualmente compreso tra il confine a monte del naviglio e del parco del Monastero (via Asiago, via Alghero). La proprietà comprendeva appezzamenti per un totale di 143 pertiche circa 94.000 metri quadri di terra fertile da arare con filari di uva e 23 gelsi.
Villa Cottini
“Un’altra villa, di però minori pretese, sorgeva nell’ora palazzo e giardino Cottini, di cui al principiare di questo era proprietario un tal Limito negoziante, che finì a morire fallito e credo anche impazzito. Poi passò nelle mani di un tal Mendel giojelliere, da cui poi rilevò l’attuale casa Cottini. Annesso a questa proprietà vi era un Oratorio in cui si celebrava la Messa prima che la Parrocchia acquistasse l’uso di quello di San Bartolomeo, e il sig. Mendel lo redense nel 1851 per mezzo della Curia Arcivescovile, pagando una somma alla Chiesa di Turro”. La Villa Cottini si trovava in Alzaia Gorla Superiore (oggi Via Bertelli 4/6) ed è quanto risulta dal catasto teresiano (1721); nel XVIII secolo era una dipendenza del Monastero dei Padri Minimi di S. Francesco da Paola che avevano anche una casa in alzaia (Via Dolomiti) oltre a dei terreni retrostanti sulla via per Turro. Nel 1869 il Cottini acquisì i terreni e il Monastero che i Padri Minimi avevano messo in vendita frazionandolo fra diversi proprietari dal 1785. La villa confinava con la casa convento e giardino dei Padri Minimi che risultavano proprietari sino 1786. Nel 1843 la proprietà passò al Mendel e nel 1865 a Mendel Edoardo; Cottini Lorenzo la rileverà nel 1871 insieme ai terreni della proprietà Finzi e del Monastero dei Padri Minimi per poi passarla, nel 1873, in eredità a Cottini Pietro, Angiola e Abigaille. Molto probabilmente si trattava della stessa casa del Monastero dei Padri Minimi abitata prima dai Lonati per 33 anni, dai Favelli per altri 5, dai Limito per 9 anni, dai Mendel per 26 anni e dai Cottini dal 1869. Sullo stipite del portone della Casa dei Ciliegi uno stemma con le iniziali “G. P.” riporta forse alle iniziali di Gropallo Pertusati anche se per la verità i Gropallo Pertusati non l’abitarono mai. È questa la ragione per cui la geografia demaniale dell’area risulta così complicata a fronte delle numerose eredità, donazioni e nuove acquisizioni avvenute almeno fino a tutto il 1882.
I terreni della Villa Dupré e Villa Angelica
Inizialmente nell’area insistevano due ville: la Villa Dupré e la Villa Angelica; l’area occupata dalle ville, circa 166 pertiche, spaziava dalla Piazza Comunale (Ponte Vecchio) al confine con Crescenzago e comprendeva oltre alle due ville, cascine, giardini, orti, lo stesso Oratorio di S. Bartolomeo a quel tempo officiato dal Parroco di Turro e come tale usato fino al 1897. La piccola chiesa-oratorio era affacciata sulla piazza e confinava con la vicina “casa di affitto” per nobili, probabilmente appena dentro la recinzione attuale del giardino pubblico. La proprietà cambiò poi a più riprese: nel 1780 Arrigone A.; nel 1792 Gessati M. A. ; nel 1815 Bordoni G.; nel 1817 Brusati G.; nel 1880 Berini C.; nel 1882 Tirelli L. e I..
Villa Du Prais (Dupré)
“Fin verso la metà di questo secolo Gorla fu luogo quasi esclusivamente di villeggiature dei signori. La prima, ora proprietà Du Prais, posta nella parte orientale del paese e proprio a ridosso del Naviglio del Martesana, era villa principesca con giardino, vigna, darsena, oratorio, rustici, ecc., ricca quindi e amena”. La Villa Du Prais era molto probabilmente la riedificazione di una costruzione precedente che il Marchese Castiglioni aveva in questa porzione di terreno e che si era premurato di servire con un attracco personale delle barche. “Nella prima metà del 1600 - quando i facoltosi sfuggivano al pestifero contagio della città - il marchese Castiglioni, membro del Senato milanese, sotto la dominazione iberica, creava questo luogo di delizie che lungo i successivi secoli- come lo attesta quel tempietto che in compiuto ancor sorge sulla riva del naviglio come riservato luogo di rendez-vous e di buvette - veniva perfezionato ed adornato di statue in pietra arenaria, di fontane, di vivai di pesci”. Successe poi verso la fine del ‘700 che “col trapasso di proprietà del nobile Felber della Scala” vi fu l’ampliamento del parco “che ebbe ancora nuovo incremento colla cessione poi avvenuta all’Arciduca Ferdinando di Austria nella seconda metà del secolo stesso. Il giardino da pochi anni fu dimezzato e ridotto ad ortaglia. Sul margine del Martesana una serie di colonne, e un leone marmoreo che guarnivano la caratteristica darsena, scalo delle barche padronali, denotano ancora la principesca ultima Ausburgica dimora”.
Uno stile “piuttosto grave”
Nel 1884 la Villa Duprais (Dupré) era situata più a nord del complesso della Villa Angelica. La villa aveva certamente un alto prestigio se è vero che nel 1886 il Parroco di Turro Davide Sesia scrisse che la villa a Gorla, sul lato destro del naviglio, era frequentata dallo stesso Arciduca Ferdinando d’Austria. “La prima, ora proprietà Du Prais, posta nella parte orientale del paese e proprio a ridosso del Naviglio del Martesana, era villa principesca con giardino, vigna, darsena, oratorio , rustici, ecc, ricca quindi e amena, ma di uno stile piuttosto grave; non so se sia stata costruita o acquistata e migliorata dall’arciduca Ferdinando D’Austria, il quale vi veniva spesso da Milano con allegre brigate e vi si tratteneva qualche giorno, tal volta vi passava qualche notte, con gran piacere. Morto l‘Arciduca, la villa passò in mano di un Principe Polacco addetto alla Polizia austriaca, uomo a quanto pare discretamente originale che abitava anche lui in città e veniva di quando in quando a passar qualche giorno di svago. Dopo il detto Principe ebbe quella villa diversi trapassi; gli ultimi proprietari furono Brusati, Ramazzotti, Tirelli e ora Du Prais.”
Villa Angelica
La Villa Angelica, propriamente detta, fu costruita nel 1884 a fianco della Villa Duprais; la villa, intestata a Vidonne Angelica maritata Duprais (Dupré) che acquistò il terreno dove poi sarà edificata la villa, divenne subito il punto focale dell’area al centro del nucleo storico di Gorla tra il naviglio, il ponte vecchio, la strada per Crescenzago e gli orti e giardini delle case e cascine verso est, con la caratteristica e inconfondibile torretta che dominava l’ingresso nel tratto propriamente urbano del naviglio. Per anni la torretta divenne il punto di riferimento per tutti gli abitanti di Gorla e un punto visibile di assoluto richiamo nei paesaggi rivieraschi di Gorla.
Una costruzione fantasiosa
L’architettura esotica della villa con le sue ricercate decorazioni in pietra, tetto spiovente a pagoda, curiosi pinnacoli sul culmine del tetto e, soprattutto, con la sua torretta a loggia colonnata sormontata da un terrazzino in struttura metallica, ispirò per anni la fantasia dei Gorlesi. Si trattava certamente di una costruzione fantasiosa ispirata liberamente al gusto eclettico dell’epoca e dedicata alla moglie Angelica da parte del proprietario.
La darsenetta della Villa Angelica
La villa, che affiancava in sponda destra il naviglio, aveva anche una piccola darsena con imbarcadero in muratura usato dai canottieri della Società Canottieri Martesana i quali disponevano abitualmente di uno scivolo nei pressi dei muri di recinzione della villa. Tutto il complesso era inserito in un grande parco contrassegnato da punti di riconoscimento inequivocabili come la curiosa torretta-gazebo con cuspide che s’affacciava anch’essa sul naviglio. La torretta principale della villa, ultimo residuo del fabbricato, venne abbattuta nel 1968; rimane pur tuttavia un residuo di fabbricato nella torretta-gazebo del parco della Villa Dupré in sponda destra del naviglio.
Il vecchio Municipio di Gorla
Nel 1757 il Comune di Gorla (Decreto del 7.02.1757) si staccò dal Comune di Turro cui era aggregato. La Piazza si chiamava allora “Piazza Commune”. L’edificio attuale compare nei mappali del Catasto Lombardo Veneto del 1897 nello stesso luogo dove insiste ancora oggi a lato del Ponte Vecchio. Il borgo era allora raccolto nel punto d'incontro dei due nuclei originari di Gorla disposti, il primo, sul lato orientale della dorsale Gorla-Crescenzago (viale Monza - via Asiago), il secondo sulla direttrice Gorla-Precotto-Turro (via Ponte Vecchio - via Aristotele). La via F.lli Pozzi, che affianca oggi il vecchio municipio, non era stata ancora tracciata. Non si sa quando l’edificio fosse costruito, si sa solo che nel 1882 ospitò, a seguito della revisione catastale da parte della Giunta di Gorla, il palazzo municipale e come tale rimase fino al 14 Dicembre 1923 allorquando il Sindaco L. Mangiagalli di Milano lo inglobò insieme agli altri Comuni dei Corpi Santi nel Comune di Milano. Dopo di allora fu usato come albergo: “Albergo Vecchio”.
Villa Arosio.
Nel 1937 l’edificio comunale fu acquistato dal Dott. Arturo Monti, ma alcuni locali del vecchio municipio furono utilizzati ancora come sede distaccata degli Uffici Annonari. Dal 1992 la casa fu restaurata da Marco Arosio che l’abita tuttora: uno “spazio meraviglioso, di grande effetto”, così la definisce e ritrattista dell’epoca, Attilio Andreoli, ma agli occhi di suo padre questo non bastava e allora cricordandosi della nonna: “faceva la pittrice; negli anni '20 andava a bottega da un noto pittoromprò questa villa isolata nella campagna tra Milano e Sesto San Giovanni per consentirle di dipingere en plein air”. “Quando sono venuto ad abitarci - continua Marco Arosio - il quartiere era completamente cambiato, ma il naviglio e le sue vecchie ville erano rimasti intatti, preservando la loro atmosfera un po’ decadente.” “La Martesana le scorre ancora accanto, con le sue acque ora così limpide. Sotto al ponticello ad arco, a fianco della villa, attraccavano un tempo le chiatte che trasportavano dalle campagne radici e piante utili alla lavorazioni di essenze e profumi, perché questo era il lavoro del suo primo proprietario. Eppure tutto intorno, oggi, scorre il traffico caotico delle arterie che portano al Nord: Sesto San Giovanni, Monza, la Brianza, la Svizzera”.
Villa Singer
Accanto al vecchio municipio la Villa Singer di Cesare Singer era una palazzina di quattro piani e diciassette vani costruita nel 1906 nelle adiacenze del vecchio municipio in via Bezzecca 2/4 (oggi, via Pozzi 4).
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Informazioni, rielaborazioni, testi…tratti da:
-Giorgio Giulini nel libro “Memorie spettanti alla storia e al governo e alla descrizione della città e campagna di Milano ne' secoli bassi, Milano, 1760.
-Città con suoj Borghi e Corpi Santi di Milano. 1781. Costituzione della Comunità dei Corpi Santi. Archivio di Stato di Milano.
- Gorla. Pieve di Bruzzano. Piazza Commune. 1721. Mappe piane. Mappe di Carlo VI , 28 fogli, 1721. Archivio di Stato di Milano.
- Storia della Società de’ Corpi Santi colla comune di Milano e suo scioglimento, Archivio di Stato di Milano.
- “Proposta di una nuova pianta del personale da parte del l’I.R. delegazione provinciale”, Archivio di Stato di Milano.
- Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano, 1857.
- “Memorie stese dal parroco locale e pubblicate nella faustissima benedizione e inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale”. Milano, Sac. Davide Sesia. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886.
- Gian Pietro Lucini, da “l’Ora Topica” di Carlo Dossi, Cap. IV, Passeggiata sentimentale per la Milano di “l’altrieri”.
- Testimonianza di Gino & Michele, in “L’humus di Zelig e il Comico a Milano”.
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“Del Lago di Como è emissario l’Adda”
“Del Lago di Como è emissario l’Adda; sicché, volendo unirsi a questo, bisognava tirar un naviglio sino a quel fiume. Nel 1457, ducando Francesco Sforza, si costruì un canal dal castel di Trezzo alla città, e denominossi dalla Martesana, contado che traversa.
Diressero i lavori l’ingegnere Bertoli di Novate e il commissario Rosino Piola; si formò lo sprone, che protendesi nell’Adda metri 118, disposto a piano inclinato, colla cresta elevata appena quattro braccia, affinché traboccandone l’acqua nelle maggiori gonfiezze, mantengasi a quasi costante livello il canale”. Il naviglio aveva una portata di 34,5 metri cubi e uno sviluppo chilometrico di km 38,721, dall’incile vecchio di Trezzo sull’Adda al Tombone di San Marco in Milano. “Dal Castel di Trezzo il naviglio è, per quasi 5 miglia, scavato nella costa dell’Adda, passando per Concesa e Vaprio, sostenuto da arginature, che si elevano da uno fin a 40 braccia; onde, a chi passeggi la strada dell’ alzaja, offre spettacolo singolare l’acqua, che al disotto vorticosa e spumante frangesi tra i massi, mentre in alto, assoggettata ai voleri dell’uomo, lenta sospinge o scarsamente resiste alle navi, che vi son rimorchiate da pazienti cavalli.” Fu restaurato nel 1571, allargato dall’incile a Groppello, reso più profondo nell’alveo; ritornò completamente navigabile nel 1574. La navigazione lungo il Martesana assunse ben presto una funzione strategica di confine con la Repubblica Veneta. Lungo l’asse del naviglio correva il commercio di materie prime e prodotti fra l’Adda, finestra commerciale delle merci provenienti dalla Valtellina-Valsassina, e la città di Milano. La sua realizzazione aprì, di fatto, una direttrice fondamentale per la sopravvivenza degli stessi mercati milanesi.
Il Naviglio Martesana
Il naviglio fu realizzato a tempo di primato in soli sei anni, fra il 1457 e il 1463, e stupì per l'arditezza del letto del canale, scavato a mezza costa, e la pendenza del corso d'acqua che lo mettevano in grado di provvedere anche all'uso irriguo. Fu scavato nel ceppo vivo della valle dell'Adda ai margini del terrazzamento argilloso della Pianura Padana, dal vecchio incile di Trezzo sull’Adda (di cui rimane una pietra angolare a pelo libero) al congiungimento con la Fossa interna dei Navigli Milanesi presso la Conca dell'Incoronata. "Son lode della prima costruzione gli scaricatori (travaccatori), posti a tratto a tratto per l'uopo stesso, e le botti sotterranee per le correnti vive che lo traversano, fondate sulla teorica del sifone". (C. Cantù, Illustrazione del Regno Lombardo-Veneto, Milano, 1857). Il naviglio non solo assicurava il movimento di uomini e mezzi, ma alimentava a sua volta numerose rogge e cavi idraulici nella zona di Gorla che si venne così a trovare all’origine di una fitta canalizzazione irrigua, originata dal naviglio, che confluiva poi nei canali e nei fiumi secondari lombardi (Redefossi, Vettabbia, Lambro), assicurando in tal modo l’approvvigionamento di acqua ai campi e alla città.
Il “Contado Martesana”
Le fonti documentarie più antiche sulla conformazione territoriale dei Contadi segnalano come già nel 931 il termine Martesana identificasse un’area territoriale ben definita, ma le prime testimonianze documentarie certe sulla sua organizzazione come Contado rurale risalgono solo al 1158. Nel 1163 il territorio del Contado del Martesana risultava delimitato dal torrente Molgora e dal fiume Seveso che segnavano anche il confine occidentale con il Contado del Seprio, dalle zone montuose del territorio lecchese a nord e dal territorio della Bazzana a sud. Più scarse e datate sono le notizie sull’esistenza dell’entità territoriale che si identificava con il termine Bazzana. Le prime testimonianze risalgono al XII secolo e sono costituite da atti di cessione di rendite o di acquisto di terreni “siti in Bazana”; ciò consente di sostenere che il territorio della Bazzana occupasse l’area posta verso i confini meridionali e orientali della campagna milanese. Lo stesso “Liber consuetudinum” del 1216, codificando la diversità giuridica fra le terre comprese entro un raggio di sei miglia attorno alla città e quelle al di fuori di tale raggio, distingueva per la prima volta i territori della Bazzana dal resto della campagna milanese senza però dare a tale circoscrizione una chiara e definita delimitazione territoriale. Intorno alla seconda metà del XIII secolo iniziò il processo di aggregazione dei territori della Bazzana al Contado del Martesana: le Pievi di Cesano Boscone, nucleo primitivo del contado, e quelle di Rosate, Decimo, Locate, Segrate, San Donato, San Giuliano e Settala incominciarono ad essere gradualmente accorpate ai territori del Martesana e subordinate alla giurisdizione del suo Capitano.
Aggregazioni di case a nord e sud del Martesana
La differenza fra l'alta e la bassa pianura s’imponeva visivamente per la diversità delle terre del Martesana e del solco aperto fra il terrazzo argilloso delle terre asciutte, a nord del naviglio, e la fascia irrigua, a sud del naviglio. A nord: "I villaggi che a piccolissime distanze incontransi per tutto l'alto milanese, sono in gran parte aggregati di case, abitate dalla popolazione che coltiva i poderi circostanti.” A sud: "Inoltre scorgonsi qua e là ne' nei campi grandiose cascine, fabbricate con non comune solidità, e spesso anche con eleganza".
Il Naviglio “Piccolo” all’interno della città di Milano
Il Naviglio Martesana, chiamato fin da subito “Naviglio Piccolo” per differenziarlo dal Naviglio Grande (o di Gaggiano), si avvalse dell’esperienza diretta della Scuola Idraulica Milanese, in particolare di Filippo degli Organi da Modena e Fioravanti da Bologna, che avevano già realizzato la Conca di Viarenna, sul Naviglio Grande (1439) . La Conca di Viarenna metteva in comunicazione la Darsena di Porta Ticinese con la Cerchia Interna dei navigli. In Milano, il Martesana s’immetteva nella Fossa interna presso il Tombone di San Marco. La Cerchia Interna si distendeva per 5,25 chilometri, vincendo il dislivello fra San Marco e Porta Ticinese, che era di 6,99 metri, con 5 conche, tutte disattivate ad eccezione della Conca dell’Incoronata (via Castelfidardo) e della Conca di Viarenna o di Nostra Signora del Duomo.
La Fossa Interna dei Navigli Milanesi
La Fossa interna, alimentata dal Seveso, dalle risorgive e successivamente dal Martesana, era larga il doppio e anche più profonda, ma non era navigabile. “In seguito alla costruzione del Naviglio del Martesana, la fossa dei navigli fu ridotta in larghezza in modo da ricavare delle aree per il deposito di merci nei terrapieni a lato del naviglio, meglio se porticati. “
L’allacciamento alla Fossa Interna dei Navigli Milanesi
Nel 1494 Ludovico il Moro ordinò il rifacimento degli argini del Martesana, l’allargamento dell’alveo e l’abbassamento del fondo per garantire la navigazione e l’uso irriguo; pretese che il Martesana fosse allacciato alla Fossa Interna dei Navigli Milanesi e per questo incaricò lo stesso Leonardo da Vinci che si premurò di realizzare il collegamento, il 13 ottobre 1496, con tanto di patente ducale e “sigillo ducale” della Conca dell’Incoronata (via Castelfidardo). L’allacciamento vero e proprio avveniva, però, all’incrocio con via Fatebenefratelli (Piazza San Marco); una derivazione del naviglio alimentava anche la fossa del Castello Sforzesco ad uso irriguo. “Dopo la Conca di San Marco, il Naviglio piega a mancina, e circola per 3373 metri, moderato dalle conche del Ponte di Marcellino e di Porta Orientale. Al Ponte degli Olocati torce verso Viarenna per unirsi al Grande; tratto di 585 metri, con una conca. Di là del ponte degli Olocati, la fossa interna alimentata dalla gora del Castello, per 1195 metri, con una conca. L'opera era compiuta nel 1497.”
Conflitti d’interesse
Ben presto sorsero conflitti d’interesse tra la navigazione e l’irrigazione. La tassazione dell’uso dell’acqua, pratica assai fiorente all’epoca, fece il resto. L’annoso problema che accompagnò la gestione del Naviglio Martesana riguardava proprio l’utilizzo e la concessione delle numerose bocche per l’irrigazione disseminate lungo tutto il suo percorso; le bocche irrigue in periodi di scarsità d’acqua limitavano il regolare svolgimento della navigazione; viceversa, l’utilizzo dell’acqua per scopi commerciali limitava l’erogazione dell’acqua per fini irrigui. A questo scopo furono emanati nel corso del tempo diverse “grida” che venivano affisse nei locali pubblici (“hostarie”) perché fossero di dominio pubblico. L’inottemperanza alle disposizioni comportava spesso delle punizioni esemplari, non solo multe, anche pene corporali da eseguirsi sulla pubblica piazza.
Donazioni e concessioni
Donazioni e concessioni venivano usate come merci di scambio in cambio di favori politici. Essendo il naviglio trattato dal Duca come un bene privato, la disciplina delle sue acque era sottoposta al volere e, alle volte, ai capricci dei vari governanti e possessori di terre. Nel 1509 i Deputati della Fabbrica del Duomo lo chiesero addirittura in regalo al Re di Francia. Successe anche che nel 1515 Massimiliano Sforza, poco prima di abbandonare la città in mano ai Francesi e per pagare i debiti contratti per la guerra, vendette acque, alveo, rive e diritti sia del Grande che del Martesana alla Città di Milano. Il successore, Francesco I, mancando il pagamento dei cittadini, lo avocò nuovamente a sé considerandolo una proprietà ducale.
La fascia delle terre asciutte
E in effetti gran parte della fortuna delle bassa dipendeva dall'andamento stagionale mentre la fascia asciutta poteva contare su prodotti non copiosi ma sicuramente più vari. "Alla vigna e al gelso ivi s'aggiunge l'ulivo, e vi fanno corona i verdi gioghi di verdura festanti, ove si alternano annosi boschi di castagni con belle praterie, che nella stagione estiva, danno pascolo a numerose mandrie.” Dalla Volta di Cassano in direzione di Milano, il paesaggio del Martesana cambiava decisamente volto per assumerne uno contrassegnato da ampi campi coltivati in terreno asciutto (terre alte) a nord del corso d’acqua e, a sud, da ampie distese irrigue fra rogge e fontanili. Il territorio delimitato dalla Statale Padana Superiore SS. 11 (Milano-Torino), dalla Roggia Crosina, dal Naviglio Martesana, dalla fascia dei Torrenti Molgora e Trobbia, segnava anche la linea di confine fra la base sinuosa dei rilievi morenici (da Somma Lombardo a Paderno d'Adda) e la fascia irrigua attraversata nella sua estensione da nord a sud dal Canale Muzza.
Custodi e campari. Ingegneri ducali camerali
La speranza dei milanesi di ergersi a padroni assoluti dei commerci via acqua riscuotendo imposte di transito, dazi e gabelle sulle merci in transito, fece sì che ogni controllo sulla navigazione fosse demandato a custodi o "campari" di nomina governativa e che la stessa navigazione fosse regolata scrupolosamente dalle "grida speciali" affisse nelle osterie e nelle stazioni di sosta dei barchetti. Alla cura dei navigli venivano preposti diversi "custodi o campari" distribuiti lungo tutta la linea dei canali: una professione certamente remunerativa e carica di favori. Alla supervisione delle varie opere venivano invece preposti gli ingegneri ducali camerali ed altri agenti della Regia Camera che operavano sotto la direzione del Magistrato delle Acque.
Ordinanze e leggi speciali
Una delle condizioni ottimali della navigazione era il mantenimento costante del livello delle acque che doveva convivere con l'irrigazione delle terre e l'uso dell’acqua che i vari possessori di privilegi esercitavano sulle bocche di presa. Per ovviare a tutto questo venivano emanate delle ordinanze e leggi speciali che intimavano la chiusura perentoria di determinate bocche in periodi stabiliti limitando in tal modo il danno che ne veniva alla navigazione. Le numerose grida che ingiungevano multe verso i contravventori alle grida ricordano i tanti litigi scoppiati fra gli stessi barcaioli; multe che si spingevano in taluni casi fino a bandire il contravventore o ad imprigionarlo per violazione delle norme prestabilite nel bando; in altri casi ancora giungevano fino alla punizione corporea (con frusta) sulla pubblica via. Il privilegio di disporre, dunque, dell'uso dell'acqua era entrato in uso a discrezione dei vari regnanti come un bene prezioso che andava conquistato e mantenuto a caro prezzo. "Difatti il commercio dei canali del Milanese era divenuto per se stesso un articolo rilevante delle entrate ducali a motivo dei dazi ordinari imposti sulle merci".
Imposte della "catena e della conca"
Inoltre l'acqua veniva adoperata come bene di scambio per ingraziarsi favori o per imporre delle tariffe fisse di riscossione d'imposte dette della "catena e della conca". "Istituiti originariamente sulle merci e prodotti navigati per esonerare la Camera dalle spese di riparazione e manutenzione dei canali medesimi. In seguito i dazi vennero trasformati in diritti fissi di navigazione devoluti al Principe, sullo stesso livello delle altre entrate dello Stato".
Il “modulo magistrale milanese”
Come misura della portata d'acqua da regolamentare i milanesi inventarono il cosiddetto modulo magistrale milanese collocato "in fregio ai canali distributori, cioe' nel loro margine. E' formato di un canale di derivazione e serve per misurare la portata dell'acqua, in due parti chiamate trombe, di cui l'una succede all'altra, lunga ciascuna poco meno metri 6". Come si può facilmente intuire l'acqua costituiva una fonte principale del reddito ducale. Questa complessa pratica secolare trovava la sua intima giustificazione nell'economicità del trasporto via acqua e non fu abbandonata neanche quando il progresso delle ferrovie sembrò spazzare via in un solo colpo la tradizione e la letteratura dei traffici lungo i navigli, almeno nella seconda metà del XIX secolo.
"Da Lecco portano a Milano”
Con la realizzazione del Naviglio Martesana e del Naviglio di Paderno (1777) nel tratto tra Paderno d’Adda e Cornate (Valle della Rocchetta) la navigazione dal Lago di Lecco allo sbocco nel Po vedeva al lavoro una flotta di barche che "...da Lecco portano a Milano calce, carbone, legna d'ardere o da opera, gesso, fieno, sassi da calcina o di fabbrica; oltre 150 zattere di tronchi uniti e galleggianti. Discendendo, si va da Lecco a Brivio al naviglio in un'ora; tre e mezzo si consumano in questo; una e mezzo dallo sbocco fin a Trezzo, poi da Trezzo a Milano 8 ore; in tutto 21. Da Lodi a Pizzighettone voglionsi 9 ore, e 3 a giunger allo sbocco […] In estate consumansi 9 giorni da Milano a Brivio, e uno da Brivio a Lecco: d'inverno fin 15 giorni. Dalla confluenza in Po sino a Pizzighettone si tiene un giorno e mezzo, quattro e mezzo da Pizzighettone a Lodi."
Le merci trasportate
Le merci trasportate via acqua erano principalmente (in discesa) pietre da taglio e pietre lavorate, calcine diverse, laterizi, metalli, sabbia e ghiaia, armi e arnesi in ferro battuto, vettovaglie e prodotti agricoli, legna e carbone; dalla città ascendevano, invece, verso il Lago - non essendo i canali navigabili in ascesa da barconi carichi - manufatti e principalmente sale. Nella darsena milanese di Porta Ticinese confluivano i barconi carichi di sabbia e ghiaia del Ticino; in San Marco faceva tappa, invece, la flotta del Contado del Martesana, della Valtellina, della Valsassina e delle valli bergamasche che trasportava seta, carbone di legna, ferro, marmi e pietre che venivano poi stipati, sin dai tempi della Repubblica Veneta e del Ducato di Milano, nei magazzini di San Marco e nelle sciostre del fossato interno dei navigli.
Il Porto in terra di San Marco
L’importanza delle merci trasportate dal versante orientale portò alla creazione di un vero e proprio "Porto in Terra" in zona San Marco presso lo storico "Tombone" tanto caro a Filippo Turati che lo immortalò nella sua celebre poesia ispirata al “Gorgo malefico”. L'area assolveva alla vocazione portuale di Milano e ancora l'avrebbe assolta, almeno fino al 1929 anno di definitiva cessazione della navigazione all'interno della città di Milano se è vero che la navigazione lungo il Martesana fece registrare un traffico, nel trentennio 1850-1880, di 1.400 tonnellate (media annuale in ascesa) e 76.000 tonnellate (in discesa) contro i 1.500 in ascesa e i 142.000 in discesa del Naviglio Grande.
Le sciostre
In seguito alla costruzione del Martesana la fossa dei navigli fu ridotta in larghezza in modo da ricavare delle aree per il deposito di merci nei terrapieni porticati a lato del naviglio; tali spazi vennero chiamati in dialetto "sciostre" da "claustrae", strutture semiaperte, poste solitamente in sponda al naviglio per deporre e serbare robe varie, soprattutto materiale non deperibile ad imitazione dei portici dei chiostri conventuali. Accanto ai mercati di approvvigionamento delle merci si svolgevano quotidianamente al levar del sole anche le tratte della manodopera; famoso era il mercato dei muratori di via Pontaccio.
Conche, darsene, ponti
Conche, darsene, ponti furono pensati e realizzati al servizio esclusivo della navigazione e del movimento di uomini e persone lungo le alzaie. Molti di questi manufatti non furono, però, realizzati spesso per mancanza di fondi. Così fu per il ponte-canale del Martesana sul Lambro all’intersezione delle Conche di Gorla e della Cassina de Pomi; il ponte fu progettato con 6 archi ma non venne mai realizzato. “Al luogo dell'intersezione del fiume Lambro col Naviglio del Martesana era stato costrutto in origine un ponte-canale per l'innocuo passaggio delle acque del fiume, e più sotto sulla continuazione del canale navigabile un sostegno detto la Conca di Gorla. Ignorandosi ora lo stato preciso della prima costruzione di tali edifici non si saprebbero indicare i loro difetti; ma si sa però che la posteriore sistemazione delle ultime tratte del Canale Martesana vi portò la costruzione di un sostegno nel luogo così detto la Cassina de' Pomi posto a qualche miglio di distanza da Milano. Questo sostegno rendeva inutile la conca di Gorla, e per il motivo di schivare diversi inconvenienti venne rappresentato a Francesco II Sforza come cosa utile il far levare ambedue quegli edifizi ed il lasciar decorrere liberamente le acque del fiume Lambro nel letto del Naviglio del Martesana. Una tal opera essendo di pura distruzione, e perciò non incompatibile colle finanze dello Stato a quell'epoca, fu ordinata ed eseguita verso il 1533. Dopo di ciò restava per altro ancora un grande difetto al Naviglio del Martesana nella libera intersecazione delle sue acque con quelle del fiume Lambro, la quale in tempo di piena metteva in pericolo le barche cariche al loro passaggio, e ad ogni momento cagionava dispendi alla Camera e incomodi alla navigazione colle rotture e cogli interrimenti. Per riparare pertanto una volta per sempre anche a questi disordini del passaggio del Lambro fu progettata, fin d’allora una fabbrica di ponte canale in sei archi; ma tale idea, avendo poi finito coll’essere abbandonata per mancanza di mezzi economici, vi ha dato luogo al ripiego tuttora sussistente. Questo sta nell’aver ridotto le sponde in quel punto del Naviglio del Martesana al puro necessario per contenere soltanto le acque ordinarie; nell'avere di più sulla sinistra aperto molti ampi paraporti per isfogo delle acque e delle materie portate sulla destra dal fiume, e nell'avervi fabbricato sopra i paraporti un ponte di pietra a diversi archi per la continuazione della strada dell'alzaia.” Evidentemente le preoccupazioni di soddisfare ambedue le funzioni del naviglio, irrigua e commerciale, costituì il perno del problema Martesana che, a differenza del Naviglio Grande, interessò più direttamente i borghi cittadini. Se il Grande serviva principalmente la Fabbrica del Duomo, il Martesana serviva, invece, una causa più grande che lo connotava più come naviglio urbano. Molti furono i problemi che si addensarono sulla sua sorte che risentì, più di ogni altro naviglio, delle ingerenze della cosa e del bene pubblico.
I ponti
Nella gestione della cosa pubblica rientravano anche i ponti: Gorla ne aveva due, il Ponte vecchio che collegava Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla con Via Bertelli-Dolomiti lungo la direttrice per Turro e il Ponte obliquo di Viale Monza lungo la direttrice per Precotto - Sesto San Giovanni. Il Ponte Vecchio, fu costruito nel 1703 in blocchi di pietra di ceppo dell’Adda (puddinga); le rampe di accesso al ponte, pavimentate su ambedue i lati in ciottoli tondi di fiume, formavano un disegno a “rizzada” (disegno a spina di pesce). La sua morfologia, piccola e arcata, permise il passaggio dei barconi sotto le sue arcate almeno fino al 1952, anno in cui il naviglio fu declassato dalla categoria di canale navigabile. Fuori dall’alveo il piccolo ponte serviva, invece, il traffico veicolare di carretti, carrozze e pedoni. Il Ponte obliquo di viale Monza, realizzato nel 1838, aveva invece dei bugnati applicati a rinforzo e decoro delle sue spalle. “Si cominciarono i lavori di essa e del ponte nel febbraio 1838, e al fin di maggio era chiusa la volta del ponte, al fin di agosto compite anche le opere accessorie”. “L'ingegner Carlo Caimi die' prova d'abilita' facendo i lavori al ponte senza levar l'acqua al canale. Esso ponte ha di lunghezza sull'asse del naviglio metri 31; di larghezza fra spalla e spalla metri 14.”
La Conca di Gorla
Alcuni anni più tardi, durante la dominazione spagnola, venne decisa nel 1549 una deviazione del corso del Naviglio Martesana presso la Cassina de’ Pom per non intaccare la cinta murata gonzaghesca posta a fortificazione di Milano. La situazione politica di Milano in quegli anni non era certo la più favorevole per una rapida esecuzione di lavori di quel genere. Due anni più tardi, nel 1533, il Duca di Milano ribadiva la necessità della distruzione della Conca di Gorla e della modifica del fondale del Naviglio. Nemmeno questo pressante invito ottenne, però, il risultato sperato e la realizzazione del progetto rimase un altro dei problemi lasciato in eredità agli Spagnoli che due anni più tardi divennero i nuovi dominatori di Milano. È così che apprendiamo dell’esistenza di una Conca a Gorla e della ferma volontà di eliminarla per pareggiare il livello delle acque: conche e scolatori servivano allo scopo. Le uniche notizie certe sull’esistenza della Conca di Gorla derivano quasi esclusivamente dalle note di una lettera del Duca Francesco Sforza II nella quale si chiedeva al luogotenente Bentivoglio di “levare la Conca di Gorla”; a sostegno dell’istanza il Duca scriveva “doversi murare la città di Milano… far levare la conca di Gorla, ed abbassare il fondo del Naviglio Martesana fino al Lambro e più oltre secondo il bisogno onde riesca più spedito il corso dell’acqua”. Evidentemente occorreva una maggiore velocità dell’acqua per scopi commerciali, ma anche e, soprattutto, per usi militari affinché il “corso de l’aqua sii expedito”; si era intorno al 1470. Nel 1535 la Conca di Gorla fu demolita come da decisione di Francesco II Sforza per la fortificazione di Milano. “L’importante modifica al sistema conche fu proposta nel 1531 da Francesco II Sforza con comunicazione al governatore Bentivoglio di aver dato ordine ai Maestri delle entrate di far togliere la Conca di Gorla e di abbassare il fondo del Naviglio fino al Lambro; questo per avere più acqua per facilitare il trasporto di materiali per la costruzione della cinta muraria progettata da Girolamo Melzio per ordine del duca”.
I barconi
I barconi portavano a Milano sabbia, ghiaia, pietre da costruzione e materiale edile; fieno, paglia e granaglie dalle campagne, vino, forme di formaggio, bresaole e prosciutti, ma anche latte fresco, uova, frutta, pesci di acqua dolce, verdura, piccoli animali domestici per le tavole dei milanesi e poi ferro e acciaio lavorato, minerali, carbone di legna e legna da ardere. Nel 1884 l’ingegnere Gallizia ci informava che le barche del Martesana e del Lario erano di tre tipi: le “grandi” (barconi), lunghe 24 metri capaci di un carico di 36 tonnellate; le “mezzane”, lunghe 22 metri, dalla portata di 32 tonnellate; infine i “borcelli”, lunghi 18 metri, capaci di 25 tonnellate. Tutti barconi portavano carichi consistenti mentre i “barchetti” coperti e scoperti erano in grado di trasportare modeste quantità di merci (un terzo o un quarto della portata dei barconi più grandi) e anche passeggeri. "Le navi sui navigli denno essere lunghe da 18 a 24 metri; larghe da 4,20 a 4,60 sul fondo. Una nave di carico ordinario, cioè che peschi metri 0,70, giunge ora da Lecco a Brivio in 3 ore, di quivi a Paderno in una, in due percorre il Naviglio; in un'altra arriva alla chiusa di Trezzo, e 8 ne consuma nel canal del Martesana, cioè ore 15 in tutto per correre metri 73,475. La fossa interna della citta' fra i due tomboni, lunga metri 5090, vuole 4 ore con barca carica." .
L’attiraglio delle “cobbie”
Alla flotta si doveva aggiungere il parco animale (cavalli) per l'attiraglio contro corrente delle cobbie. "Molta maggior fatica richiede il rimontare, al qual uopo si uniscono in convogli che dicono cobbie. Una cobbia di 5 barche tirata da 5 cavalli, risale il naviglio del Martesana in 36 ore; in 8 da Trezzo a Paderno con 10 o 12 cavalli". In altri casi si “uniscono in 'cobbie' fin di 10 o 13 secondo la piena, e vi si attaccano 10, o 21 cavalli, con cui, eccetto il naviglio, si tirano fin a Garlate. Di là procedono a vela e remi.” I barconi vuoti risalivano il corso del naviglio a gruppi di due o tre trainati da quattro cinque o più cavalli. Quando incontravano un ponte il conducente spronava i cavalli ad accelerare il passo per dare più velocità ai barconi, li sganciava dalle borche e faceva passare le corde dall’una all'altra parte del ponte per riattaccarle poi ai cavalli; questa operazione doveva essere ripetuta ad ogni ponte Era un lavoro che andava fatto con una certa velocità e tempestività per evitare spiacevoli inconvenienti. Più tardi i cavalli furono sostituti dal trattore, ma la tecnica non mutò; i battelli rimorchiatori sostituirono successivamente il trattore il che permise ai battelli, dotati di un’elica per le manovre e non già per la propulsione, di agire direttamente nell’alveo del canale. Quando il barcone giungeva a destinazione il timoniere saltava a terra e con una grossa fune, che avvolgeva alle bitte fissate al suolo, arrestava la corsa del barcone vincendo in tal modo l’abbrivio; una sola bitta non bastava per cui bisognava avvolgere la fune attorno a più bitte. Qui il barcone veniva scaricato con gru girevoli e travasato nei silos dalla sagoma simile alle tramogge dei mulini; una volta scaricato, il barcone veniva approntato per una nuova risalita facendo rientrare semplicemente il timone del barcone giacché le barche del Martesana non potevano contare su spazi sufficienti per operare un’inversione di rotta nell’alveo del canale; per questo erano dotate di una conformazione a doppia prua del barcone.
Il “percorso della catena”
Per breve tempo, nel tratto tra la Cava Gaggiolo di Vimodrone e il porto in terra della Cassina de’ Pom a Greco, fu in funzione un servizio di risalita a cremagliera che riportava le barche alla cava senza l’impiego di cavalli, trattori, battelli rimorchiatori: una catena di ferro posta sul fondo del canale agganciava le barche e le trainava lungo quello che venne definito il “percorso della catena”. “Dopo il primo aggancio all'inizio del percorso una ruota di acciaio con la gola opportunamente sagomata a femmina di catena, posta sul battello e ruotante per mezzo del motore di bordo, ingoiava man mano la catena procedendo e riadagiandola sul fondo del naviglio. La catena altro non era che una cremagliera e la ruota il pignone; il battello misurava circa 7 metri di lunghezza e metri 2,5 di larghezza. Gli anelli della catena avevano una lunghezza di 7 centimetri circa, il tondino misurava 1 cm. I barconi discendevano uno alla volta con un intervallo di tempo pari al tempo di carica del barcone successivo. Un solo conducente li guidava mediante un lungo timone di 8 o 10 metri di lunghezza. Posta trasversalmente al barcone c'era anche una tavola, lunga quanto la larghezza del barcone, e dietro, fissato al barcone, un palo verticale che serviva d'appoggio al timone. Il timoniere camminava avanti ed indietro su questa tavola col palo appoggiato sulla spalla abbordando le sinuosità del Martesana”. (Testimonianza di Vigotti Ambrogio). Tutto questo avveniva agli albori della grande ricostruzione di Milano, dopo la fase di ristagno dell’epoca ottocentesca, e durò fino al 1952 anno in cui cessò ufficialmente la navigazione sul Naviglio Martesana.
Il Naviglio di Paderno
Per completare il disegno della navigazione continua dal Lago di Lecco a Milano Francesco I, su invito pressante dei commercianti milanesi, cercò di rendere navigabile l’Adda a nord di Trezzo sull’Adda con un concorso di progetti e uno stanziamento delle entrate per gli anni a venire. Il progetto del Naviglio di Paderno prevedeva la costruzione di una bretella parallela all’Adda che permettesse di superare le Rapide di Paderno senza i complessi e costosi trasbordi delle merci a dorso di mulo, dallo Sperone dei Francesi alla Valle della Rocchetta. Qui, Leonardo da Vinci studiò a più riprese la possibilità di aprire un canale nell’alveo del fiume e, sempre qui, lasciò degli appunti sui suoi sopralluoghi che gli fornirono lo spunto per lo sfondo dei suoi quadri più celebri fra cui la “Vergine delle Rocce” (località “Li Tre Corni”). Il progetto non ebbe, però, il successo sperato per l’ingente somma di denaro richiesta e lo sperpero pubblico che ne seguì. Fu ripreso molti anni dopo, nel 1777, dal governo austriaco che, abbandonato il disegno iniziale dell’unica grande conca (Castello) di Giuseppe Meda, distribuì il superamento del dislivello del fiume lungo una successione di conche lineari.
Il paesaggio “costruito”
Le numerose opere idrauliche disseminate lungo il percorso del Martesana, frutto di geni solitari ma anche della tradizione tecnica della Scuola Idraulica Milanese e Lombarda, mettevano il naviglio in grado di provvedere, su tutta la linea al trasporto, all'uso irriguo e all’utilizzo di forza motrice per gli opifici idraulici.
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Informazioni, rielaborazioni, testi…tratti da:
- “Liber consuetudinum Mediolani”, Anni MCCXVI, Ex Bibliotechae Ambrosianae Codice, curante Prof. Francisco Berlan, MDCCCLXVI.
- Carlo Pagnano in “Decretum supra Flumine Abduae”. 7.07.1516. Mediolani 1520. Fondo Acque. Archivo di Stato di Milano.
- Sforza Francesco II - Autografi di Principi secolo XVI. Autografi (24.01.1531). Fondo Acque. Archivio di Stato di Milano. A. Calderini “Milano Archeologica”, in Storia di Milano Vol. I, Le origini e l’età romana. Milano, 1953.
- Museo patrio di archeologia di Milano (1862 - 1903). 1881 n. 114.
-Giorgio Giulini nel libro “Memorie spettanti alla storia e al governo e alla descrizione della città e campagna di Milano ne' secoli bassi, Milano, 1760.
- Dagli “Statuti delle Strade e delle Acque del Contado di Milano” redatti nel 1346.
-Città con suoj Borghi e Corpi Santi di Milano. 1781. Costituzione della Comunità dei Corpi Santi. Archivio di Stato di Milano.
- Gorla. Pieve di Bruzzano. Piazza Commune. 1721. Mappe piane. Mappe di Carlo VI, 28 fogli, 1721. Archivio di Stato di Milano.
- Storia della Società de’ Corpi Santi colla comune di Milano e suo scioglimento, Archivio di Stato di Milano.
- “Proposta di una nuova pianta del personale da parte del l’I.R. delegazione provinciale”, Archivio di Stato di Milano.
- Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano, 1857.
- “Memorie stese dal parroco locale e pubblicate nella faustissima benedizione e inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale”. Milano, Sac. Davide Sesia. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886.
- Filippo Turati, da “Il Naviglio”, Strenna del Pio Istituto dei Rachitici di Milano, Ed. Civelli, Milano 1886.
- Gian Pietro Lucini, da “l’Ora Topica” di Carlo Dossi, Cap. IV, Passeggiata sentimentale per la Milano di “l’altrieri”.
- Testimonianza di Vigotti Ambrogio.
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Le “Bocche”
Ai privati veniva concesso d’estrarre dalle bocche once d’acqua per scopi irrigui, ma anche per la forza motrice dei mulini. L’acqua era una preziosissima fonte d’introiti camerali, disciplinata da precise disposizioni. Numerosi documenti attestano l’esistenza di veri e propri contratti. Le concessioni erano ereditarie per cui i discendenti potevano fruirne pur non avendo acquisito nessun merito al riguardo. Anche i Monasteri beneficiavano di tali consuetudini.
Le rogge
Le rogge che interessano Gorla ed aree limitrofe originano quasi tutte dal naviglio; a partire da est: la Roggia Scagna (o Dal Verme), la Roggia Giulina e Dardanona (o Beolca), la Roggia delle Monache della Vettabbia, la Roggia Visconti o Piccapietra, la Bocca del Monastero di Casoretto (gravitante nel territorio di Crescenzago).
L’oncia magistrale milanese
La misura dell’erogazione veniva effettuata mediante l’oncia magistrale milanese: si trattava di una misura di portata usata nel Ducato di Milano dal 1400 al 1800 circa; analoghe misure erano quelle dell’oncia lodigiana e di quella Cremonese. La misura dell’acqua fu definita dall’ingegnere Giacomo Soldati nel 1574 come il quantitativo di acqua estratto da un apposito manufatto (bocca) costruito secondo misure precise (larghezza e altezza della bocca, battente di liquido, ecc.) ai fini della determinazione della somma da pagare. L’oncia magistrale milanese valeva circa 36-40 litri al secondo. Per dare un’idea pratica, tutte le rogge del Martesana avevano una portata stimata fra le 2, 3 once per le più piccole e 10,12 per quelle più grandi. In seguito la costruzione e la manutenzione delle rogge e dei cavi fu disciplinata dalla Legge 20 maggio 1806 che impegnava gli utenti in ragione e in proporzione del rispettivo godimento. Spesso gli utenti si riunivano in consorzi.
In “carico” al naviglio
A Gorla le acque originavano quasi tutte dal Naviglio Martesana. Da un elenco dettagliato delle bocche: in sponda sinistra, a circa 78 metri dal Ponte di Crescenzago, le Bocche Giulina e Dardanona (in carico a Luigi Perego). Queste due bocche si riunivano subito a valle delle prese e costituivano la Roggia Dardanona0, che per un lungo tratto percorreva la Via Padova. Dopo circa 438 metri, vi era il Bocchello delle Monache della Vecchiabbia (poi detta Vettabbia), in carico a Antonio Meli. Le monache avevano un Monastero in Corte Regina, con terreni irrigati dalla roggia. A 464,21 metri la Bocca Visconti presso la Cascina Piccapietra, in carico alla Congregazione di Carità (un guado di 3 metri serviva la lavanderia della Fabbriceria della Chiesa Parrocchiale, proprietaria per altri 396,5 metri del tratto di canale). A metri 64,70 la tombinatura sotto il naviglio della Roggia Scagna (in carico al Dal Verme); alla distanza di 549 metri, la Bocca Taverna, per 10 once magistrali continue di acqua (in carico al Taverna); a 379 metri dalla Bocca Taverna fino al guado davanti all’Osteria di Gorla, l’alzaia era curata dal proprietario dell’Osteria, Cappelletti Alessandro.
L’uso dell’acqua
L’uso dell’acqua comportava una grossa opera di manutenzione che pure veniva sbrigata con solerzia e competenza. Vi provvedevano i campari ovvero i custodi delle acque con l’emissione di “Grida, editti, commesse”. Spesso le liti venivano risolte dai magistrati delle acque cui competeva la giurisdizione delle acque e, quindi, la risoluzione delle varie controversie che si accendevano per i più svariati motivi. L’azione e la perizia erano esercitate come un vero e proprio mestiere. Non si sa quando venne istituita la carica di Custode delle acque; in alcuni documenti del Quattrocento si faceva spesso riferimento a dei Campari che risiedevano nei borghi adiacenti ai corsi d’acqua e ai quali era affidata la sorveglianza di alcune tratte di canale. Nell´Ottocento si ritrovano indicazioni relative ai Custodi delle acque cui spettava l’esercizio anche di poteri disciplinari, regolamentari e di polizia. Le loro funzioni erano quelle di vigilare sullo stato delle sponde, segnalare periodicamente all´autorità milanese corrosioni e scavamenti.
Dispute intorno all’acqua
Nel 1859 fu la volta di Marco Finzi che richiese il permesso di “poter ornare il suddetto arco del muro di cinta di una ferriata a larghissimi fori onde l’accesso a chicchessia” perché “nella parte di detto muro di cinta dove entra la medesima roggia Acqualunga sotto appropriato arco si verifica l’abuso per parte di male intenzionati che introduconsi disotto all’arco stesso per l’alveo della roggia nel giardino degli esponenti, menando guasti al medesimo”. Si trattava di dispute minori che ponevano, però, l’accento sulla necessità e urgenza d’intervenire anche diversamente per rendere più sicure le sponde e l’utilizzo delle opere idrauliche da parte dei legittimi proprietari. Sempre in quel di Gorla una certa Contessa Laura Gropallo Pertusati pretese nel 1831 di prelevare nella stagione estiva (ogni domenica) acqua “per once 5 ½” dalla Bocca del Naviglio Martesana, diritto acquisito nel 1780. Analogo diritto di acqua continua venne vantato nel 1836 dal Sig. Pirovano per “once 9” contro una vendita di “once 3” effettuato dallo stesso nel 1729. Nella nota n. 822 dell’1.02.1836 l’ufficio fiscale concesse a Secco Comneno l’uso dell’acqua presso il Ponte di Gorla “per poca quantità” (diritto acquisito nel 1778).
Il Custode delle acque
Il Custode misurava tre volte al giorno (mattino, mezzogiorno e sera) il livello dell´acqua in un apposito idrometro fisso immerso nel canale; ogni quindici giorni inviava a Milano lo stato del pelo dell´acqua; era una rilevazione indispensabile che assicurava un equilibrato utilizzo dell´acqua per la navigazione e l´irrigazione; il compito richiedeva, in chi lo adottava, chiare conoscenze sul moto delle acque e tanta esperienza acquisita sul campo. Le riparazioni a regola d´arte venivano, invece, effettuate durante le due asciutte, primaverile e autunnale. Qualche settimana prima di togliere l´acqua, giungevano al custode le intimazioni sulle opere da eseguire per i frontisti e per le comunità, che egli notificava personalmente. Le opere, invece, a carico dello Stato venivano eseguite dall´Appaltatore dei Navigli. Dall´autorità centrale di Milano giungevano anche le disposizioni sulla conservazione, la manutenzione delle sponde, il taglio dell’erba palustre che intralciava sia la navigazione che l´irrigazione.
Ruote idrauliche
Molto spesso le ruote idrauliche di mulini e filatoi e per l’irrigazione delle ortaglie delle ripe costituivano un grosso problema sia per il possessore delle ruote idrauliche che per i naviganti. Anche Gorla aveva i suoi ruotoni: a partire dalla metà dell’Ottocento la ruota Barioli, in via Finzi (ex Villa Resta), dava energia meccanica a una filatura di seta; la ruota della ex Cascina Quadri, di cui si vede ancora l’impronta della sede a filo d’acqua sul muro, forniva energia meccanica alla fabbrica di cioccolato. Era il 1865 quando iniziò la lavorazione della cioccolata; l’odore e il profumo di cioccolata inondavano l’aria deliziando i passanti e i conducenti dei cavalli e delle barche.
Ruotoni e fabbriche al “Cantun Frecc”
Più oltre la realizzazione sul Martesana di un ruotone idraulico Ruota Barioli (oggi completamente scomparso) animò per un certo periodo di tempo un filatoio di seta. Giovanni Barioli, unico proprietario di tutto il Cantun Frecc, lo destinò a più usi: fabbricato per azienda rurale, casa di villeggiatura, filanda di seta. Nel 1875 la ditta Mazzucchelli Maria maritata Brambilla vi impiantò una cardatura di cascami di seta. Sul lato occidentale del complesso alla cardatura di cascami seguirono altri opifici e attività commerciali: tra essi il Salumificio Peck, un'agenzia di autonoleggio ed una lavanderia (Lavanderia Pirovano).
Conflitti d’interesse dovuti ai “rodoni”
Il Marchese Giuseppe Parravicini si lamentava per l’imbrattamento delle acque da parte della tintoria Weiss che era accusata di scaricare materie colorate del proprio stabilimento con grave “pregiudizio della irrigazione” (Reclamo del 19.06.1874). Anche il Sig. Redaelli del Filatoio Redaelli (impiantato nel 1819) fece richiesta nel 1837 “di “scaricare in Martesana” e nel 1856 di “poter passare sotto il fondo del Naviglio Martesana con un tubo onde comunicare il gas illuminante già da tempo attivato nella loro fabbrica allo stabilimento di filatura seta in facciata sulla sponda opposta del Sig. Barioli”. Massimiliano Savini, il 26 Aprile 1850, chiese “un centesimo di oncia magistrale di acqua del Naviglio a Gorla per una filanda di seta con contratto rogito del 9 settembre 1850” (Bocca Savini Gorla). Da parte sua il Sig. Colombo chiese di “rialzare un muro che divide l’alveo del Naviglio Martesana” dal ruotone idraulico “che in quella posizione trovasi alla Ripa destra onde impedire che esso rodone venga danneggiato”. Il rodone in questione, pescando acqua per l’irrigazione del giardino, poteva arrecare danno secondo il Colombo “per la malevolenza di condottieri di barche, come succede ora interrompendo l’irrigazione”. Come si evince da tutte queste argomentazioni una vita di azioni, fatti e questioni lievitava intorno all’uso dell’acqua restituendoci il senso di un’attenzione e di una cura delle proprie cose che se, alle volte, erano dettate da motivi contingenti e interessi personali, in realtà ponevano questioni ambientali rilevanti.
La manutenzione dei ponti
Fra le numerose incombenze del Custode c'era anche quella di controllare lo stato dei ponti, spesso danneggiati dalle barche che li urtavano per imperizia dei conducenti o per il vento troppo forte. I ponti rappresentavano un ostacolo indiretto alla navigazione perché il pilone centrale, dividendo la corrente, rendeva più difficoltosa la risalita controcorrente dei barconi, sotto gli archi; a questo riguardo i ponti venivano muniti in diversi punti di un grosso anello e di una carrucola entro cui si faceva scorrere la corda di attiraglio per agevolare la risalita dei barconi. Talvolta s’interveniva anche sul pilone centrale con opere di sotto-murazione e palificazione che avevano la funzione di taglia-acqua in modo da attenuare la resistenza della corrente; gli archi dei ponti riducevano ulteriormente l´ondulazione in prossimità del ponte.
Roggia Acqualunga. “Canale di città”
La Roggia Acqualunga veniva chiamata anche il “Canale di Città” perché tutte le sue acque venivano utilizzate in Milano. In realtà l’Acqualunga non era una roggia (non era derivata, cioè, dal Naviglio), ma bensì un fontanile con tre capi-fonte: il primo a Precotto, esattamente all’altezza dei numeri civici 16-18 di Via Erodono; aveva tre “occhi” (o sorgenti); il secondo a Gorla nel terreno dei Finzi; il terzo a Turro, non lontano dalla Cascina del Governo Provvisorio. E’ ben vero che alcuni autori l’hanno chiamata impropriamente “roggia”; altri Seveso o canale di città, però si trattava pur sempre di un fontanile. E’ pressochè certo che un suo ramo alimentasse anche le Terme Erculee, che si trovavano fra Corso Vittorio Emanuele e Corso Europa. Secondo alcuni la roggia percorreva in cunicolo tutto il Corso Vittorio Emanuele alimentando all’altezza dei portici settentrionali, i due Battisteri di S. Stefano e San Giovanni alle fonti. A conferma di questo percorso è stato scoperto, in piazza San Babila, durante gli scavi per la linea 1 della metropolitana milanese, un ponte d’epoca romana che doveva servire a recuperare un corso d'acqua proveniente da Corso Venezia. Anche sotto il Corso Vittorio Emanuele sono state trovate tracce di un condotto. Verso la fine del XVIII secolo la roggia fu immessa nella Fossa Interna dei Navigli Milanesi all’altezza di Palazzo Serbelloni dopo aver percorso Corso Venezia a cielo aperto. L’Acqualunga era nota e utilizzata già in epoca romana poiché, oltre ad alimentare le Terme Erculee, assieme al Seveso e al Nirone, alimentava il fossato difensivo della città.
I fontanili
I fontanili erano noti sin dai tempi dei Romani, ma il loro sfruttamento raggiunse l’apice solo nel medioevo grazie all’opera dei Monaci Certosini che intuirono l’importanza del loro uso in agricoltura. La loro formazione era dovuta alla conformazione del sottosuolo della Pianura Padana che presentava a nord e nord-ovest terreni permeabili costituiti da massi e ciotoli di dimensioni decrescenti e sabbia; a sud e sud-est, da strati di argille impermeabili, frutto di stratificazioni successive. Il contatto fra i due tipi di terreno dava origine alla riemersione della falda acquifera e, di conseguenza, alla formazione di fontanili. La buona pratica dei fontanili s’imbatte ora nella forte antropizzazione del territorio e nello sfruttamento intensivo dell’acqua da parte delle industrie che ha portato alla quasi estinzione dei fontanili nell’area. Anche le rogge sono state quasi tutte prosciugate essendo venuta meno la loro funzione irrigua. Gli “Statuta Mediolanensis“ del 1396 stabilivano che le teste dei fontanili dovessero essere scavate solo a distanza minima di 20,8 metri dai corsi d’acqua (2 gittate da 10,4 mt ). Nel 1502 tale distanza fu raddoppiata.
I fontanili nell’area di Gorla
Tutti i fontanili della Zona sono asciutti da tempo a seguito dell’abbassamento della falda acquifera verificatosi nel dopoguerra per effetto dei prelievi delle industrie e l’opera diffusa della cementificazione. Non compaiono più da nessuna parte: unica eccezione l’Acqualunga, tutta combinata. Dalle vecchie mappe e documenti si ricordano: i fontanili di Precotto (Acqualunga, Fornasette), di Turro (fontanella di Turro e fontanone Bignami), quello di Greco (Settala e Refreddo), di Loreto (Bianchette e Fontana di Loreto), di Crescenzago (Tuono, dell'Asse ed altri).
La fontanella di Turro
Fra questi va forse menzionato quello che viene chiamato impropriamente la “Fontanella di Turro”, noto anche come Fontanile dell’Asse; si tratta di un fontanile con la sorgente su terreni della proprietà Ingegnoli a Turro, all’angolo fra Via Padova e Via Mosso. Il fontanile, che confluiva dopo il 1850 nel Cavo Taverna, fu prosciugato e coperto nel 1913 in seguito ad una convenzione fra il Comune e la proprietà Ingegnoli; al suo posto fu installata una “Fontanella” in ricordo di quella originaria.
Dispute intorno all’uso dei fontanili
Molti proprietari di terreni chiesero di poter imbrigliare le teste dei fontanili con tini per ricavare maggiore quantità d’acqua per muovere i propri mulini. Si accesero a questo proposito numerose dispute cui parteciparono anche gli stessi abitanti in nome di vecchie consuetudini e diritti di proprietà e d’uso. Spesso si chiedevano rialzamenti di muri divisori oppure la costruzione di vasche (“gore”) perché i “ruotoni” dei propri mulini o filatoi potessero funzionare “assolutamente e perpetuamente“ senza periodi di inattività. Il Sig. Giuseppe Brusati era molto attivo al riguardo. Alle istanze venivano spesso allegati dei disegni che riproducevano schematicamente l’impianto per la necessaria approvazione degli ispettori.
Cavi idraulici
Oltre alle Bocche/Rogge vi era un’altra categoria di piccoli canali, i Cavi idraulici, derivati anch'essi dal Naviglio Martesana. Nell’area di Gorla si originano numerosi Cavi: il Cavo Taverna (o Turrino) e i Cavi della Cassina de’ Pomm (Cavo Brioschi, Cavo 3 Once o S. Corona, Cavo 2 Once o Cavetto di città, Cavo Balsamo, Cavo Melzi).
Il Cavo Taverna
Fra i Cavi di Gorla il Cavo Taverna merita una menzione particolare; aperto per concessione ai Conti Taverna di Landriano nel 1838 fu uno degli ultimi cavi irrigui a cielo aperto nel territorio di Gorla. Attualmente è gestito dal Consorzio Cavo Taverna che lo ha quasi tutto “tombinato” ovvero chiuso all’esterno, ma per molti anni il Cavo Taverna alimentò in sponda sud del naviglio una piccola vasca (idrometro) a ridosso della Cascina Quadri che fu usata dai Gorlesi come una rudimentale piscina all’aperto da tutti conosciuta come “El bagnin de Gorla”. Ancora oggi il Cavo Taverna irriga i campi delle aziende agricole a sud di Milano e nell’area pavese; fra queste aziende figurano quelle di Landriano, sede di un castello-residenza dei nobili Taverna. Il Cavo, superato quasi completamente tombinato Milano, riemerge nei pressi dell’Abbazia di Chiaravalle.
Stabilimento provvisorio con ampia vasca da nuoto
Un bagno pubblico all’aperto sul Martesana si trovava, invece, presso il Ponte delle Gabelle in zona San Marco; così veniva descritto in una pubblicazione per l’Expo milanese del 1906 (l’anno del traforo del Sempione): “…da quindici anni durante la stagione estiva viene delimitata una tratta del naviglio Martesana tra i bastioni e la circonvallazione con uno steccato di conveniente altezza; si erigono vasti baracconi per spogliatoio e custodia indumenti e così si costituisce in breve tempo e con limitato dispendio, uno stabilimento provvisorio con ampia vasca da nuoto, alimentato da acqua limpida e corrente, dove gli operai accedono numerosissimi con la tenue spesa di centesimi cinque”. Nel 1904 si bagnarono 50.000 persone, 30.000 nel 1905.
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Informazioni, rielaborazioni, testi…tratti da:
- “Liber consuetudinum Mediolani”, Anni MCCXVI, Ex Bibliotechae Ambrosianae Codice, curante Prof. Francisco Berlan, MDCCCLXVI.
- Carlo Pagnano in “Decretum supra Flumine Abduae”. 7.07.1516. Mediolani 1520. Fondo Acque. Archivo di Stato di Milano.
- Sforza Francesco II - Autografi di Principi secolo XVI. Autografi (24.01.1531). Fondo Acque. Archivio di Stato di Milano. A. Calderini “Milano Archeologica”, in Storia di Milano Vol. I, Le origini e l’età romana. Milano, 1953.
- Museo patrio di archeologia di Milano (1862 - 1903). 1881 n. 114.
-Giorgio Giulini nel libro “Memorie spettanti alla storia e al governo e alla descrizione della città e campagna di Milano ne' secoli bassi, Milano, 1760.
- Dagli “Statuti delle Strade e delle Acque del Contado di Milano” redatti nel 1346.
-Città con suoi Borghi e Corpi Santi di Milano. 1781. Costituzione della Comunità dei Corpi Santi. Archivio di Stato di Milano.
- Gorla. Pieve di Bruzzano. Piazza Commune. 1721. Mappe piane. Mappe di Carlo VI , 28 fogli, 1721. Archivio di Stato di Milano.
- Storia della Società de’ Corpi Santi colla comune di Milano e suo scioglimento, Archivio di Stato di Milano.
- “Proposta di una nuova pianta del personale da parte del l’I.R. delegazione provinciale”, Archivio di Stato di Milano.
- Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano, 1857.
- “Memorie stese dal parroco locale e pubblicate nella faustissima benedizione e inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale”. Milano, Sac. Davide Sesia. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886.
- Filippo Turati, da “Il Naviglio”, Strenna del Pio Istituto dei Rachitici di Milano, Ed. Civelli, Milano 1886.
- Gian Pietro Lucini, da “l’Ora Topica” di Carlo Dossi, Cap. IV, Passeggiata sentimentale per la Milano di “l’altrieri”.
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Pubblicazioni sul borgo di Gorla
Edo Bricchetti, “Martesana, Storia, Iconografia, Percorsi Tematici del Naviglio Piccolo”. Comune di Milano. Consiglio di Zona 2. Milano, 1984.
Edo Bricchetti (a cura di), “Il patrimonio dell’Adda di Leonardo”. Comitato per il Restauro delle Chiuse dell’Adda. Ed. Directa. Milano, 1996.
Chiara Tangari (a cura di), “Cinquecento anni di Naviglio Martesasa”. Provincia di Milano. Milano, 1998.
Edo Bricchetti, “Il Naviglio Martesana…da piccolo…a grande”. Gorla Domani. Milano, 2000.
Pubblicazioni edite dall'Associazione "Gorla Domani"
Edo Bricchetti, “Terre di Confine…I borghi milanesi di Turro Gorla Precotto Greco Crescenzago”. Associazione Gorla Domani. Ed. Directa. Milano, 1994.
Edo Bricchetti, “Guida al Naviglio Piccolo del Martesana”. Associazione Gorla Domani. Ed. Directa. Milano, 1998. Edo Bricchetti, “Una piazza un volto. Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla”. Comune di Milano. Consiglio di Zona 2. Milano, 2001.Litografie “Gorla antica”.Cartoncini artistici “Vecchia Gorla”.

Monasteri e conventi
Il Borgo di Gorla non aveva una Parrocchia, ma poteva contare su molti presidi religiosi fra cui il Monastero di S. Caterina delle Orfane o della Stella e il Convento dei Padri Minimi di S. Francesco di Paola. I terreni del Convento di Via Bertelli figuravano nel Catasto del Lombardo Veneto (1721) e nel Catastino del 1776, insieme ad una ghiacciaia e a un giardino conventuale. Tutta la proprietà verrà poi nel 1785 ceduta a Lonati, già livellario. La parola deriva dal latino “libellus” (libretto); il livello veniva stipulato tra il proprietario (spesso un nobile, un monastero, una chiesa) e il livellario. Il Lonati aveva pattuito un accordo agrario che gli garantiva l’uso del terreno per pascolo e legnatico sul terreno delle Stelline in cambio di altri possedimenti. Nel fazzoletto di terreno al di là del ponte convivevano: la Casa dei Padri Minimi di S. Francesco di Paola di Milano (con giardino e aratorio vitato), una Casa da massaro con aratorio vitato e moroni di proprietà di Rossi Rodolfo Remigio, un sito di Giazzera (ghiacciaia), una Casa d’uso osteria con orto, una Casa d’affitto con orto di proprietà del Monastero di S. Caterina delle Orfane di Milano (o delle Stelline), una Casa da massaro con orto ed aratorio vitato di proprietà del Seminario Maggiore di Milano. La casa d’affitto del Convento di S.Caterina delle Orfane di Milano si trovava al di là del ponte vecchio.
Correva l’anno 1630
Correva l’anno 1630 quando le autorità ecclesiastiche, preoccupate per la sicurezza dei fedeli costretti ad attraversare il Naviglio Martesana “non essendoci ponte fermo et comodo” per recarsi alla Parrocchiale di Turro si occuparono dell’Oratorio di San Bartolomeo per supplire alla mancanza di una Chiesa Parrocchiale. Fu Bartolomeo Banfi a chiedere di poter erigere un oratorio più prossimo alle esigenze dei fedeli. Il progetto, approvato da Federico Borromeo con atto notarile 26 marzo 1630, ottenne il benestare per la benedizione il 23 agosto 1633. Responsabile del progetto era Giovanni Battista Guidabombarda, ingegnere milanese del Collegio degli Ingegneri (1645), attivo in quegli anni in numerosi cantieri di edifici religiosi. L’oratorio condivideva con una cascina i muri perimetrali esterni; parte della cascina venne poi demolita per raddoppiare lo spazio a disposizione della chiesa.
L’Oratorio della Beata Vergine Assunta
In questa parte di territorio insisteva un altro Oratorio, l’Oratorio della Beata Vergine Assunta; l’oratorio si trovava all’interno della proprietà conventuale dei Reverendi Padri di S. Francesco di Paola di Milano e corrispondeva molto probabilmente all’area occupata attualmente dalla Casa dei Ciliegi (Via Bertelli). “Vi è un altro Oratorio presso il Naviglio Martesana di diritto dei Reverendi Padri di S. Francesco di Paola di Milano. Questo Oratorio era in origine lungo braccia 10 largo altrettanto e alto 12 braccia. Ha una semplice fronte bianca ove è aperta una porta quadrata che dà nella pubblica via, sopra la quale vi è una finestra. L’Oratorio non può essere aggirato poiché vi hanno costruito l’ospizio di detti padri che li abitano.” L’esistenza dell’oratorio dedicato alla Beata Vergine e chiuso all’esterno alle pratiche di culto, veniva affermata da un documento datato 6 luglio 1766. Il Chronicon della Chiesa di Gorla non è molto più esplicito nell’individuazione delle pertinenze e dei relativi diritti d’uso. “A Gorla I frazione di questa Parrocchia esiste fin dal 1850 una piccola Cappella in cui si sono sempre celebrate dal Parroco sottoscritto (Don Davide Sesia) diverse funzioni sacre, e perciò in forza di un convenzione avvenuta li 9 dicembre dell’anno 1850 (Parroco Don Gaspare Fossati) dall’allora proprietario Sig. Giuseppe Brusati (del fu Giacomo Maria)”.
La Chiesetta di San Bartolomeo
La Comunità di Gorla, che aveva assunto nel frattempo la denominazione e la qualifica di “Comune a sé”, voleva fortemente un proprio spazio religioso ove svolgervi le funzioni religiose. Il 12 settembre 1895 il Parroco di Turro (Don Davide Sesia) scriveva a Sua Eminenza: “Lo sviluppo che da quell’epoca in poi prese la fraz. di Gorla 1 che fu anche Comune a sé, è tale che quel piccolo locale non può più affatto soddisfare al bisogno. Lo prova il fatto che nel 1850 quel Comune raggiungeva a stento i 250 abitanti, oggi invece oltrepassa i 1000, oltreché è in continuo aumento, e costituiti anche di molti esercenti, ai quali torna di non poco disturbo fino alla Chiesa Parrocchiale per le loro pratiche religiose, onde finiscono spesso col rinunciarvi”. In una lettera del 16 dicembre 1895 la Sig.ra Angelique Vidone Ved. Depeyrè la Sig.ra Vidone offriva alla Fabbriceria di Turro “la somma di £. 2000 e perché sia lasciato libero quel locale e perché sia aiutata la costruzione in Gorla di un altro Oratorio più ampio e più adatto ai bisogni della cresciuta popolazione”. A ciò andava aggiunta l’intenzione della Signora D. Fanny Finzi, Vedova dell’Avvocato Commendatore Salvatore Ottolenghi, di cedere mq. 330 del terreno di sua proprietà per la costruzione del nuovo oratorio. Venivano all’uopo allegati i disegni che l’Ingegnere E. Strada aveva presentato alla Prefettura e all’Economato Regio “con voto favorevole”. “Il sottoscritto considera questo nuovo Oratorio come una vera benedizione del Cielo, non solo per le diverse funzioni che ivi si potrà celebrare ma principalmente perché molti di quei terrieri potranno assistere ed ascoltare le sante istruzioni”. Con “Istrumeno “2 Agosto 1895” veniva donata un’area imprecisata dalla Sig. Donna Fanny Finzi alla Fabbriceria di Turro per la quale i legali rappresentanti erano il Sac. Don Davide Sesia, Parroco di Turro Milanese con Gorla Primo e De Gasperi Luigi con Giovanni Aliprandi fabbriceri. (2 agosto 1895: “Copia autentica di Donazione d’area dell’Istrumento 2 agosto 1895 fatta dalla Sig.Donna Fanny Finzi(del fu Cav. Prospero ved. dell’Avv. Commend. Salvatore Ottolenghi, Senatore del Regno e domiciliata a Milano in Via Borgonuovo n. 20, alla Fabbriceria della Chiesa Parr. di Gorla Primo con Turro Milanese”. Nella donazione si specificava il terreno “posto nel territorio del Comune di Gorla Primo” confinante “a levante e tramontana colla restante proprietà della Donante D, Fanny Finzi ved. Ottolenghi, a mezzodì con la strada comunale, a ponente con la strada consorziale detta del sentiero di mezzo”. Fu così che, individuato il terreno e pattuito un prezzo tra il capomastro Sig. Giuseppe Gavazzi Carlo e Giuseppe fratelli Gavazzi, costruttori edili della Fabbriceria di Turro e il Parroco di Turro (Don Davide Sesia), il 16 settembre 1895 fu steso un progetto per la costruzione della nuova chiesa su disegno del Sig. Ing. Arch. Strada Enrico di Milano “da completarsi entro due anni, liquidazione e collaudo inclusi.”
La pratica della donazione
La pratica venne perfezionata il 5 aprile 1896 con la concessione dell’autorizzazione ad accettare la donazione del terreno poi regolarmente avvenuta in data 25 aprile 1896. Più oltre, il 30 aprile 1896, in una lettera indirizzata alla Fabbriceria di Turro, venne riportato il Reale Decreto del 5 Aprile 1896 con il quale si autorizzava la costruzione del nuovo oratorio. Nella lettera firmata dal R. Subeconomo Ing. Enrico Rosa e indirizzata alla Fabbriceria di Turro si faceva inoltre esplicita menzione alla rinuncia di somme in denaro da parte della Sig. Vidone-Peyrè nonché degli oggetti annessi all’oratorio. “Il prezzo convenuto e definitivo è dei £. 5000, poi diventate £ 5140, di cui £ 2000 (in seguito a cui si sono aggiunte £ 310) per opere addizionali. Per un totale pagato in data 11 marzo 1901 di: £ 5450; Roma addì 5 aprile 1896”. Si autorizzò nel contempo la Fabbriceria ad erogare le prime £ 2000 per la costruzione dell’oratorio. “Atto 5 gennaio 1896, “Risoluzione di concessione stipulata fra i Sig. Molto Rev. Sacerdote Don Davide Sesia, Parroco di Turro Milanese, De Gasperi Luigi ed Aliprandi Battista Fabbriceri di Turro stesso e la Sig. Angelica Vidone Ved. Depeyre”. L’atto venne stipulato il giorno 5 (domenica) in Gorla nella Casa segnata a civico 23 e 24”. La veneranda Fabbriceria di Turro, nell’accettare la proposta di cessione dell’oratorio, aveva l’obiettivo di soddisfare le aspirazioni della maggioranza dei Terrazzani di Gorla che lo frequentavano “in tutte le occasioni in cui si apre per le funzioni religiose”.
La consacrazione della chiesetta
Nel 1900, benché non consacrata, la chiesetta venne visitata dal Cardinale A. C. Ferrari durante la I visita nella Pieve di Bruzzano. Non doveva essere particolarmente ricca in arredi religiosi tanto che in un documento del maggio 1897 si sosteneva che, a seguito di un sopralluogo, non c’erano né statue né dipinti. Più oltre, con documento del 15 dicembre 1898, la Curia Arcivescovile concesse al Parroco di Turro la facoltà di celebrare le funzioni religiose due volte al mese durante il periodo delle feste. “Attese le condizioni speciali in cui trovasi la parrocchia di Turro si concede al Parroco la facoltà di binare due volte al mese nelle feste per tutto l’anno 1898”. Prerogativa che il Parroco volle estendere a tutto il 1900 “in due Domeniche di ogni mese a favore della popolazione di Gorla I, fraz, di questa Parrocchia”. La chiesetta, sconsacrata, ospita attualmente la Biblioteca di Gorla.
La nuova Circoscrizione Parrocchiale di Gorla
La Chiesetta di Bartolomeo era però un po’ troppo piccola per le esigenze dei parrocchiani e la Parrocchia di Turro, che pure era nel bel mezzo di numerose altre circoscrizioni parrocchiali, non poteva bastare ai “Terrazzani” di Gorla. Parrocchia di S.Maria Assunta in Turro, 1886. “La parrocchia, la quale conta circa 2600 anime, e comprende tutto il Comune di Gorla, 1300 anime circa per il Comune di Milano, e un piccolo lembo del Comune di Lambrate . Non sono molte le frazioni: Turro però è situato precisamente nel centro di esse, dimodoché non riesce troppo difficile il servizio religioso”. Nella lettera che il 20 gennaio 1900 il Parroco di Turro (Don Davide Sesia) inviava a Sua Eminenza per rinnovare la facoltà di binare la Messa si leggeva che erano in corso trattative fra i Frati Minori e la Curia Arcivescovile nella persona del Cardinale Ferrari per la designazione di un area sulla quale edificare una nuova chiesa o convento.
Don Paolo Locatelli, Parroco
E’ del 27 marzo 1919 una lettera inviata dal Vicario per conto di S. Eminenza il Vescovo in cui s’incaricava Don Paolo Locatelli, Parroco di Gorla, a recarsi a Gorla Primo per prendersi cura delle necessità spirituali dei fedeli e, nello stesso tempo, prendere visione del territorio da tramutarsi in nuova circoscrizione parrocchiale. Lettera del Vicario Generale, Curia Arcivescovile di Milano, Milano 5 aprile 1919 inviata al Parroco di Turro per conto di S. Eminenza: “Al M. Rev. Prevosto Parroco di Turro Milanese. Come la S.V. non ignora, è intendimento di S. Em. Il Sig. Card. Arcivescovo di provvedere alle reclamate necessità spirituali dei fedeli mediante l’aggregazione alla chiesa, per quanto assai piccola, di S. Bartolomeo, ora sussidiaria di codesta parrocchiale, nel luogo di Gorla Primo, di un determinato territorio, da tramutarsi a suo tempo in nuova circoscrizione parrocchiale, e per intanto da omettersi alla sua immediata giurisdizione, nella consueta forma di delegazione Arcivescovile”.
L’arredo religioso della Chiesetta di San Bartolomeo
Gorla, la Chiesetta di San Bartolomeo fu decorata dal pittore Emilio Griffino in occasione della Festa del Sacro Cuore di Gesù (18 luglio 1920). In quel giorno, alla presenza dei terziari francescani, delle Figlie di Maria, dei figlioli dell’oratorio maschile e femminile e dei soci della Lega di Perseveranza, venne inaugurato il paramento rosso eseguito dal Signor Savelli Saturnino. Il 28 agosto 1920 un pio offerente donò una nuova Via Crucis. Il lavoro fu eseguito dalla Ditta Cardini.; alla sera i fuochi d’artificio conclusero l’epica giornata di festa.
La posizione del Delegato Arcivescovile
Al suo ritorno in Curia, dopo la sua visita a Gorla in occasione delle S. Quarantore e la celebrazione della S. Messa della Comunione Generale (8 gennaio 1922), l’Arcivescovo di Milano, impressionato dal numero di fedeli che in quella mattina si erano comunicati e anche dalle attuali condizioni del Delegato Arcivescovile privo di una propria casa parrocchiale, mostrò il desiderio di riparlare con alcuni signori di Gorla per sistemare la posizione del Delegato Arcivescovile. Furono ricevuti il 10 gennaio in Episcopio e con loro trattò di dare buona uscita in denari al Sig. Carlo Farina, residente nella villetta sita in Via Aristotele 2 perché la lasciasse abitare al Delegato Arcivescovile. Le pratiche furono interrotte perché 15 giorni dopo l’Arcivescovo si recò a Roma in Conclave per la morte di Benedetto XV per uscirne il 6 febbraio di quello stesso anno Papa Pio XI.
L’udienza a Roma
Fu allora che il delegato Arcivescovile Don Paolo Locatelli si decise a partire per Roma onde trattare direttamente col Pontefice la questione della casa. Partì la sera del 20 febbraio e il 24 ebbe udienza presso il Sommo Pontefice dal quale fu accolto cordialmente e rassicurato sul suo appoggio con una offerta di £ 12.000 perché si iniziasse la costruzione della nuova casa parrocchiale.
LA CHIESA NUOVA
Il progetto della nuova chiesa
Nell’aprile di quell’anno l’Ingegnere Fausto Strada, pregato da Monsignor Rossi Giovanni allora Vicario Generale, stese il progetto che affidato poi per l’esecuzione ai Fratelli Seregni di Greco Milanese. I lavori furono fatti in economia con l’assistenza dell’Ingegnere Strada e del Geometra Colombo. I lavori di scavo iniziarono il 1 maggio 1922 coadiuvati da ben 40 uomini e giovani delle associazioni gorlesi. La casa venne ultimata in ottobre e inaugurata il 29 nel cortile dell’oratorio. Si fece anche una pesca di beneficenza che fruttò £ 2.500. Per coprire le spese della casa, circa £ 140.000, si distribuirono delle azioni al 5% di interesse annuo, rimborsabili al termine del 1932. La nuova casa parrocchiale La Parrocchia ebbe così la sua casa parrocchiale e le associazioni cattoliche una sala per i ritrovi sociali e le conferenze religiose. A lavori ultimati si iniziarono pure quelli di costruzione del muro di cinta del terreno di proprietà del Rev. Don Paolo Locatelli e della Sorella Maria, acquistato dall’Opera Pia Finzi dell’Istituo dei Rachitici. Si costruì pure un portichetto per il ricovero delle ragazze, l’oratorio femminile (1923) e un locale ad uso cancelleria. Al momento dell’annessione al territorio milanese nel 1923 della località di Gorla Primo, sede di Comune Autonomo, il territorio della Parrocchia, che già apparteneva alla Pieve di Bruzzano (Vicariato foraneo di Sesto San Giovanni), venne aggregato nel 1928 alla prima circoscrizione territoriale cittadina di Porta Orientale con Porta Tosa e Monforte. Come giurisdizione ecclesiastica continuò ad appartenere alla Parrocchia di S. Maria Assunta in Turro alla quale toccava di provvedere all’assistenza religiosa della popolazione di Gorla.
La Chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù
Il 29 novembre 1925 Mons. Giovanni Rossi poneva la prima pietra del nuovo tempio. “Tale territorio sarà quello, per cui la S.V. ha convenuto stamane in questa Curia, in confronto col Rev.mo Mons. Avvocato Generale incaricato della pratica e cioè, in confronto con Turro, con separazione a mezzo di linea, la quale, da est a ovest, è rappresentata dalla via della Torre in tangenza coi confini del comune di Gorla Primo, dal traverso di viale Monza, del cosiddetto Fontanone; in ogni altra parte dai confini comunali di Gorla Primo e, come meglio potrà essere precisato in ispeciale tipo planimetrico da unirsi alla pratica”. I lavori, iniziati nel gennaio del 1927 in una fredda notte di Natale, aprirono la strada della Prepositurale che verrà elevata a Parrocchia dal Cardinale Eugenio Tosi in occasione delle SS. Quarantore (gennaio, 1928).
La grazia della guarigione
La realizzazione della chiesa sembrò svanire quando una grave malattia colpì Don Paolo Locatelli. Solo a guarigione avvenuta Don Locatelli riprese con vigore il disegno dell’edificazione della nuova chiesa che volle dedicare a Santa Teresa cui si era rivolto per ottenere la grazia della guarigione.
I lavori
Nel settembre del 1933 la casa si avvalse di altri due locali al piano rialzato e di altri quattro al primo piano. I lavori furono affidati alla Ditta Bolgiani sotto la direzione dell’Ingegnere Edoardo Bovone, Fabbriciere della Chiesa. Successivamente lo sviluppo demografico rese necessario l’aiuto di un coadiutore e così nel 1938, dopo aver demolito il vecchio salone, si costruì la casa per il coadiutore, per il sagrestano e anche le sale di ritrovo per i parrocchiani. Prima dell’inizio della guerra (1938-1940) l’aumento della popolazione, cresciuta di oltre 2000 unità, rese necessaria l’annessione dei residenti del complesso abitativo della “Fondazione Crespi-Morbio”.
Lo sviluppo demografico
L’ulteriore sviluppo demografico, assestatosi attorno alle 15-20.000 seguito alla costruzione della metropolitana milanese (linea rossa per Sesto San Giovanni- Marelli), comprese anche la Comunità Monastica delle Figlie di Santa Chiara insediatasi in un edificio religioso di Piazza del Piccoli Martiri di Gorla. Il numero dei residenti appartenenti alla giurisdizione ecclesiastica della Parrocchia di Gorla decrebbe, però, a 10.000 dopo la fondazione della nuova Parrocchia di San Domenico Savio nel 1965.
IL MONASTERO
Il Monastero delle Clarisse
Alla Chiesetta di via Aristotele e alla Parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù s’affiancò ben presto il Monastero delle Clarisse della Regola di Santa Chiara. A volerla, al posto della Villa Duprais e della Villa Angelica, fu l’Ordine Francescano e, in particolar modo, il Cardinale Ildefonso Schuster come atto d’isolamento nella preghiera “con modestia e senza ostentazione, ma in fraternità di spirito con gli uomini”. E così “Le dame di Madonna Povertà trovano in Milano la loro primitiva sede in Villa di via Buonarroti; poi... si spostano e, un giorno, lasciano la città per Sirone (Como): ma la Provvidenza di Dio vigilante e i Padri Francescani di S. Angelo chiamano il loro caro e fraterno architetto Giovanni Muzio idea di molte chiese e conventi dell'Ordine, e gli affidano il progetto del Monastero delle Clarisse. All'architetto si affianca il francescano P. Enrico Zucca con il compito di risolvere il lato economico; ha inizio fra l'architetto e il Padre francescano uno sposalizio di idee, di arte, di difficoltà...” La chiesa, aperta al pubblico nel 1958, fu affiancata nel 2003 dalla Residenza per anziani “San Francesco” su progetto dell’architetto Garbagnati di Milano e commissione dell’associazione del Terzo Ordine Francescano.
Giovanni Muzio
Giovanni Muzio (Milano, 1893) entra per concorso al Collegio Ghislieri di Pavia dove segue il biennio della Facoltà di Ingegneria. Laureatosi a Milano nel 1915, conosce i maggiori centri di elaborazione culturale delle metropoli europee. Da questa esperienza ricava un "geloso desiderio di autonomia e di ricerca nelle radici piú profonde della nostra tradizione italiana". Di ritorno a Milano, alterna il lavoro professionale all’impegno culturale. Muore a Milano il 21 Maggio 1982.
La demolizione della Villa Angelica
In origine il disegno prospettico raffigurava il primo studio dell'architetto che tendeva a salvare e valorizzare la vecchia villa preesistente. All'inizio dei lavori del corpo di levante durante gli scavi di fondazione, le strutture portanti della villa si rivelarono inconsistenti per vetustà e per le scosse subite negli ultimi eventi bellici. Si giunse così alla demolizione della villa.
La piccola Comunità di clausura
La struttura accoglie oggi una trentina di Suore Clarisse di una piccola comunità di clausura. Il complesso è articolato in tre corpi distribuiti in modo tale da valorizzare l'intimità dell’ambiente, limitare il giardino (l’unico spazio aperto riservato alle suore), facilitare l'accessibilità alla cappella dall'esterno.
La Cappella
La cappella (aperta al pubblico) e il coro trasversale alla chiesa separano la parte pubblica da quella conventuale rivelata all’esterno solo dalle finestre delle stanze delle suore. Internamente la cappella è ravvivata da fonti di luce ed è arricchita da nicchie con sculture lignee poste ai lati del coro. Il tetto è sostenuto da arconi ogivali come nelle migliori tradizioni quattrocentesche. La parte absidale appare dalla navata come una zona luminosa; e perché le suore potessero assistere alle cerimonie dai due piani del convento la copertura fu alzata rispetto al tetto della chiesa. La luce piove così dall'alto e dall’ingresso caratterizzando fortemente l'ambiente dell'altare che appare come uno spazio luminoso circoscritto dall'arco trionfale. Il cotto che riveste i brevi corpi del convento accentua il tono discorsivo dell’architettura che la libera da soggezioni stilistiche accomunando il passato con il presente urbanizzato. Due ampie sacrestie, uno studio, l’abitazione del sacerdote, accompagnano il complesso conventuale che si avvale, nel seminterrato di due laboratori interni e, al piano terreno, del refettorio con cucina, dispensa, lavanderia, parlatoio; ai piani superiori sono collocate altre sale per i laboratori, le celle, l'infermeria. E poiché il chiostro non soltanto appartiene alla tradizione conventuale, ma risponde ad un modo presente di soggiornare all'aperto, un padiglione poligonale avvolge nel giardino una grande magnolia: un anello di cemento armato risolve in termini odierni l'antico portico. All'esterno il complesso degli edifici si presenta come a difesa di un mondo intimo e raccolto (il perimetro dei fabbricati ricorda appena le mura di una cittadella). All'interno l'architettura si apre quasi con timore su di un orto-giardino, chiaro invito alla meditazione, offrendosi al sole di sud-est verso il verde più folto e più profondo. Il fronte della Cappella è all'interno di questo spazio e lo spigolo di sud-est, attorno al quale è avvolta la scaletta che conduce all'organo, segna il limite mistico fra l’orizzonte e le silenziose abitatrici.
L’arredo pittorico della Cappella
Hanno collaborato alla decorazione della Cappella il pittore Baruzzi (Madonna di Gorla sull'altare dei S. Innocenti. Ultima Cena), il pittore Longaretti (Mosaico di Santa Chiara), lo scultore Asco ( S.Francesco e S. Bernardino, sculture in legno, poste nelle grandi nicchie laterali), lo scultore Baragli (Sacro Cuore in marmo), lo scultore Paganini (S. Giuseppe - S. Antonio - S. Agnese - S. Elisabetta, sculture in legno).
La Parrocchia di San Basilio
Il forte flusso immigratorio che caratterizzò gli anni ’50 e che permeò di sé il periodo della ricostruzione e della ripresa economica spinse le autorità ecclesiastiche a varare misure che saldassero i vecchi parrocchiani alle altre comunità, spaesate ed eterogenee, appena formatesi nel quartiere. La Parrocchia di Gorla non bastava più ai terrazzani di Gorla: occorreva un nuovo piano che coprisse i vuoti urbanistici lasciati in dote al vecchio borgo dall’eredità del boom urbanistico. Fu così che l’Arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini (futuro Papa Paolo VI) varò il cosiddetto “Piano Montini” che si premurava di costruire 22 nuove chiese nella Diocesi di Milano in ricordo dei 22 Concili Ecumenici della storia della Chiesa cristiana. Fu preso in esame il territorio delle Parrocchie di San Giuseppe dei Morenti, Santa Maria Rossa in Crescenzago e Santa Teresa del Bambin Gesù e si decise di raccoglierne lo smembramento nella nuova Parrocchia di San Basilio (via Magistretti 1). Il decreto del 1 gennaio 1962 sancì di fatto la nascita della nuova Parrocchia di San Basilio anche se la chiesa non verrà inaugurata che nell’agosto 1968. Il 24 dicembre il primo Parroco Don Attilio Melli celebrò la Messa della notte di Natale nella Cappella di via Liscate, chiesa di riferimento in attesa che iniziasse la costruzione della nuova chiesa parrocchiale.
La prima pietra
La prima pietra del tempio fu posta nel luglio 1963; i lavori seguirono nell’agosto dello stesso anno. Il complesso religioso comprendeva un oratorio, l’abitazione per il Rev. Assistente, una cappella, un bar, una segreteria, sei aule, due capannoni per il gioco al coperto e circa mq. tremila per il gioco all’aperto. L’Oratorio venne inaugurato nel 1967 in via Caroli 12 con il nome di “Centro educativo sociale”. Si arrivò così alla prima messa, nell’agosto 1968, anche se in una chiesa non ancora completata e, il 26 settembre 1968, all’inaugurazione officiata dal Cardinale Colombo. Nel 1969 si aggiunse la Scuola Materna Parrocchiale affidata alle Rev. Suore del Preziosissimo Sangue di Monza. Nel decimo anniversario dell’inaugurazione della chiesa, sua Eminenza il Card. Giovanni Colombo la consacrò solennemente. Ma il cammino della Comunità pastorale con Santa Teresa del Bambin Gesù era ancora lungo; iniziato nel mese di settembre del 2005 si perfezionò nel settembre dell’anno 2007 con il nuovo Parroco Don Mario Maggioni coadiuvato da Don Fabio Fossati.
La Parrocchia di San Domenico Savio
Nel “Piano Montini” la Curia Arcivescovile, sollecitata dai disagi provocati alle strutture territoriali civili ed ecclesiali dal massiccio flusso immigratorio, inserì anche la costruzione della nuova Parrocchia di San Domenico Savio (via Rovigno 11); la Parrocchia sarebbe dovuta sorgere dall’unione di porzioni di territorio lasciate dalle Parrocchie di San Martino in Greco, S. Teresa del Bambin Gesù in Gorla e di S. Maria Assunta in Turro. Per iniziare l’attività pastorale fu inviato nell’ottobre del 1964 il Sacerdote Don Enrico Carpani, primo Parroco della Parrocchia di San Domenico Savio. La cerimonia non ebbe molto seguito giacché i parrocchiani erano ancora legati alle vecchie parrocchie. Le stesse cerimonie religiose venivano officiate nella palestra poiché l’edificio era ancora in fase di costruzione. Don Enrico si prodigò molto in quest’opera facendosi apprezzare per la sua forte testimonianza di fede e carità.
L’Oratorio
Fra gli abitanti numerose erano le famiglie giovani e con figli: occorreva pertanto uno spazio dove praticare le attività formative, associative e ricreative non avendo i ragazzi altri spazi nel quartier dove radunarsi e giocare. Furono messi a disposizione un cortile e un cortiletto attualmente adibiti a magazzino. All’inizio l’oratorio veniva aperto solo alla domenica pomeriggio e solo in seguito anche nei pomeriggi dei giorni feriali. Gli successe Don Enrico Cantù che guidò la Parrocchia per i 9 anni successivi fino al settembre 1974. Furono anni molto duri ma densi di attività e di realizzazioni curate dal Parroco coadiuvato da altri sacerdoti. La comunità crebbe di numero e con il numero la partecipazione sempre più convinta attorno al proprio edificio che venne aperto al culto nel 1966, consacrato ufficialmente il 25 aprile 1967 da Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Colombo. I ricordi, i fatti e le testimonianze sono ancora vivi nel ricordo delle persone che qui furono battezzate, si sposarono ed ebbero la Prima Comunione.
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Informazioni, rielaborazioni, testi… tratti da:
- A. Calderini “Milano Archeologica”, in Storia di Milano Vol. I, Le origini e l’età romana. Milano, 1953.
- Museo patrio di archeologia di Milano (1862 - 1903). 1881 n. 114.
-Giorgio Giulini nel libro “Memorie spettanti alla storia e al governo e alla descrizione della città e campagna di Milano ne' secoli bassi, Milano, 1760.
- Dagli “Statuti delle Strade e delle Acque del Contado di Milano” redatti nel 1346.
-Città con suoj Borghi e Corpi Santi di Milano. 1781. Costituzione della Comunità dei Corpi Santi. Archivio di Stato di Milano.
- Gorla. Pieve di Bruzzano. Piazza Commune. 1721. Mappe piane. Mappe di Carlo VI , 28 fogli, 1721. Archivio di Stato di Milano.
- Storia della Società de’ Corpi Santi colla comune di Milano e suo scioglimento, Archivio di Stato di Milano.
- “Proposta di una nuova pianta del personale da parte del l’I.R. delegazione provinciale”, Archivio di Stato di Milano.
- Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano, 1857.
- “Memorie stese dal parroco locale e pubblicate nella faustissima benedizione e inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale”. Milano, Sac. Davide Sesia. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886. “Paese Parrocchia e chiesa di Turro Milanese, Pieve di Bruzzano, Memorie stese dal Parroco Locale e pubblicate nella Faustissima Benedizione e Inaugurazione della Nuova Chiesa Parrocchiale”, Milano, Tipografia della casa editrice “Osservatore Cattolico”, 1886.
- La vita della Chiesa nelle trascrizioni del “Liber Cronicus”. Volume n. 1, 1919-1943; volume n. 2, 1944-1965.
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Milano nel 1872
Nel 1872 Milano aveva ancora un retroterra economico produttivo arretrato fondato, soprattutto, su botteghe artigiane e attività a conduzione famigliare. Le uniche aziende di un certo rilievo erano disperse sul territorio cittadino alla ricerca di manodopera a buon mercato "più docile, più trattabile, più obbediente di quella esistente a Milano... a Milano non vi possono essere bravi operai, perché qui sono troppo distratti; sia per le feste, sia per altri motivi, l'operaio invece di lavorare 300 giorni all'anno lavora soltanto 250 giorni" e di luoghi con buon approvvigionamento idrico. Il modello della Milano industriale era assai lontano dalle città-fabbriche europee.
La periferia industriale
Le industrie più grosse si svilupparono a ridosso della cerchia dei bastioni, in quella corona periferica industriale che da lì a qualche anno avrebbe ricevuto notevole impulso dalle centrali elettriche dell’Adda. Il volano industriale portò con sè la crescita demografica della città e un afflusso migratorio che approdava per la quasi totalità nella fascia degli ex Corpi Santi milanesi.
Punto di arrivo dell’immigrazione erano i borghi attestati lungo le vie storiche di penetrazione a ridosso delle porte cittadine. Fra i mestieri sopravvissuti figuravano quelli legati, per varie ragioni all’acqua. L’acqua forniva l’energia necessaria alle officine e ai laboratori artigianali che l’utilizzavano nei processi interni di produzione; quindi, soffierie, distillerie, ma anche lavanderie, tintorie.
Il mestiere del “lavare”
Ancora nel secondo dopoguerra il bucato nelle campagne veniva fatto con la cenere; la biancheria veniva prima bagnata e insaponata quindi immessa entro una tinozza di legno sollevata da terra e con un buco sul fondo al di sotto della quale era posto un piccolo mastello; l'operazione di lisciviatura consisteva nel versare una certa quantità di cenere e acqua bollente sopra uno spesso panno che ricopriva la biancheria nella tinozza. La liscivia, che lentamente colava dentro il mastello, veniva recuperata per lavare capi molto sporchi o colorati; i panni una volta estratti dalla tinozza venivano portati ai lavatoi o ai corsi d'acqua per essere risciacquati. Le diverse azioni di insaponatura, sfregatura e detersione delle macchie necessitavano di un piano rigido su cui operare: asse e cavalletto, parapetto in muratura nella vasca dei lavatoi, un grosso sasso nel caso di un corso d'acqua.
Fare il bucato
Il duro lavoro del lavare rimase fino a non molti decenni fa un atto collettivo strettamente collegato al mondo femminile. Nell'800 alle singole lavandaie che si recavano di casa in casa per fare il bucato si affiancò il lavandaio il quale ritirava la biancheria a domicilio avvalendosi di un carretto piatto trainato da cavalli. Fino a quando l'acqua non fu portata direttamente nelle case la sovrattassa prevista attorno al 1930 per la sua introduzione nelle abitazioni faceva ancora affollare i lavatoi pubblici.
Lavandaie e lavanderie
Fare il bucato significava trovare un luogo dove l'acqua fosse presente in abbondanza; per gli abitanti della città i luoghi deputati erano i canali e le fontane, persino quelle ornamentali (questo avveniva, nonostante i divieti delle autorità). Fin prima del '700 i lavatoi lungo i canali erano pubblici e disponibili a turni ed in uso gratuito oppure riservati a gruppi di famiglie; negli anni '30 a Milano le lavandaie si recavano ancora al naviglio. “Non posso dimenticare di rendere onore alle lavandaie che lavoravano sul Martesana con molto zelo. A queste donne, tra le quali mia madre, va tutto il mio rispetto perchè anche nelle fredde giornate invernali le vedevi curve ed inginocchiate sul " brelin" per ore e ore a sbattere, e torcere su una piastra di granito i panni dei clienti o delle loro famiglie. Io, da bambino, portavo un po' di acqua calda in un secchiello di rame a mia madre, per dare sollievo alle sue mani intirizzite. Per queste brave massaie, andare al naviglio a lavare era una consuetudine come andare ad un appuntamento di fatica ma anche di piacere, perchè tra una saponata e una altra ci scappava anche una bella chiacchierata.” Testimonianza di Vigotti Ambrogio. In Gorla conosciute erano le lavanderie di Mariani Dionigi (nuova costruzione del 1913 composta da lavanderia e rustici), della Cascina Faiperina, della lavanderia del Pirovano situata al “Cantun Frecc” (via Finzi 25).
Il Campo delle “Cento Pertiche”
Gorla, borgo di 61 ettari - 400 abitanti nel 1860, 1000 nel 1880, viveva attorno al naviglio e alle sue rogge, bocche e cavi idraulici; a beneficiarne in primo luogo erano le numerose “Cassine”, “case orti e giardini” del nucleo rivierasco e i campi limitrofi delimitati da muri di recinzione. I contadini coltivavano le terre vicine; di questi campi ve n’era uno chiamato Campo delle Cento Pertiche (212 pertiche – circa 140.000 mq. con 32 gelsi), dove oggi sono i complessi scolastici di via Teocrito e via Asiago, di via Demostene e Via Apelle.
La “grandiosa tintoria” del Sig. Praga
Collegata all’acqua era anche la “grandiosa tintoria del Sig. Praga” di via Jaurès 22 altrimenti detta “Soc. Anonima Tintoria Lorenzo Weiss”, adibita ad opificio per la tintura dei filati di cotone, specializzata nella tintura con il colore rosso. L’impianto del 1875 aveva una stufa a vapore di 10 HP.
Altri stabilimenti “particolari”
Altri stabilimenti di piccole dimensioni costellavano tutta l’area: officine e botteghe i cui processi particolari di lavorazione erano spesso espulsi dal centro città e confinati nei ghetti periferici a contatto con l’acqua come la ditta di Liquori e Aromi “Emans” di via Apelle; i depositi di alcol etilico di via Aristotele; la manifattura italiana (conceria di pelli) di via Asiago 70
Attività diverse
Accanto a queste industrie particolari, una miriade di altre attività popolavano il borgo di Gorla: le officine di lavorazione dei metalli “A. Colombo” (via Finzi 7), la fabbrica Italiana di riflettori “F. Gariboldi” (via Arici 25), la Manifattura “Ausonia” di accessori dattilografici di E. Amorosi e M. Pateracchi (via Chioggia 9), la ditta di saldature elettriche “U.Coralli” (via Finzi 35), il laboratorio di candele e nichelatura (via F.lli Pozzi 7), lo stabilimento di Argenteria F.L.A.M. di Alberto Messulam (via Rovigno 13), lo stabilimento “Peghetti” (via Stefanardo da Vimercate), lo stabilimento “Pompe Klein” (via Nuoro), l’Industria Italiana di Almanacchi di Giulio Bono (via Chioggia 11), la Società “Sabaudo Film” (via Finzi 14-34), lo stabilimento di “Lavezzari Guido” (già “fornitore delle Ferrovie dello Stato e Municipii”) per la trasformazione del legno con segheria elettrica.
Negozi e botteghe
Fra le botteghe vanno annoverate la nuova costruzione del 1912 di Aliprandi Arcangelo (via Tofane 19), la casa d’abitazione già Torrefazione (via Nuoro), il laboratorio “B. Giuseppe Clerici”, le abitazioni (ricavate all’interno di un vecchio convento) dei fabbricanti di scope (via Bertelli), dei fiaccherai e dei cocchieri (via Tofane), le casere di formaggi (via Tofane), il laboratorio “Bianchi” (via Asiago 6), il negozio di cornici “Giuliano Lazzaroni” (via Chioggia), gli uffici e magazzini “Cattaneo” (via Ponte Nuovo).
“Guida della città di Milano e sobborghi”
Un elenco più dettagliato delle attività produttive di Gorla è fornito dalla “Guida della città di Milano e sobborghi” edita da Gaetano Savallo a partire dal 1881 e dalla “Nuova guida della città di Milano e sobborghi” del 1884 e successive edizioni (1908, 1913). Le guide Savallo rappresentano una sorta di Pagine Bianche dell’epoca. La descrizione che danno delle varie attività produttive è accurata e precisa anche se mancano riferimenti topografici diretti con la realtà odierna; le notizie che se ne ricavano sono, però, generose. Gorla era un discreto serbatoio di manodopera a basso costo, soprattutto, un serbatoio fluido di forza lavoro accompagnato da un deciso riuso delle abitazioni a corte e delle cascine.
La “Fabbrica di Cioccolato Lombardi e Macchi”
Fra le ditte selezionate una, in particolare, spiccava per la particolare connotazione che assunse nel passaggio gorlese: la “Fabbrica di Cioccolato Lombardi e Macchi” (1823-1923). “Sul terreno di via Palestrina, sotto la guida del prof. ing. Pinciroli, viene costruito il grandioso stabilimento attuale”(1902). Lo stabilimento fu trasferito a Gorla al Casino dei Torchi, nel 1902 a Greco in Via Palestrina, nel 1922-30 in via Farini 52. Il Sig. Macchi, uomo di azione e larghe vedute, venuto in possesso nel 1843 della fabbrica di cioccolata, trasferì nel 1864 il riparto della cioccolata a Gorla, nella vecchia Cascina Quadri. Nei fabbricati rilevati tra il 1885 ed il 1882, nella proprietà Ramazzotti figurava una filanda per seta costruita nel 1854 e una fabbrica di cioccolata con casa (ex Cascina Quadri). “Oh voi, che sdegnando le torbide acque di Diana, riservato ai salti di testa ed alla esposizione più o meno plastica dei torsi, dei bicipiti e delle pance abbondanti o scarse della nobiltà e della grassa borghesia milanese, cercavate in quelle assai più pure , fra Gorla e Crescenzago, un ristoro alla caldura estiva, la ricordate la gran ruota che a poca distanza dal ponte dava vita ad uno stabilimento dal quale emanava quel grato profumo di cioccolata che raddoppiava il vostro appetito?" Purtroppo, nel 1917, a seguito delle limitazioni imposte dalla grande guerra, un decreto luogotenenziale vietò la vendita di dolciumi; pertanto lo stabilimento venne ridotto a pochi operai che ancora lavoravano negli unici reparti ancora in funzione, quelli di cioccolato e frutta. Nel 1921 il Commissario generale degli approvvigionamenti e consumi ripristinò la libera fabbricazione dei dolciumi e così lo stabilimento riprese il lavoro in tutti i reparti. Nel 1922, la Società, a rogito del notaio Comm. Avv. Federico Guasti, rilevò lo stabile in via Carlo Farini 52 e vi costruì il nuovo stabilimento.
Il cioccolato
Il cioccolato veniva lavorato nelle “conche”, grossi recipienti rotondi e poco profondi, dove per ore e ore s’impastava e stirava la massa di cioccolata (una mistura di burro di cacao e polvere di cacao e zucchero) per farle prendere aria ed ossidarsi in modo da esaltare sapore e profumo. Il cacao veniva torrefatto in tostini a sfera, riscaldati a fuoco diretto, e azionati da una manovella. La produzione del cioccolato in Italia era riservata ai droghieri che lo mettevano in commercio sotto forma di tavolette da cuocere ed ai “liquoristi” che lo preparavano per servirlo già pronto, in tazza. Torino e Milano, furono le due città italiane che si dedicarono maggiormente alla produzione del cioccolato.
Il profumo del cioccolato
La fabbrica deliziava, a memoria d’uomo, anche le “numerose coppie che dal viale di Monza svoltavano lungo la strada alzaia per confidarsi più liberamente i palpiti dei loro cuori”. Quando arrivavano a quella ruota “allentavano le mani intrecciate e sospendevano le ardenti dichiarazioni per deliziarsi di quel profumo! Perfino i cavalli delle barche che risalivano il Naviglio, quando vi passavano davanti, spalancavano le floge e davano in un allegro nitrito, come nei loro bei giorni davanti ad una prateria in fiore!" La Centrale idrica di Gorla Collegata all’acqua era anche la Centrale idrica “Gorla” di via Aristotele 28: un impianto di media potenzialità situato nel settore nord-orientale della città. L’impianto, entrato in funzione il 16 giugno 1932 (completamente rifatto nel 1966), era composto da 20 pozzi della portata base di 700 litri al secondo, dotati di tre elettropompe sommerse che attingevano acqua alla falda sotterranea. La falda sotterranea si trovava a circa 27 metri di profondità sotto il piano di campagna. Le acque venivano immesse in una vasca di accumulo e di decantazione della sabbia della capacità di 4.475 metri cubi. Attualmente la centrale funziona con due soli gruppi con una portata di 700 litri al secondo, pari a 2.500 metri cubi all’ora, per dodici ore al giorno che è il tempo di svuotamento della vasca. Un terzo gruppo viene mantenuto di riserva. La Centrale “Gorla” veniva utilizzata per rispondere alle richieste di base e non veniva fermata neppure durante la notte. La sua zona d’influenza era quella di viale Monza e via Palmanova. Con le recenti modifiche alla rete di distribuzione, la centrale di Gorla contribuisce oggi anche al rifornimento della zona nord in aiuto alle Centrali “Testi” e “Suzzani”.
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Informazioni, rielaborazioni, testi… tratti da:
- Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano, 1857.
- “Memorie stese dal parroco locale e pubblicate nella faustissima benedizione e inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale”. Milano, Sac. Davide Sesia.
Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886.
- Testimonianze di: Metti Erminio, Melzi Ambrogio, Gino & Michele.
- Otto Cima, Nel Centenario della Ditta Lombardi e Macchi, Milano, 1823 -1923, Tipografia Pizzi E Pizio. Nel 1899.
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Orgoglio rivierasco
Le numerose testimonianze che sono state raccolte confermano il progressivo distacco del quartiere da quella che era l’anima del vecchio borgo; eppure qualcosa ancora del vecchio orgoglio rivierasco sopravvive nei ricordi e nelle memorie dei protagonisti che lo animarono negli anni fra le due guerre. Emerge dai loro racconti la nostalgia per un periodo che, anche se pur povero, era riuscito a trasmettere loro un senso di viva partecipazione e condivisione. Laddove non possono più i luoghi fisici sono le memorie a far vibrare i cuori e gli animi. Il magazzino della Gorla “rivierasca” sta lentamente svuotandosi perdendo sempre più di peso; a mano a mano che gli ultimi protagonisti lasciano la scena i rincalzi non riescono più a calibrare la propria storia a dimensione del borgo e del naviglio; rimane un senso di pervadente frustrazione anche se, per la verità, qualche labile fiammella ancora arde nelle aspettative di chi vorrebbe aggrapparsi ai ricordi e sostenere, con fierezza, che ancora si può prendere il meglio di ciò che era.
Covo di “carbonari” e “scapigliati”
Ma cosa era Gorla? Un covo di Carbonari, almeno così paventava qualcuno nel Regno Lombardo-Veneto. “Son degni di nota poi anche due conjugi forestieri, credo inquilini dei Mendel, sui quali corsero voci assai strane: chi li diceva emigrati di Francia, chi emissarii del famigerato Robespierre, chi perfino spie del Governo Austriaco. Forse derivò dal tratto alquanto misterioso di questi due vecchi il sospetto che s’ingenerò nel pubblico, ed anche pare nel Governo Tedesco, che a Gorla si annidasse un coro di congiurati politici, ossia di Carbonari, come si chiamavano allora. Fu però solo sospetto? Risponderà chi ne sa più dello scrivente. Quello che par certo è che il Governo Austriaco vi mandava spesso i suo cagnotti a fiutare, e che vi era visto bene come il fumo negli occhi, specialmente dopo la famosa Ma Gorla era anche “scapigliata” ancora prima della proclamazione dell’unità nazionale; espropriazione sforzosa dei terreni per lo stradale.”
Il ballo nella Villa del Conte Antonio Giuseppe Batthyany
Nelle ville poste lungo il Martesana si tennero spesso feste sontuose e balli che per lo sfarzo dei costumi e per la presenza di illustri personaggi dell'aristocrazia destarono scalpore nella città di Milano; in particolare destò scalpore il ballo organizzato il 30 gennaio 1828 nella Villa del Conte Antonio Giuseppe Batthyany; i partecipanti nei loro sontuosi abiti furono immortalati dal pittore Francesco Hayez su cartoncini; ancor oggi si possono ammirare al Museo Poldi Pezzoli le vetrate che riproducono i sontuosi costumi dell'aristocrazia milanese. La festa durò fino alle otto del mattino; tra gli invitati vi era anche un certo Gaetano Barbieri che, recitando versi adulatori sui vari padroni di casa, era molto abile ad intrufolarsi nelle feste per carpire ogni traccia di dissenso o di cospirazione. Si scoprirà in seguito che era una spia della polizia austriaca.
Il fervore riformistico di Milano
La vivace tradizione culturale, la competente capacità amministrativa e il primato nelle attività economiche ponevano la città di Milano su un livello sicuramente più alto rispetto alle altre città italiane eppure doveva sottostare alla precarietà e alla mediocrità di uno stato unitario ancora troppo disperso e confusionario. Fervevano al proprio interno gruppi di scrittori, milanesi per nascita o adozione, molto attivi in campo editoriale che spingevano Milano ad uscire dal proprio involucro ottocentesco e a ribellarsi all’intorpidimento di una civiltà importata a piè pari dall’Europa a discapito dei valori autoctoni. Gli scrittori si proponevano di giovare alla pubblica utilità, soprattutto in quei settori che stavano caratterizzando il progresso economico della Lombardia come l’agricoltura, il commercio, l’industria.
“Il Caffè”. “Il Conciliatore”
Milano era l’epicentro delle varie correnti culturali che andavano dal fervore riformistico del Circolo Illuminista dei fratelli Verri, raccolto intorno al giornale “Il Caffè” (1764-1766) uscito su iniziativa di Alessandro Verri, Cesare Beccaria, Pietro Secchi, Paolo Frisi, Giuseppe Visconti, Sebastiano Franci, all’impegno politico-civile e di rinnovamento culturale promosso dalle pagine del foglio letterario “Il Conciliatore”, il “foglio azzurro”, come era chiamato per il colore della carta di stampa, uscito Milano, con cadenza bisettimanale, fra il settembre del 1818 e l’ottobre del 1819, quando venne chiuso dalla polizia austriaca. Il foglio era finanziato da due nobili liberali, il marchese Luigi Porro Lambertenghi e il conte Federico Confalonieri, che insieme ai redattori Silvio Pellico e Pietro Borsieri (che stese il programma del “foglio scientifico-letterario”) furono condannati nei processi del 1821 per cospirazione contro l’Austria. Gli altri redattori erano Ludovico di Breme e Giovanni Berchet, ai quali si aggiunsero articolisti di rilievo come Ermes Visconti e Gian Domenico Romagnosi.
Gorla “scapigliata”
Anche il movimento culturale della Scapigliatura andava in questa direzione. Il termine “Scapigliatura” venne impiegato per la prima volta da Cletto Arrighi - pseudonimo di Carlo Righetti - come traduzione del termine francese Bohème in un romanzo apparso nel 1858: La Scapigliatura e il 6 febbraio. Il gruppo della Scapigliatura milanese era costituito dal poeta e pittore Emilio Praga (1839-1875), da Iginio Ugo Tarchetti romanziere e poeta (1839-1869), dai fratelli Camillo (1836-1914) e Arrigo Boito (1842-1918) architetto e autore di novelle il primo, poeta musicista il secondo, da Carlo Dossi (1849-1910), audace sperimentatore linguistico, da Giuseppe Rovani (1818-1874) modello d’attività intellettuale e condotta di vita.
Emilio Praga
Lo scapigliato Emilio Praga, poeta e pittore, era nato il 18 dicembre 1839 nel borgo di Gorla da famiglia benestante. Il padre disponeva di una conceria di pelli e la madre, donna di cultura, gli aprì la strada dei salotti culturali dell’epoca. Memorabili furono le sue gesta di ragazzo scapigliato, ribelle e intraprendente in una Milano addormentata, teso nell’inseguimento dei modelli metropolitani europei. Praga visse proprio qui in riva al naviglio, in un paesaggio di verde e corti che s’aprivano sul naviglio, la sua stagione di ragazzo ribelle. Girò l’Europa con la sua tavolozza di colori assimilando condotte di vita e modelli esistenziali, ma riportandoli sempre al borgo natìo che fece da teatro alle sue imprese fuori dalle righe. A vent’anni esponeva già a Brera, a ventitré pubblicava la sua prima raccolta di versi “Tavolozza”. Le sue amicizie proverbiali con gli esponenti della Scapigliatura milanese, Giuseppe Rovani, Cletto Arrighi, Iginio Ugo Tarchetti lo condussero sulla strada della sregolatezza contrassegnata da abbondanti bevute e solenni sbornie. A ventisei anni, nel 1865, ebbe la cattedra di letteratura al Conservatorio di Milano, ma la sua condotta di vita non si confaceva con il nuovo ruolo d’insegnante. Morirà nel 1875.
Don Paolo Locatelli
I ricordi più vivi nel borgo portavano, però, a figure come il Parroco di Turro, Don Fossati (1866), i Sacerdoti Davide Sesia e, soprattutto, Don Paolo Locatelli. Don Paolo Locatelli venne consacrato Sacerdote nel 1906 e assegnato alla Parrocchia di S. Maria Assunta in Turro Milanese come assistente dell’Oratorio nel 1907. Il suo impegno fu tutto per l’Oratorio (la sua vera passione) che considerava un vero istituto di formazione spirituale per i ragazzi. A pochi mesi dalla cessazione delle ostilità belliche venne nominato Delegato Arcivescovile alla Borgata di Gorla. Il 6 aprile del 1919 entrò nella piccola chiesa dedicata a San Bartolomeo. All’inizio, non possedendo una casa parrocchiale, elesse il proprio domicilio prima in Via Pisino e poi in Via Monte S. Gabriele. Furono quelli anni difficili in cui Don Paolo Locatelli dovette misurarsi con l’ostilità dell’ambiente anticlericale; la vicinanza dell’osteria, dove aveva l’alloggio (quattro stanze sopra l’osteria), gli causò non pochi problemi. “Il Sacerdote Don Paolo Locatelli in omaggio alle disposizioni della Curia si trasferisce a Gorla I, il 4 aprile 1919”. Dal 1919 al 1924 fece posto al nuovo salone dell’Oratorio, al Circolo Cattolico e alla Casa Parrocchiale. Iniziò anche un fervido lavoro che lo porterà alla costruzione della nuova chiesa che verrà inaugurata il 29 marzo 1925. Morirà nel 1954.
“Con ferma costanza”
La sua fu una storia dove vicende personali s’intrecciarono con quelle del borgo divenendo nel tempo quasi un’unica esperienza e cammino di vita. Dopo un periodo di acute sofferenze, miracolato a suo dire da S. Teresa del Bambin Gesù cui si era rivolto per ottenere la grazia della guarigione, riprese sempre il cammino, dopo alterne vicende, cercando di portare a compimento l’ambizioso progetto di dotare la chiesa di un nuovo oratorio più grande e più ricco con il concorso dei giovani della Parrocchia. Lasciò un’opera e un ammaestramento che molti ancora ricordano. “Il funerale di don Paolo Locatelli è partito dalla Parrocchia di Gorla: a piedi, attraverso via Monte San Gabriele, via Prospero Finzi, piazza Greco, via Emilio De Marchi, la salma è stata portata al cimitero di Greco; quando il feretro è arrivato al cimitero, la coda del corteo era ancora in viale Monza.” Testimonianza di Comparin Gina .
Le prime Associazioni Cattoliche
Si costituirono le prime Associazioni Cattoliche: Unione Giovani (1919), Terziari Francescani (1919), Lega di Perseveranza (1919), Figlie di Maria (1919); Circolo Cattolico (1922); si crearono anche stendardi e bandiere come quello dei Terziari Francescani, della bandiera dell’Oratorio Maschile S.Cuore, della bandiera della Perseveranza.
TESTIMONIANZE DI VITA
La vita a Gorla
Ma la vita a Gorla non era solo quella delle grandi imprese, era anche quella delle vicende minute, quotidiane che si svolgevano sullo sfondo di un naviglio sonnacchioso e biricchino. Si viveva a stretto contatto allacciando rapporti che oggi si possono solo immaginare. Impressioni, appunti, ricordi sono solo le punte emergenti di una socialità che permeava tutta la vita del borgo e che il senso di una perduta giovinezza arricchiva di pathos. Il ricordo dei protagonisti di allora, nel rievocare il proprio tempo, smorza il tono della voce e illumina gli occhi: ciò che rimane è l’immagine di una Gorla più vicina alla gente, al suo naviglio. Tutto quello che avveniva nel borgo era come una proiezione della propria esistenza vissuta attorno alle Cassine e al naviglio. Impressioni e appunti che colorano ancora oggi i tratti sbiaditi di uno scenario che pure doveva essere molto bello.
Il “grande fiume”
“Potrei dire di essere nato sul grande fiume perchè, tanti anni fa, noi bambini così chiamavamo il Canale Martesana. Gorla, per noi piccoli, era una piccola Parigi ed il Martesana diventava per incanto .....la Senna. Si sa che i piccoli, con i loro occhi innocenti, vedono più grandi le cose; danno a tutto quanto li circonda, una luce diversa dal naturale, una luce più accesa ed un colore più smagliante della realtà. Sono trascorsi più di settant'anni da allora ed il tempo avrebbe cancellato inesorabilmente in me queste sensazioni se non fossero così ben radicate e profondamente vissute.” Quelle medesime sensazioni che, a suo dire, lo aiutarono a “rilassarsi e ad attingere nuova linfa vitale”. Il Martesana era, di fatto, una grande strada e come tutte le grandi strade aveva la sua lezione da impartire. Vigotti sosteneva che il “manto stradale” del naviglio non abbisognava di manutenzione e “non doveva essere mai rifatto; non aveva buche, non aveva incroci, semafori o passaggi pedonali” che potessero intralciare il percorso ed infine “era totalmente gratuito”. Testimonianza di Vigotti Ambrogio.
Il Pittore Moizo
Il grande fiume “scorreva silenzioso e sinuoso nel cuore di Gorla” impregnando di sé la vita di tutto il borgo. Ciò che sorprende è la stretta complementarietà fra vita e naviglio. Ogni cosa, anche il gioco, soprattutto il gioco, faceva diretto riferimento al naviglio. I ragazzi saltavano su e giù dai barconi al loro passaggio con grandi imprecazioni dei conducenti. E poi nei giorni festivi, ma anche in quelli feriali, “chi passeggiava sull'alzaia aveva il piacere d’incontrare diversi pittori intenti a dipingere su una tela gli scorci più belli e suggestivi del corso d'acqua. Sono passati diversi anni ma il ricordo del pittore Moizo è sempre vivo in me. Questi era di media statura con un pizzetto argenteo molto ben curato. I suoi quadri erano stupendi e attiravano l' attenzione dei passanti. Abitava al n. 4 di via Asiago di fronte alla chiesa. Penso che la sig.ra Moizo, nuora del pittore, ne conservi ancora qualcuno”. Testimonianza di Vigotti Ambrogio.
“Facevo il chierichetto”
“A quei tempi a Gorla ci si conosceva tutti: facendo il chierichetto, al tempo della benedizione delle case, con Don Paolo Locatelli entravo in contatto con tutte le famiglie del quartiere reggendo il secchiello con l’acqua santa dentro cui, al termine, il capofamiglia metteva la monetina del misero obolo. Ho smesso di fare il chierichetto prendendo un ceffone da Don Locatelli perché parlavo in chiesa”. Testimonianza di Melzi Ambrogio.
“La vita era dura”
“La vita era dura e si guardava con miraggio la messa all’Istituto dei rachitici: al termine della funzione le suore offrivano a Don Locatelli qualche pasticcino e ai chierichetti una scodellina con dei biscotti secchi: una festa per noi”. Testimonianza di Melzi Ambrogio.
Il leone di pietra
Molte cose nel quartiere, senza apparente significato, acquistavano nell’immaginario collettivo una propria esclusiva collocazione. Ecco allora che il leone di pietra della Villa Angelica diventava il confidente più fidato dei ragazzi del quartiere. “Il leone di pietra che si trova oggi a lato dell' ingresso della chiesa di Santa Chiara, prima giaceva nella darsena della canottieri. Era il nostro amico più sincero perchè non parlava mai male di nessuno. Il perchè di quel leone nessuno lo sapeva esattamente. Si diceva che una signora sola, che abitava nella Villa Angelica, avesse un grosso cane al quale era molto affezionata. Un giorno il cane morì e lei, per ricordo, fece eseguire da uno scultore quel leone di granito”. Testimonianza di Vigotti Ambrogio.
“Gli inverni erano molto rigidi”
“Gli inverni ai miei tempi erano molto rigidi. Mi ricordo che nell' anno 1928 o nel 33 il termometro segnò minime di - 19 °. Sul Corriere della Sera l'avvenimento era stampato a caratteri cubitali. Anche d'inverno il Martesana offriva le sua collaborazione per lo sgombero della neve che cadeva copiosa. A Milano, ai miei tempi, la neve cadeva sovente e copriva la città anche con 50 cm di altezza e più. Candelotti di ghiaccio pendevano dai tetti e dalle grondaie ed i vetri di alcune fredde case erano incrostati con un sottile velo di ghiaccio che formava dei curiosi arabeschi. Per liberare la neve dalle strade, al mattino presto passava la "calata". La “calata” era un grande triangolo di legno appesantito con dei massi e trainato da una coppia di cavalli. Raschiando sul fondo stradale, il triangolo spingeva la neve ai lati della strada formando così due cordoni di neve. Con dei carri a grandi ruote, detti i "Marnun", massicci ma di piccola capacità (un metro cubo) trainati da un solo cavallo, la neve veniva caricata con il badile e rovesciata nel Martesana a mucchi distanziati per non ostruire il corso d’acqua. La corrente trascinava e scioglieva la neve ed il Paese riprendeva il suo normale ritmo.“ Testimonianza di Vigotti Ambrogio.
“Quando c'era qualche ricorrenza”
Il paesaggio disegnato dal borgo di Gorla era un paesaggio domestico dove ognuno sapeva esattamente quello che accadeva intorno dando modo d’intendere che conosceva anche luoghi e nomignoli più disparati. Nulla sfuggiva all’attenzione e alla curiosità quotidiane poiché ogni cosa, avvenimento erano debitamente annotati e descritti. Ciò che sorprende nei racconti dei protagonisti è, infatti, l’esatta corrispondenza di tutti i particolari e la presenza costante del naviglio a garanzia di tutto. “Quando c'era qualche ricorrenza, i cittadini di Gorla noleggiavano un barcone per l'occasione. Lo addobbavano con festoni colorati e lo ancoravano al Naviglio al "Cantun Frecc". Su questo barcone illuminato si mangiava, si beveva, si cantava e si ballava al suono di una orchestrina. Si aveva pure l’occasione di stringere amicizie coi nostri simili. Riflessione: perchè oggigiorno ci siamo rintanati nel buio del nostro guscio? Non perdiamo forse di vista che le buone amicizie promuovono un buon rapporto sociale e ci tolgono dalla solitudine?” Testimonianza di Vigotti Ambrogio.
La sala da ballo sul barcone
Ogni occasione era buona per fare festa. “Tutti gli anni in via Tofane veniva ormeggiato un barcone che veniva utilizzato come sala da ballo.” Testimonianza di Vigotti Ambrogio. Ci s’affacciava sul naviglio che allora pullulava di pesci, tanti e di diversa specie: anguille, tinche, lucci, botole ed anche gamberi. Quando il naviglio veniva messo in secca due volte all’anno per la pulizia generale rimaneva pur sempre una ventina di centimetri d'acqua e qui i pescatori s’industriavano a creare degli sbarramenti che, una volta svuotati, davano un buon quantitativo di pesci.
“El Bagnin”
Nel naviglio si trovavano anche risorse inaspettate, per esempio "El Bagnin", una rudimentale piscina all’aperto proprio di fronte alla torretta ottagonale della Villa Dupré. Le sue dimensioni erano all' inizio di metri 18 x 12 e aveva una profondità di tre metri, il che consentiva dei tuffi notevoli. Prendeva l'acqua dal Martesana e la scaricava nella Roggia Taverna (detta più comunemente “Taveggia”). Quella roggia era la palestra di nuoto dei ragazzini; lì imparavano i primi elementi del nuoto per cimentasi nel grande salto dal Ponte Vecchio nel “grande fiume” (il naviglio); quel salto, in così poca acqua (metri 1,5), era davvero un’impresa audace, il traguardo da superare per meritare il rispetto del gruppo; quando poi dopo tanti tentativi si riusciva nell'intento allora l’esultanza era grande. Ci si tuffava alle volte dietro un compenso di 50 centesimi. In riva al Naviglio c’era la prima piscina all’aperto di Milano: si chiamava “El Bagnin” dove i più esperti andavano a nuotare mentre i più piccoli prendevano confidenza con l’acqua al Taveggia, il corso d’acqua che scorreva dalle parti di via Stamira D'Ancona. Testimonianza di Casati Liliana. “D’estate il naviglio diventava un bagno pubblico: i genitori non mettevano l’acqua a scaldare nelle bagnarole ma ci portavano in riva con sapone e salviette per la pulizia generale.” Testimonianza di Casati Liliana.
La spiaggietta
D'estate la grande attrazione era il Naviglio e quella che molti chiamavano la "spiaggetta”; si facevano i bagni, i coraggiosi si tuffavano dal ponte vecchio, i buontemponi architettavano scherzi bonari. “Ricordo quello del portafogli: si metteva per terra un portafogli legato ad una cordicella sottilissima, praticamente invisibile; non c'era traffico e i passanti erano rari; quando qualcuno notava il portafogli per terra si guardava attorno con aria furtiva per assicurarsi che nessuno lo vedesse e poi, di scatto, si chinava per raccoglierlo: in quel momento dall'altro capo della fune si dava uno strattone e giù tutti a scoppiare di risate”. Testimonianza di Metti Erminio.
“El riva el barcon"
“Tutta la riva del Naviglio era un giardino molto curato e in via Asiago c'era un'estesa coltivazione di rose che apparteneva a un fiorista di Precotto. Testimonianza di Casati Liliana. “Sulle rive del Naviglio erano state ricavate delle rientranze per lavare i panni usando delle pietre lisce sistemate in pendenza verso l’acqua. Per molto tempo i i barconi che trasportavano sabbia e ghiaia, quando andavano controcorrente, venivano trascinati dai cavalli, poi venne la barca a motore che, con il suo movimento, faceva innalzare il livello dell’acqua che produceva una grossa onda. Al grido di “el riva el barcon" le donne si ritiravano per evitare di essere investite dall’onda.” Testimonianza di Casati Liliana.
ll “grande cortile”
La vita era sicuramente diversa, più a misura d’uomo. Non c’era traffico ma vigevano anche a quel tempo restrizioni e confini invalicabili. “Pur non essendoci il traffico di adesso, da bambini ci era proibito attraversare viale Monza da soli e quando uscivo da scuola mi portavo di fronte a casa poi, seduta sulla cartella (di fibra), aspettavo che la portinaia, la signora Teresa, venisse a prendermi. Capitava a volte che non si rendesse conto del tempo che passava e allora cominciavo a chiamarla a gran voce per attirare la sua attenzione”. Testimonianza di Comparin Gina.
“Basta talvolta un profumo”
Le vicende personali s’intrecciano a quelle collettive ed il ricordo diviene un corpo unico in cui è difficile distinguere il particolare dal generale. “Vivo tuttora in quella parte di Gorla dove ho trascorso la mia infanzia e, benché il paesaggio odierno sia profondamente mutato, basta talvolta un profumo, uno scorcio di colore, un'immagine per riportarmi - indietro agli anni Cinquanta quando la "Curt di paisan", la Villa Angelica, il naviglio, Piazza Piccoli Martiri e Via Fratelli Pozzi erano il luogo dei miei giochi insieme ai miei fratelli e a una numerosa schiera di coetanei. C'è ancora nel giardino di Via Fratelli Pozzi 10 un albero di tiglio. Appena fiorisce il suo profumo mi riporta alle sere di maggio quando il giorno sembrava non finire mai e noi bambini, dopo il rosario, ci attardavamo in Via Fratelli Pozzi per gli ultimi giochi.” Testimonianza di Rosalina Galbiati.
“La via diventava un grande cortile”
Pareva veramente, stando ai racconti dei nostri protagonisti, che il giorno non finisse mai e che la strada, il cortile diventassero un unico spazio-vita dove misurarsi non solo con il gioco ma con la vita stessa. Non si trattava solo di ragazzi ma anche di adulti, operai, mamme. “Non c'erano auto e la via diventava un grande cortile per giocare a "mondo", nascondino oppure a rialzo su e giù dal marciapiede finché la luce del giorno sfumava e le mamme ci richiamavano in casa affacciandosi alle finestre. Nella bella stagione, a mezzogiorno, la medesima via diventava sala da pranzo e salotto per gli operai delle "Rubinetterie Mariani”, che seduti sui marciapiedi consumavano il loro pasto e conversavano finché la sirena li richiamava al lavoro per il turno pomeridiano. C'è ancora lungo il naviglio sul lato destro un muretto ormai parzialmente diroccato dove si aggrovigliano alcuni rami di glicine, residui di un'enorme pianta che ricopriva tutto un muretto più alto di quello rimasto e che costeggiava il naviglio per un tratto di venti o forse trenta metri fino all'imbarcadero dei canottieri. Nei giorni d'estate quel muretto diventava per noi ragazzi un punto di osservazione del passaggio dei barconi, delle canoe e ... delle libellule, che chiamavamo "spose" e che catturavamo per osservare la trasparenza delle ali (simile forse a quella del velo da sposa) e i colori brillanti e irridescenti dei loro corpi affusolati.” Testimonianza di Rosalina Galbiati.
Ricordi di gioventù
I ricordi vagano liberi evocando sensazioni legate ad immagini fissate nella mente durante il periodo della gioventù. Della Villa Finzi il ricordo va al cancello d’entrata principale, quello che dava sul viale Monza; di quello che dava su via Finzi il ricordo si fissava, invece, sulla presenza inquietante del custode. E poi ancora la casa d’angolo tra via Dolomiti e via Tofane, il fiorista Casiraghi, la Canottieri Martesana, la festa dell’uva durante il periodo della vendemmia insieme all’Osteria Lazzaroni (via Dolomiti) appena al di là del ponte vecchio. In via Pozzi, in una villetta, abitava la levatrice, Stefania Tabacchi; l'altra levatrice, la Signora Maria, abitava in Viale Monza.
La Villa Angelica
Fra i ricordi che fluiscono in grande quantità consegnando emozioni ed immagini toccanti, quello della Signora Vigotti colpisce per la semplicità dell’impianto: frequentando Villa Angelica la signora Vigotti ricordava gli affreschi con le danzatrici nella torretta della villa, il soffitto a cupola e la grande civetta con le ali spiegate. “Non c'è più, invece, la "Villa Angelica ma ne ho impressa nella memoria l'immagine che associo a quella del castello stile Walt Disney. Probabilmente a me bambina quella costruzione, diversa da tutte quelle circostanti, con i tetti spioventi, l'alto parafulmine e l'elegante torretta dava l'idea del magico castello della Bella Addormentata e la torretta, inaccessibile, mi avrà fatto pensare al luogo dove la principessa dormiva il suo sonno incantato. All'interno la Villa Angelica tuttavia non aveva niente di magico; era abitata da normalissime famiglie; aveva uno scalone ampio fino al primo piano, poi la scala si restringeva e si faceva più buia e portava in un piccolo appartamento dove abitava con la sua famiglia la Signora Lina, di professione rimagliatrice di calze di nylon. Non c’è più neppure la bassa costruzione lungo il naviglio dove ora sorgono i palazzi di Via Dolomiti 1. Ricordo che in quella casa c'era l'Osteria della Pinotta, posto proibito a noi ragazzi. Al di là di quella casa c'erano orti e prati e i resti di una cava.” Testimonianza di Rosalina Galbiati.
La sede della Canottieri
Il terrazzo della villa, sorretto da colonne di granito, serviva anche da porticciolo per le barche della Canottieri Martesana. “Io abitavo vicino alla sede della canottieri ed ottenni di appartenere al Club pur non essendo un dipendente della Magneti Marelli. Alla sera, tornato a casa dal lavoro, staccavo la barca dall'ormeggio e risalivo il Martesana fino a Vimodrone o Cernusco. Una bella doccia di acqua fredda (fino a Novembre inoltrato) mi toglieva poi la stanchezza e mi ritemprava il corpo e lo spirito. Alla Domenica pomeriggio, mi portavo in barca a Crescenzago con un mio amico e poi, al ritorno, ci posizionavamo tutti e due a poppa (con la prua alzata) e con la chitarra e mandolino suonavamo le canzoni dell'epoca. Ho dimenticato di dire che le barche avevano tutte un nome femminile.” Testimonianza di Vigotti Ambrogio.
“I cosiddetti Stravachin”
Ci si divertiva anche con le barche: “Divertenti erano i cosiddetti "Stravachin". Queste picccole barche a remi, monoposto, avevano la prua a punta ed erano piatte a poppa .Le chiamavano così perchè si rovesciavano facilmente col divertimento dei presenti. Vedere passare le barche sul Martesana era una attrazione non solo per noi giovani, ma anche per i cittadini di Gorla e de paesi limitrofi come Precotto e Turro che non avevano la fortuna di possedere il Naviglio. Alle volte i canottieri scherzavano tra loro e si divertivano rovesciando secchi colmi d'acqua, dal Ponte vecchio, in testa ai loro compagni che erano in barca. Immaginate il divertimento di noi ragazzi.” Testimonianza di Vigotti Ambrogio.
Giochi di quartiere
I divertimenti erano quelli di tutti i ragazzi anche se ciò che sorprende era la loro famigliarità con l’acqua. “Da ragazzi non avevamo molti passatempi: eravamo organizzati in bande di quartiere e ci scontravamo spesso a sassate con quelli di Turro; dopo le nostre incursioni, quando venivamo inseguiti, ci rifugiavamo sulla massicciata del tram o sul tetto della Canottieri e tempestavamo di sassi i nostri avversari. Un'altra delle nostre occupazioni era quella di bersagliare le lampade dei lampioni o le vetrate di qualche officina con le fionde. Poi venne l'oratorio! Un altro passatempo, durante l'estate, era il bagno nel Naviglio La balneazione era proibita (era anche piuttosto pericolosa) ma noi, lasciati i vestiti sulla riva, ci tuffavamo lo stesso nel canale. Risultato: spesso i vigili urbani, arrivati all'improvviso, ci sequestravano gli indumenti ed il ritorno a casa era drammatico perché i nostri genitori non ce la lasciavano passare liscia”. Testimonianza di Melzi Ambrogio.
Le rivalità tra i quartieri
Le rivalità tra i quartieri (allora ancora simili a paesi) erano molto accentuate. “Ricordo che consideravamo gli abitanti di Precotto alla stregua di paesani mentre noi ci sentivamo cittadini milanesi. Tra di noi c'era molta solidarietà e ci si aiutava spontaneamente senza che chi aveva bisogno dovesse chiedere.” Testimonianza di Metti Erminio.
Giochi pirotecnici
Un’altra piccola bravata dei ragazzi del quartiere era quella “di svuotare i bossoli dei proiettili (allora ne circolavano parecchi) e mettere la polvere da sparo, a mucchietti, sui binari: quando passavano le vetture del tram per Sesto e Monza sembrava di sentir crepitare le mitragliatrici. Il convoglio si arrestava e i tramvieri scendevano infuriati ma noi eravamo già al riparo, irraggiungibili. Un altro gioco pericoloso era quello di svuotare i bengala inesplosi che ancora si trovavano qua e là ed incendiare il magnesio.” Testimonianza di Melzi Ambrogio.
Il Santo Protettore dei bevitori
I ragazzi non mancavano poi di osservare le persone che uscivano ubriache il sabato e la domenica soprattutto dall’osteria di fronte a Villa Angelica e che incamminandosi barcollanti sull'argine del Naviglio minacciavano ad ogni passo di finirvi dentro. “Cosa che però non capitava mai perché, si diceva, c'era il loro Santo protettore a proteggerli.” Testimonianza di Melzi Ambrogio.
La “scarlighera”
Forse c’era bisogno del Santo Protettore anche per il gioco della “scarlighera” che i ragazzi praticavano nelle adiacenze delle case della Fondazione Crespi Morbio: un grande spazio libero, più basso rispetto al livello stradale, diventava una favolosa pista su ghiaccio “durante l’inverno, con delle grosse latte sventrate, i nostri genitori facevano una specie di scivolo su cui si formava il ghiaccio quando nevicava: per noi era un grandissimo divertimento scivolarvi sopra, cioè fare la scarlighera.” Testimonianza di Casati Liliana.
“Venendo da Greco”
“Venendo da Greco si aveva l'impressione che i ponti della ferrovia fossero una specie di confine, che a Gorla ci fosse più vita (osterie e ristoranti, strade, movimento). Al Cantun Frecc e alla Ca’ Rossa si guardava come a luoghi di grande attrazione. Lungo il naviglio, dalla parte di Gorla c’era ancora la strada mentre ai ponti diventava un sentierino: questo da quando i barconi non venivano più trainati dai cavalli ma con un barchino a motore.” Testimonianza di Banfi Gianni.
Viale Monza
“Viale Monza era a corsia unica per ogni senso di marcia; a fianco correvano i binari del tram che da Porta Venezia arrivava a Sesto San Giovanni (il locale) e a Monza (il diretto).” Testimonianza di Metti Erminio. Nel primo dopoguerra, a parte le biciclette, il tram era l’unico mezzo di trasporto. Le vetture erano sempre strapiene e la gente viaggiava appesa a grappoli alle carrozze. “Attorno all'abitato c'erano ancora molti campi coltivati intercalati da povere case. In viale Monza, di fronte al Mercato comunale, c'era la pesa pubblica dove gli autocarri in entrata e uscita sostavano per la pesatura della tara e del peso netto. Dallo stesso lato, in riva al Naviglio, al “Cantun frecc” le lavandaie lavavano i panni d'estate e d'inverno.” Testimonianza di Metti Erminio. “Dietro il Gaetano Pini c'era la Cucirini Purinelli. Ora sta sorgendo un grosso ospedale che ospiterà l'istituto rachitici mentre l’attuale sede diventerà una casa per anziani.“ Testimonianza di Melzi Ambrogio.
Piazza dei Piccoli Martiri
La Gorla del primo dopoguerra era un po' diversa da quella attuale. “Nella Piazza dei Piccoli Martiri c'era una cascina, un fabbricato basso a forma di "L" con un lato di fronte alla chiesa. Era abitato da contadini e carrettieri (i carri avevano un cassone dalle sponde alte e ruote molto grosse). Il piazzale davanti all'oratorio era sterrato. In via Ranzato c'era la villetta bassa della famiglia Brevi ed una grossa buca dove era caduta una bomba; ricordo un sentierino a "S" ed una coltivazione di fragole: al momento della maturazione la Virginia (la proprietaria) dormiva in un gabbiotto degli attrezzi per evitare che le rubassero le fragole.“ Testimonianza di Metti Erminio.
L’ufficio postale
Montalbetti Pietro ricorda il suo ufficio postale “Mio padre, che era titolare dì ufficio postale, è morto dopo qualche mese. A lui è subentrata mia madre. Ci siamo poi trasferiti all'ufficio postale di Gorla che allora aveva sede nei locali dell'attuale “Gorlatexil” (era il 1928). Io ho lavorato per qualche tempo con mia madre, poi sono stato assunto alle Poste di piazza Cordusio. Ho fatto il servizio militare a Pavia, nel Genio, quindi son tornato a lavorare con mia madre. Nel 1942 l'ufficio postale è stato spostato in via Pirano e, successivamente, in via Teocrito. Qui è diventato titolare mio fratello, ora in pensione, mentre io mi ero già ritirato in precedenza”. Testimonianza di Montalbetti Pietro.
In oratorio
“La mia vita da ragazzo si è svolta essenzialmente in oratorio. Assistente era don Ferdinando Frattino. In oratorio avevamo dato vita ad una squadra di calcio che partecipava al campionato CSI, un torneo tra squadre di oratorio dalle quali sono usciti anche calciatori diventati famosi (da quella di Turro, per esempio uscirono Bruno Bolchi ed Enea Annibale, che hanno giocato in serie A). Anch'io avevo delle buone possibilità: ero entrato nei ragazzi della Pro Sesto (che militava in serie C ma quando pretesero che mi allenassi con maggiore regolarità mio padre mi stroncò dicendo che "al calcio giocano quelli che non hanno voglia di lavorare". Testimonianza di Metti Erminio.
La Corale Parrocchiale
“In Parrocchia c’era la corale, diretta dal maestro Andreoni: era formata di soli uomini, perché a quei tempi le donne non potevano salire sull'altare, ed io ero tra i coristi. Don Paolo promosse una scuola di recitazione di cui entrai a far parte. Anche qui i ruoli femminili dovevano essere interpretati da uomini. Recitavamo soprattutto testi dialettali. Tutti gli anni tenevamo un'accademia in occasione di San Pietro e Paolo, in onore di don Paolo Locatelli e di Don Piero Vittori”. Testimonianza di Bremmi Luciano detto Pierino.
LA TRAGEDIA DI GORLA
"Nel terribile bombardamento del 1944”
Ma Gorla fu anche investita in pieno da una tragedia che colpì gli affetti più cari del borgo. Negli occhi dei sopravvissuti è rimasta tuttora vivida l’immagine straziante di quei corpi in quel terribile giorno. “Nel terribile bombardamento del 1944, tra i bambini che vi persero la vita, c'era mia sorella Maria che frequentava la quinta elementare. Per mia madre fu un colpo terribile dal quale non si è più ripresa: andava in coma diabetico e la trovavamo stesa per terra. La mia fidanzata, alla quale avevo spiegato la situazione (o mi sposi e vieni in casa a fare da infermiera a mia madre, o per ora lasciamo perdere), accettò di sposarmi e si trasferì in casa nostra”. Testimonianza di Bremmi Luciano. L’episodio che più mi ha impressionato è stata la visione di tanti morti sotto il bombardamento del 1944, allineati nella chiesina: ogni volta che entro in biblioteca ho l’impressione di rivedermeli davanti." Testimonianza di Metti Erminio.
Il monumento ai Piccoli Martiri
A ricordo della tragedia fu eretto il monumento ai Piccolo Martiri. Ogni anno, il 20 ottobre, Milano ricorda i suoi piccoli martiri con una commemorazione cui partecipa sempre il Sindaco di Milano. “C'è ancora nella piazza il monumento ai Piccoli Martiri. Il 20 ottobre, giorno della commemorazione, anche noi bambini diventavamo seri. Capivamo che era un giorno speciale in cui, invece di giocare e fare chiasso, era meglio fare silenzio e fermarsi nella piazza per guardare le corone di fiori, i lumini e la gente che sostava in preghiera e infine alzare lo sguardo su quella madre dolente col suo bambino abbandonato sulle braccia. C'è ancora silenzio dentro di me ogni volta che guardo quel monumento”. Testimonianza di Comparin Gina. “Il nome alla via Fratelli Pozzi venne dato dal Sindaco di Gorla Bianchi per ricordare i fratelli di Augusto Ripamonti, l’unico figlio rimasto in vita di una vedova che aveva perso i due figli “Pozzi”, nati dal precedente matrimonio e morti nella prima guerra mondiale”. Testimonianza della Signora Vigotti.
IL BORGO
“Ciò che ricordo”
E dopo la tragedia il ricordo vaga un po’ spaesato fra ciò che rimane di quel vecchio borgo, un tempo terra di confine. “Ciò che ricordo della vecchia Gorla non è molto. Nella piazzetta davanti all'ingresso dell'oratorio si giocava al pallone: macchine non ce n'erano. In via Minturno c'erano delle montagnette, il gioco delle bocce e gli orti (un pezzo era di mio papà). In via Asiago, nella prima via a destra c'era la Corte dei paesani (dove adesso c'è la trattoria) con una grande aia e i cavalli; lì abitavano Adele Fossati e la camiciaia signora Bremmi: il portone dava su un grande cortile. Dell'attuale biblioteca ricordo che era tanto buia, c'erano delle sedie e la sorella di don Locatelli ci insegnava il catechismo. Via Teocrito non era asfaltata: c'erano alberi e siepi e ci andavamo spesso a fare delle fotografie di gruppo. Da Villanuova partiva un fossato che passava sotto il Naviglio. In viale Monza la farmacia era accanto all'attuale negozio di ferramenta e di fronte c'era l'edicola (allora era un chiosco in metallo): al posto del calzaturificio Ricci c'era una latteria. Più avanti c'era il panificio dove spesso portavamo a cuocere, pagando una piccola somma, le torte fatte in casa. Ricordo che alle volte, sapendo che eravamo in difficoltà, il panettiere non ci faceva pagare”. Testimonianza di Comparin Gina.
“Un paese alle porte di Milano”
“Il quartiere è quello di Gorla, che a inizi Novecento era un paese alle porte di Milano, e che oggi è una semplice fermata del metro, ormai cuore del terziario definitivamente respinto dal centro storico. Quel quartiere ha conservato un’anima che ha radici lontane. E il comico a Milano ha radici lontane. Zelig, il locale di Viale Monza 140 divenuto oggi famoso anche grazie alla tv, è nato lì, a due passi. Dentro ciò che è rimasto di una specie di Casa del Popolo, con sezioni di partito e un orgoglioso, sopravvissuto “Circolo Familiare di Unità Proletaria”. Accanto era annesso un locale da ballo, nel dopoguerra: la balera dei Buschètt, perché lì dietro, a pochi passi da Villa Singer c’erano ancora degli alberi, e così numerosi da assurgere alla dignità di bosco, se pur piccolo. La sala da ballo divenne negli anni Sessanta il mitico “Tricheco”, che stava al “Piper” di Roma come la Cinquecento alla Lancia Fulvia: molto meglio la prima. Sano beat e “celentanoidi”, gli innumerevoli emuli di Adriano. C’era Teocoli con i “Quelli” (la bambolina che fa no-no-no…) e Jannacci e Gaberche cantavano “Una fetta di limone”, cui le misure del rock avevano imposto la finale tronca “nel tè”. Testimonianza di Gino & Michele, op. cit.
“Sarà perché a Milano c’era la nebbia”
“Sarà perché a Milano c’era la nebbia. O per le cotolette, che si digeriscono lente, con tutto quel burro. Sarà perché il Duomo è buio, dentro, e mette un po’ a disagio. Non si è mai visto un milanese ridere per strada. È vero che ha sempre fretta, e anche quando il passo non è agitato gli si legge negli occhi che ha da raggiungere una meta, piccola o grande che sia, ma pur sempre una meta. I milanesi non hanno animo né tempo per ridere, a gratis. I milanesi ridono per scelta. Lo fanno da grandi intenditori perché il riso – la versione dell’altra metà del tragico – fa parte della loro cultura. Il milanese ama coltivare quella parte di sé che sa leggere la realtà capovolta. La ama a tal punto che se la coccola da secoli dentro quei necessari luoghi di comunicazione che sono i locali pubblici nati per il convivio. Lo erano le antiche osterie, le trattorie fuori e dentro porta. E via via i trani periferici delle contaminazioni nord-sud, e i bar, le cantine, fino ai pub di oggi. Tutti i milanesi, dal popolo dei “Cibi cotti”, alle aristocrazie dei salotti letterari. Persino il grande romanzo del perbenismo ottocentesco – i Promessi sposi – è intriso di umorismo sottile e di bonaria arguta ironia”. Testimonianza di Gino & Michele.
“Chi ha detto che il milanese è triste”
“Chi ha detto che il milanese è triste... Se qualcuno ancora crede in una Milano noiosa e un po’ troppo bacchettona, vada a ripercorrersi le follie della Scapigliatura, movimento letterario lombardo unico e irripetibile. O riscopra Carlo Porta. E, perché no, il teatro di Mazzarella, le intuizioni di Bramieri, le sublimi genialità logorroiche di Walter Chiari, le riscritture della donna meneghina inventate dall’inimitabile Franca Valeri. Si lasci affascinare dalla breve quanto incisiva esperienza del Teatro da Camera dei Gobbi. Persino la cucina grassa ma a suo modo “elegantemente” provinciale dei primi Legnanesi può farci riflettere su quell’anima comica mai doma che trasversalmente ha attraversato la cultura lombarda. Milano ha regalato al mondo un premio Nobel maestro di comicità, Dario Fo. E un grande poeta che sa di musica, Enzo Jannacci. A Milano sono maturati scrittori anomali spesso contaminati dal gusto di quell’autoironia metropolitana che i milanesi conoscono molto bene e sanno coltivare con gelosia. Quanto amaro, a volte violento sarcasmo nelle pagine che descrivevano la Milano del boom nella Vita agra di Bianciardi, milanese d’adozione. O la città delle notti disincantate di Umberto Simonetta. Quanta ironia nella metropoli anche marginale di quella formidabile pedina fuori posto che fu il giornalista Rai Beppe Viola. E negli scritti ricercati e colti di Gianni Brera, intellettuale lombardo di genio prestato alla Milano sportiva. O nelle cronache a volte esilaranti di Camilla Cederna, sofisticata immagine del potere e dell’opposizione della “sua” città. Gente che ha respirato Milano, la sua aria antica e modernissima, difficile, anche, ma sempre vitale. Intellettuali che non si chiudevano in casa”. Testimonianza di Gino & Michele.
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Informazioni, rielaborazioni, testi… tratti da:
- Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano, 1857.
- “Memorie stese dal parroco locale e pubblicate nella faustissima benedizione e inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale”. Milano, Sac. Davide Sesia. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886.
- Le notizie sono liberamente tratte dal “Liber Chronicus” della Parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù di Gorla. Trascrizioni di impressioni di cronista e testimoni oculari.
- Le notizie dei bombardamenti su Milano sono riprese dal libro di Achille Rastelli: “Bombe sulla città”, Edizione Mursia, Milano 2004.
- La cronaca del fatto e la storia del monumento sono ripresi dal volumetto “20 Ottobre 1944…Dicevano che la guerra era finita…” a cura di Achille Restelli. Milano, ottobre 2002.
- L’insegnante, Maria Luisa Rumi, che al tempo del bombardamento frequentava la scuola, ricorda nei suoi appunti quel tragico giorno. Testimonianze di: Bremmi Luciano Metti Erminio Comparin Gina Rosalina Galbiati Banfi Gianni Melzi Ambrogio Montalbetti Pietro Vigotti Ambrogio Signora Vigotti Casati Liliana Gino & Michele
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"TERRE DI CONFINE..." di Edo Bricchetti
Questa ricerca è stata voluta e realizzata per riscoprire e valorizzare i Quartieri milanesi di Turro, Gorla, Precotto, Greco e Crescenzago.
Alcuni di questi nomi compaiono in fila sui cartelli della linea Metropolitana.
Ma prima di ridursi a semplici fermate questi antichi borghi di frontiera "Turro-Gorla-Precotto", hanno avuto una loro storia.
Lo sviluppo urbanistico, soprattutto negli ultimi quarant'anni, ha indiscriminatamente sconvolto e travolto non solo gli angoli suggestivi, gli spazi aperti e il verde ma ha sacrificato al progresso e alla fretta uno stile di vita cittadina a misura d'uomo.
La periferia, termine purtroppo carico di contenuti disgregativi, è in genere poco rispettata da chi amministra e dagli stessi cittadini, e perciò si degrada ulteriormente.
La recente storia di Milano sembra dimostrare ancora una volta tale tendenza ma ecco che da qualche anno la nostra associazione, insieme ad altre in Milano, vuole proporre una città rinnovata in cui i "villaggi", i quartieri ingoiati nell'espansione della metropoli, recuperino la loro storia di borghi antichi, con i loro valori, lo stile di vita impresso nelle case, strade, piazze, giardini, verde, corsi d'acqua. Niente di più suggestivo per stimolare il desiderio di chi abita qui di riscoprire e ritrovare il bello che abbiamo fuori casa, una zona adatta come questa, formata da borghi preesistenti legati tra loro da un percorso d'acqua bello e poetico come il Naviglio Martesana (affiancato da una godibilissima pista ciclopedonale) e da un imponente percorso di terra come il viale Monza per il momento, purtroppo, disalberato ma che speriamo nel futuro possa essere ripristinato alla dignità di viale.
Ecco allora questa ricerca storica attraverso la quale rivive un mondo prima agricolo poi artigianale ed infine preindustriale che ci ripromettiamo di indagare in modo più vasto ed approfondito risalendo, perchè no, anche il naviglio fino al suo incile.
Associazione "Gorla Domani"
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Anteprime
TERRE DI CONFINE…
"Quando io dico, ritorno alle radici, ai propri valori non voglio assolutamente lasciarmi prendere da nostalgie romantiche o folkloristiche..ma proprio dal deposito di valori che costituisce la ricchezza della vita". (Padre Turoldo)
Storia di acque, di terre, di gente legata al naviglio, di borghi agricoli, di industrie, di mestieri ma anche di ben note vicende che hanno visto l'affermazione del processo d'insediamento edilizio in zona 10, a cavallo di viale Monza.
Un processo che ha animato l'attenzione sui grossi progetti di speculazione allora imperanti: la creazione di una "Città degli Studi" il progetto originario risaliva al 1912), la realizzazione di una stazione ferroviaria centrale (1908-193 1), lo smantellamento del complesso industriale della "Società Pirelli" di via Ponte Seveso, l'arretramento dei Bastioni di Porta Venezia e le conseguenti prime realizzazioni di piazza della Repubblica.
Mentre corso Buenos Aires brulicava di nuove attivita' commerciali e servizi fra cui l'albergo "Titanus", l"Immobiliare Nord-Milano" provvedeva a realizzare nel 1910 il primo tassello della nuova "Città lineare" ("Quartiere Industriale") collegata alla città da un'avveniristica tramvia sopraelevata elettrica (il futuro viale Fulvio Testi e viale Zara). Una città, insomma, nella città ma anche una città mai nata, una "terra di confine" in perenne bilico fra città e campagna, fra acque e terre, fra mondo rurale e metropoli moderna.
Oggi come oggi, sono proprio le carcasse degli stabilimenti industriali obsoleti, i resti delle abitazioni rurali, le case rivierasche, i fossili" del lavoro, a recare una testimonianza esaustiva del processo di trasformazione dei Borghi di Turro, Gorla, Precotto, Greco e Crescenzago e della loro integrazione nella realtà periferica della grande città.
Una realtà contrassegata da vie d'acqua, da strade, da mestieri, da borghi rurali, insomma una memoria storica collettiva persa nella giungla dei nuovi segni metropolitani, tappe di una lenta ma significativa opera di evoluzione verso forme di economia industriale incentrata sulla rapida circolazione delle materie prime e dei manufatti.
L'avvento dell'opera d'industrializzazione, soprattutto nel primo dopoguerra, dissolse progressivamente la fisionomia originaria dei borghi ma non fece mai svanire del tutto il ricordo che rimane ancora vivo della "civiltà" dei Borghi.
Siamo alle soglie del ricordo vissuto, tenuto in vita da qualche sporadica testimonianza e gia' pendono altri progetti che molto probabilmente cambieranno il volto di quest'area (leggi il progetto del Passante Ferroviario ed il recupero delle aree industriali dismesse) cancellando forse per sempre gli ultimi ricordi dei vecchi centri di aggregazione.
A questi ultimi "monumenti" potremo solo ergere tutt'al piu' un ricordo iconografico a testimonianza della loro indiscutibile valenza storica.
Ciò che resta di questo proposito urbanistico sono solo delle mute testimonianze, dei fossili davvero esigui, squallidi per la verità: risultato di un' opera d'industrializzazione selvaggia che ha finito per distruggere l'originaria disposizione dei Borghi dei Corpi Santi Milanesi, occupati negli angoli piu' remoti da insediamenti produttivi sprovvisti di ogni servizio, preoccupati solamente di "colonizzare" il territorio senza agganci concreti e plausibili con la tradizione dell'area.
E il risultato, scevro da considerazioni sulla qualità dei cambiamenti, e' stato lo stravolgimento del vecchio tessuto connettivo della cintura rurale dei Corpi Santi, uno stravolgimento operato in totale assenza di un disegno di conservazione dei vecchi tratti materiali che pure erano fortemente radicati nella tradizione locale.
Piu' precisamente, il risultato e' stato quello di una radicale operazione di riconversione d'uso delle testimonianze d'epoca in vuoti "contenitori" di uomini ed industrie, avulsi totalmente da quella che poteva essere considerata la loro autentica identità sociale.
Eppure le premesse perché questi borghi fossero isole di borghi o quartieri interessati ed influenzati direttamente dal corso del Naviglio del Martesana, quindi aree destinate ad un "paesaggio di acque e terre" assolutamente originale, con parchi lineari attrezzati (paralleli al corso d'acqua), insediamenti residenziali rispettosi dei tratti del paesaggio antropico… c'erano tutte.
Le premesse c'erano tutte, soprattutto, per quanto concerneva la cosiddetta terra di confine "virtuale" situata fra la campagna aperta delle terre asciutte milanesi e le propaggini periferiche della grande città, quindi fra un concetto urbanistico proprio delle realta' periferiche urbane, con quartieri anonimi a sostegno dell'industria, e quello piu' articolato, rivitalizzato e riaggregato degli antichi borghi di confine.
I BORGHI RIVISITATI
"Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti." (Cesare Pavese)
Si era iniziato cosi bene nel settembre del 1984, durante la festa "Martesana c'è Martesana non c'è"; in quell'occasione si erano apprezzate le potenzialità ambientali del tratto di naviglio che si spingeva
lungo la strada alzaia fino al punto d'intersezione del Martesana con il fiume Lambro.
I punti toccati erano tali e tanti da giustificare non solo un proposito di parco cittadino all'interno del perimetro considerato (peraltro già deliberato e realizzato parzialmente) ma anche un'ipotesi di percorrimento extra-urbano lungo rogge, paesi, cascine, mulini, opere idrauliche, fabbriche obsolete.
Il piano era piaciuto anche agli amministratori regionali che lo avevano incluso nel "Progetto Navigli".
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti senza che si sia fatto nulla.
Ma una ragione forse c'è ed è la disinvoltura con cui si sono gestite e si gestiscono tuttora le risorse naturali ed antropiche nel nostro paese, soprattutto la mancanza di una coscienza e di una didattica del recupero vissuto non in termini angosciosi ma sereni e consapevoli.
Fuori dal nostro Paese, e non per essere esterofili, questa lezione è stata già appresa e messa in pratica da tempo: i corsi d'acqua artificiali, recuperati e riusati come circuiti di conoscenza, di svago, di acculturazione complessiva soprattutto didattica del territorio, non si contano ormai più.
Vari e svariati motivi spingerebbero, dunque, a riconoscere i termini di un'operazione di recupero, nel nostro caso, di un tratto di territorio situato a ridosso dell'area metropolitana; recupero e valorizzazione volti all'esaltazione del congiungimento delle arterie e dei centri metropolitani, assi egemoni di penetrazione storica nel cuore della città, con le linee d'acqua e le rive dei canali (paralleli ai Parchi del Martesana e del Lambro).
I modi per farlo ci sono, bisognerà piuttosto usare tutta l'intelligenza e la cultura di cui si dispone per operare correttamente delle scelte dettate dal buon senso e da una certa alacrità d'intervento.
Almeno questo è stato l'invito esplicito e lo spirito che hanno animato l'Associazione "Gorla Domani", la quale, affidandomi la responsabilità di questa ricerca (non certamente esaustiva), vorrebbe ora porre il primo tassello per un inquadramento del problema ed una comprensione storica (assolutamente necessaria) dei Borghi di Turro, Gorla, Precotto, Greco, Crescenzago, lungo l'asse ideale di penetrazione urbana costituita dal percorso ciclo-pedonale, tanto piacevole quanto utile e pratico, dalla Cascina de' Pom (Greco) alla Cascina Lambro (Crescenzago).
Un percorso che, a parere di molti, contribuirebbe non poco a risolvere il problema del raggiungimento veloce del Centro Direzionale e, quindi, del centro storico, nel già congestionato traffico veicolare cittadino.
E più che un augurio è un'esigenza per un paesaggio ed uno scenario ambientale oggi già altamente compromessi dai nuovi tipi di insediamento speculativo-residenziale.
Mappa dei Luoghi e degli Edifici

IL “REGIO VIALE”
Il “maestoso Stradale Regio”
A dividere urbanisticamente Gorla dal resto della città, oltre al naviglio, era il nuovo “Maestoso Stradale Regio” per Monza, il lungo rettifilo che sostituiva l'antica Strada Austriaca della "Postale Veneta" e che lambiva con andamento curvilineo i nuclei di Loreto, Casoretto, le Rottole, Cimiano, Corte Regina, Crescenzago, Cascina Gobba.
Fu un’innovazione urbanistica dettata dalle nuove esigenze di espansione della città verso nord che aveva, nel Rondò di Loreto, il punto d’inizio e nella Villa Arciducale di Monza Reale, il punto terminale.
La "Strada Militare per Monza e Lecco"
La "Strada Militare per Monza e Lecco", tracciata su progetto dell'ingegnere Donegani nel 1825, fu abbellita per la circostanza da quattro filari di platani che facevano da ornamento e pareti divisorie dello stradone centrale, riservato al movimento delle carrozze, e di due viali interni riservati ai pedoni. “In canestri di vimini eransi disposti i platani, che venivano collocati lungo la via man mano che un tratto fosse terminato: al primo di settembre vi passava l'Imperatore col fastosissimo seguito..... La strada tira, dalla barriera di porta orientale fin a Loreto metri 1735; da quivi alla platea di Sesto metri 5355...” Si trattava dell'unico collegamento di Monza con Milano lungo Porta Nuova, via Melchiorre Gioia, Cassina de’ Pom, Greco, Sesto S. Giovanni, Monza. A Sesto San Giovanni il rettifilo confluiva nella Strada Militare Austriaca proseguendo poi per Lecco e Colico e raggiungendo il Passo dello Spluga e dello Stelvio. "Da Greco in pochi minuti fra praterie e fabbriche di mattoni, giungi a Gorla.. ove ammirerai il ponte obliquo sul Naviglio del Martesana”.
La Villa del Conte Resta.
Villa Boschetto Parlando del Regio Vialone non si può non parlare del caso emblematico della villa del Conte Resta che cercò in tutti i modi di opporsi al progetto concepito dall’allora Governo Austriaco di una strada Regia per Monza. La villa, che s’ergeva a baluardo del borgo di Gorla e del vecchio ponte sul Naviglio Martesana, era denominata originariamente “Villa Boschetto” ed era di proprietà del Marchese Olevano Patrizio Pavese il quale “avendo sposato una figlia al Conte Resta, le diè questa villa in dote.” I due lotti della proprietà Resta - 32 vani a piano terra più quelli al piano superiore (a firma di Carlo Caimi e Carlo Boschetti) - erano allora separati dalla strada comunale. Quando il Conte Resta “vide che vana riusciva ogni opposizione, e che il Governo teneva fermo nel suo proposito dell’espropriazione forzosa, risolvette di fare una protesta energica: aspettò che gli operai governativi giungessero sulla sua proprietà, e quivi si trovò lui, la moglie, i servi, i suoi contadini, e lottò perché la sua villa fosse rispettata. Invano però, e allora indispettito vendette e se ne andò”. Fu così che, il 23 giugno 1839, nella “penosa liquidazione dei vari compensi da accordarsi ai privati”, il governo austriaco stabilì di vendere la proprietà all‘asta; a ponente la casa civile con rustici annessi, giardinetto e una porzione di brolo con frutteto; l’altra a levante (su Viale Monza) con vista sul naviglio e composta dalla restante parte del brolo con boschetto all’inglese e casino detto dei “fiori o serra”. La questione fu risolta nel 1841. Villa a parte, l’alberatura del vialone che contornava la proprietà Resta allora divisa in due parti fu completata nel 1838.
L’IMMINENZA DELLA CITTÀ
Gorla oggi
L’ondata d’immigrazione dei salariati dell’industria molto forte nel primo ventennio del XX secolo anche nel borgo di Gorla aveva indirizzato le nuove costruzioni verso le aree lasciate libere dalle nuove demolizioni: non più le case rivierasche, le case a corte, le cascine, le ville storiche bensì le nuove ed anonime case condominiali e di edilizia popolare.
Il complesso delle ville superstiti
Sembra inattuale oggi ma sul finire dell’800 questo quartiere era rinomato per le gite fuori città e i sollazzi nelle ville dei nobili e dei ricchi borghesi. Ora le ville non adornano più le sponde “arborate” del quartiere ed il Monastero delle Clarisse fa a fatica ad imporre quel senso di sacralità e di meditazione suggerito dal Monumento ai Piccoli Martiri di Gorla. Il complesso delle ville superstiti, Villa Singer, l’ex Municipio di Gorla, le Casine lungo lungo via Bertelli (Casa dei Cilegi, Villa Cottini) via Tofane, la sagoma inconfondibile del Ponte vecchio (oberato di traffico), il Parco di Villa Finzi non riescono più da soli a sostenere la memoria di quella che veniva definita un tempo la “Piccola Parigi”.
Al carro delle grandi industrie milanesi
A seguito dell’immigrazione che seguì l’insediamento delle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni, Gorla si avviava ad essere un deposito in abbandono di vecchie memorie legate alla storia e alla letteratura del naviglio ma anche un grosso serbatoio di forza lavoro immigrata al carro delle grandi industrie milanesi. Le vecchie abitazioni a corte, le cascine, le botteghe artigianali, demolite o riconvertite a nuovi usi, fungono ora da semplice contenimento della manodopera. Al loro posto sono ora le nuove residenze caratterizzate dalla serialità delle proprie strutture come i nuovi Quartieri di edilizia economica popolare di via Biumi (1953), di via Stamira d'Ancona (1951), il Quartiere I.A.C.P. "Martesana" (1978), le case a schiera di via Dolomiti, di via Liscate, di via Ponte Nuovo, di via Pontevecchio.
Una Piazza, un volto. Gorla 2001
La recente opera di restauro della sponda nord del Naviglio verso la Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla e il giardino, iniziata nel Marzo 2006 ad opera del Comune di Milano con la supervisione della Sovrintendenza ai beni Ambientali ed Architettonici è stata stimolata da ricerche storiche ed urbanistiche ma non ha prodotto i risultati sperati. Si voleva uno spazio del silenzio ma il traffico anche pesante che vi imperversa ancora oggi ha snaturato di fatto il proposito iniziale che pure emergeva da uno studio “Una Piazza, un Volto” commissionata dall’Associazione Gorla Domani di Milano nel gennaio del 2001.
Parco Martesana. 1978
Una fetta di città è segnata dall’invadenza dei viadotti ferroviari che l’hanno cintata da capo a piedi e della linea della metropolitana. E anche se tutto sembra premere verso la cancellazione del ricordo, il naviglio insiste ancora sul territorio, indomìto ed incurante del cemento che preme da tutte le parti. In sua difesa interviene quella che è stata forse l’unica operazione di recupero del verde in quest’area, un tempo così verde ed oggi così grigia, ovvero l’istituzione del Parco Martesana nel 1978: 20 ettari a cavallo del naviglio. L'area già destinata a verde pubblico secondo la destinazione del Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del 1953 vedeva le prime acquisizioni d'area da parte dell'Amministrazione Comunale negli anni '70 in contemporanea con la costruzione di 140 alloggi del quartiere I.A.C.P.M. di via Stamira d'Ancona (a completamento di un insediamento preesistente) e di altri 140 alloggi della Cooperativa di via Alghero. Il progetto che prevedeva anche la realizzazione di una darsena e di un teatro all'aperto decollò solo dopo i lavori di sgombero iniziati nel 1982 ma si fermò subito dopo con la messa a coltura di 1000 alberi, la semina del prato (1983) e la realizzazione dell’anfiteatro all'aperto.
“Per diritto di sguardo”
Gorla, oggi, non è solo un’area periferica o una stazione della metropolitana, ma un tassello di vita autentica con protagonisti, vicende, ammaestramenti che provengono da lontano. Il “grande fiume”, così come un nostro protagonista ama ricordare il naviglio, è il filo rosso che tiene unite queste esperienze e che fanno dire sempre ad una nostra amabile protagonista che benché il paesaggio odierno di Gorla sia profondamente mutato “basta talvolta un profumo, uno scorcio di colore, un'immagine” per riportarla indietro nel tempo quando la vita era forse più dura ma i rapporti fra le persone erano sicuramente più veri.
TESTIMONIANZE
Testimonianze di Metti Erminio
“La costruzione della metropolitana, qui a cielo aperto, ha portato un notevole caos aumentando il traffico nelle vie e rendendo difficile la circolazione.” Eppure quel quartiere ha mantenuto radici lontane ed un’anima che a fatica cerca di sopravvivere in quel caos intricato di vie ed edifici, fra gente che ha perso gran parte dei propri punti di riferimento. “La costruzione della metropolitana, durata parecchi anni, portò un notevole disagio a Gorla anche se il nucleo principale dell'abitato si trovava tutto dalla parte di via Asiago.”
Testimonianza di Melzi Ambrogio
“Un tempo, come ho già detto, a Gorla ci si conosceva tutti: c’erano i laboratori artigiani e le officine. Ora, con il crescere del tessuto urbanistico e con il modo diverso di vivere, i rapporti personali sono molto difficili ed è quasi impossibile fare nuove conoscenze”.
Testimonianze di Gino & Michele
Cosa dire poi del Naviglio Martesana? “A Milano, dei tre Navigli almeno in parte sopravvissuti all’asfalto, la Martesana è il Naviglio Dimenticato, quello più piccolo e lontano. Per fortuna resta la Martesana. Il percorso, ormai quasi totalmente sotterraneo, è sconosciuto persino alla maggior parte dei Milanesi. Una volta, fino agli anni Trenta, terminava a Brera, in quello che era il più importante attracco di Milano, in via San Marco. Oggi la Martesana – o il Martesana, ma a noi piace pensarla femmina - è una pista ciclabile”.
“Non pochi azzardi edilizi, nel corso di tutto il secolo, hanno contribuito a rendere la zona per nulla armonica, diciamo pure disordinata e assordante. Milano è soprattutto questo, una continua follia di contraddizioni urbanistiche, di grovigli culturali a volte sublimi, altre volte indegni per una metropoli della sua importanza e della sua storia.”
Gorla “domani”
Particolari minimi, dettagli importanti. Resisteranno nella memoria di chi li ha vissuti? Ci dovremo rassegnare a considerarli alla stregua di vecchie fotografie ingiallite che una preoccupata “Cassandra” esibisce ad ammonimento delle generazioni future? Certo è che, almeno “per diritto di sguardo”, tutte queste cose non dovrebbero scomparire nei cassetti della memoria ma essere scritte a caratteri cubitali nel libro dei propositi perché
"Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti."
(Cesare Pavese).
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Informazioni, rielaborazioni, testi… tratti da:
- Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano, 1857.
- “Memorie stese dal parroco locale e pubblicate nella faustissima benedizione e inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale”. Milano, Sac. Davide Sesia. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886.
- Testimonianze di: Metti Erminio, Melzi Ambrogio, Gino & Michele.
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Immagini storiche dell'antico Borgo di Gorla e del Martesana
Ieri ..... Oggi
Il Naviglio Piccolo
Il Naviglio Martesana oggi
Villa Batthjianji Finzi
Liete mense e piacevoli sollazzi
Presidi ed isole di Fede
I Piccoli Martiri di Gorla
Il lavoro
Protagonisti e comparse
L'imminenza della Citta'
Il quartiere Gorla e Naviglio Martesana oggi
Di seguito si riportano alcuni filmati significativi sul Naviglio Martesana,che riportano alla luce i natali dello stesso e quanto gravitava intorno ad esso.
Gente di Martesana (da Ecomuseo Martesana)
Il Naviglio "piccolo" Martesana (da Ecomuseo Martesana)
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Martesana, una lunga storia (da Ecomuseo Martesana)

La lampada votiva del “richiamato”
Gorla si apprestava una vicenda bellica che l’avrebbe segnata per sempre. Lo fece dapprima con la lampada votiva del “richiamato” perché cessasse il Conflitto Etiopico e che sarebbe dovuta ardere fino al termine della guerra Italo-Abissina. L’iniziativa prese avvio il 6 dicembre 1935 su intervento delle Consorelle del S.S. Sacramento.
Durante il secondo conflitto mondiale visse poi l’esperienza drammatica delle incursioni aeree e dei bombardamenti degli alleati. Il 7 e l’8 agosto, il 25 agosto 1940, il 15 ed il 16 agosto 1943, l’8 ottobre 1940.
12 agosto 1943
Il 12 agosto 1943, durante la notte, un terribile bombardamento ridusse la città in uno stato di desolante rovina. In parrocchia scoppiarono tre piccoli incendi presso la Ditta Gavioli (botti per il vino), la Ditta Lombardi (cerniere per borsette), la Ditta Ensoli (depositi di autocarri). Non si contò per fortuna nessuna vittima, ma gli sfollati aumentarono di numero. Tutti i giorni alle ore 15, per un’ora circa, i fedeli si raccolsero in crociate di preghiera e meditazione davanti alle Reliquie della Beata Vergine e dei Santi nella Cappellina di Maria Bambina. Le funzioni religiose serali della Parrocchia vennero anticipate alle ore 17.30. I fedeli pregarono perché l’occupazione tedesca non procurasse danni a cose e persone.
13-14-15 settembre 1943
Nei giorni 13-14-15 settembre 1943 i tedeschi invasero il cortile dell’Oratorio e lo trasformarono in un’officina meccanica per la riparazione degli autocarri; fortunatamente se ne andarono senza colpo ferire il 21 settembre 1943.
6 dicembre 1943
Il 6 dicembre 1943, nella Cappellina dell’Ospedale Bassi della Villa Finzi di Gorla, il Prevosto, ottenuta la facoltà da S. Eminenza il Cardinale Arcivescovo, amministrò il S. Battesimo a un ebreo, il Sig. Jacobi Paolo, istruito e preparato dal Prevosto e dalle Suore dell’Ospedale. La polizia germanica mandò in quell’occasione due ufficiali fascisti armati di moschetto a prendere il Sig. Jacobi degente all’ospedale da parecchi giorni per malattia; intervenne il Prof. Ragazzi e i due fascisti ritornarono al comando accontentandosi della dichiarazione del Prof. Ragazzi che attestavano che le condizioni di salute dell’ammalato non gli permettevano di lasciare l’ospedale; fu risolta così una scabrosa situazione che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi per il borgo.
20 Ottobre 1944
I bambini della Scuola Elementare “Francesco Crispi”, colti di sorpresa sulla rampa delle scale da una bomba sganciata dai bombardieri alleati mentre cercavano di scendere nei rifugi, furono orrendamente straziati. Quell’episodio - Anno Domini 1944 - scrisse delle pagine tragiche che ancora oggi feriscono il borgo intero colpito nella sua intimità più esposta e innocente. Furono sette giorni di una lunga, interminabile Via Crucis recitata accanto ai corpi straziati delle vittime innocenti, scanditi dai singhiozzi e dal silenzio rispettoso di un borgo, incredulo e sconsolato.
“Una pagina dolorosissima”
“Scrivo una pagina dolorosissima nella storia della parrocchia. Giornata limpidissima serena, d’autunno in brevi istanti fu tramutata in una giornata di lutto e di pianto e di desolazione. Alle 11.15 suonò il piccolo allarme, non se ne fa caso, e pochi minuti dopo il grande allarme. Squadriglie di numerosi quadrimotori inglesi e americani vengono rapidamente da Sesto S. Giovanni, lanciando sul rione bombe a tappeto innumerevoli. In pochi minuti, molti fabbricati della parrocchia son ridotti ad un cumulo di rovine. Davanti alla gradinata della chiesa è caduta una bomba che fortunatamente ha fatto cadere solo i vetri della parte Ovest e squassata la bussola della porta d’entrata nonché i vetri della casa parrocchiale e dell’oratorio maschile. Esco dal recinto dell’oratorio, spettacolo più raccapricciante si presenta al mio sguardo. Mamme che disperate corrono alla vicina scuola dove una bomba caduta sul fabbricato e precisamente nella tromba delle scale seppellisce più di 200 tra bambini ed insegnanti sotto le macerie. Si inizia l’opera di salvataggio ma tranne i primi e non più d’una decina che vengono estratti ancor vivi, tutti escono deformi cadaveri maciullati a cui si amministra dai Sacerdoti della parrocchia e da quelle limitrofe l’Estrema Unzione e l’assoluzione sotto condizione. Alle 15 giunge sua Eminenza l’’Arcivescovo a consolare le mamme e rendersi edotto dell’orribile catastrofe. Il Parroco in quel momento è assente per un funerale in parrocchia. Si rimane sulle macerie fino a tarda ora della sera, mentre i vigili del fuoco lavorano tutta notte ad estrarre i corpi delle vittime.”
L’incursione aerea del 20 ottobre 1944
L’incursione aerea del 20 ottobre 1944 era già stata programmata dal febbraio del 1944 dal Comando della 15° Air Force degli Stati Uniti d’America che individuava negli stabilimenti milanesi del nord est un obiettivo strategico da colpire. “Due gruppi arrivarono sui bersagli assegnati ed eseguirono regolarmente il bombardamento; il gruppo che doveva attaccare la Breda era composto da 35 aerei. Gli aerei procedevano in due ondate, la prima di 18 aerei la seconda di 17. Gli aerei procedevano senza scorta di caccia e, del resto, non ce n'era bisogno: la reazione contraerei era prevista nulla, come in effetti fu; non apparvero aerei nemici. I bombardieri, che procedevano a 160 miglia orarie, portavano ciascuno 10 bombe da 500 libbre”.
L'operato del 451° Group
“Gli aerei si presentarono dopo una navigazione regolare e in formazione stretta e assunsero rotta verso la Breda ma a questo punto tutto cominciò ad andare storto. Le bombe del "group leader", aereo di testa della prima ondata, vennero sganciate prima per un corto circuito dell'interruttore di lancio. Il "deputy leader" sull'aereo a fianco non sganciò, ma tutti gli altri aerei lo fecero e le bombe caddero sparpagliate sulle campagne circostanti: solo alcuni arrivarono a sganciare le bombe sul bersaglio, o vicino, perché molte caddero sullo stabilimento Pirelli, contiguo a quello della Breda, provocando decine di morti. La seconda ondata d'attacco era rimasta distanziata: assunta la rotta d'attacco, questa risultò soggetta ad una deriva di 15° sulla destra. Quando il "leader" della formazione s'accorse dell'errore era troppo tardi e tutti gli aerei della seconda ondata, vista la situazione e per liberarsi subito del carico, sganciarono le bombe immediatamente a sud est del bersaglio e presero la rotta del ritorno. Il comando criticò ampiamente l'operato del 451° Group, dichiarando che la missione fu un fallimento totale per scarsa capacità di giudizio e scadente lavoro di squadra. Non risulta però nessuna eco da parte degli statunitensi di quanto era successo a terra dove erano avvenute tragedie inimmaginabili.”
“Quella mattina”
“Quella mattina il piccolo allarme, come risulta dai documenti della Prefettura, suonò alle 11.14, quando i bombardieri erano arrivati da poco nel cielo della Lombardia, e quello grande alle 11.24; le bombe vennero sganciate alle 11.27 e cominciarono a cadere al suolo alle 11.29. Già da questi tempi risulta, in ogni caso, una certa ristrettezza per porsi in salvo: solo 15 minuti quando avrebbero dovuto essere circa il doppio; sono pochi per lasciare tutto quello che si sta facendo e correre in rifugio, soprattutto se ci sono difficoltà logistiche, per una scuola con centinaia di alunni, poi, è un'impresa praticamente impossibile.”
Una bomba s'infilò nella tromba delle scale
A Gorla la Scuola Elementare “Francesco Crispi” aveva due turni per la presenza di molti bambini del quartiere; in quella mattina tersa e luminosa erano presenti in poco più di 200. Gli alunni che abitavano nelle case del quartiere Crespi-Morbio andavano a scuola nel pomeriggio per cui all'ora dell'attacco non erano a scuola. Pochi gli assenti o perché malati o perché, vista la bella giornata, avevano deciso di marinare la scuola. Al momento del piccolo allarme quasi tutte le maestre cominciarono a preparare gli scolari perché scendessero nel rifugio; altre cercarono di informarsi prima per sapere se si trattava del grande o del piccolo allarme. Quando alle 11.24 suonò la sirena per la seconda volta i primi bambini avevano cominciato a raggiungere il rifugio, altri si trovavano ancora sulle scale; in quel momento gli aerei erano già in vista. A questo punto alcuni bambini più svelti di altri decisero di fuggire dalla scuola per raggiungere casa. Una quinta elementare, quella del maestro Modena, riuscì a scappare al completo perché si trovava al piano terreno. Per tutti gli altri il destino fu diverso: una bomba s'infilò nella tromba delle scale e scoppiò provocando il crollo dell'edificio, delle scale e anche del rifugio facendo precipitare tutti i bambini con le maestre nel cumulo di macerie. Anche parecchi genitori che al momento del piccolo allarme erano corsi alla scuola per riprendere i propri figli perirono nel crollo.
La dimensione della tragedia
Appena finito il bombardamento e sollevatosi il polverone grigio e soffocante provocato dagli scoppi, i cittadini che erano più vicini alla scuola si accorsero subito della tragedia e diedero l'allarme. Benché i danni in città riguardassero anche altre zone lo sforzo maggiore dei soccorsi fu concentrato sulla scuola elementare dove incominciarono ad accorrere i padri e le madri dei ragazzi. La Prefettura di Milano fu informata quasi subito dell'avvenimento e provvide a dare gli ordini necessari: arrivarono i militi dell'Unpa (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), quelli della Gnr (Guardia Nazionale Repubblicana), i vigili del fuoco, gli operai delle fabbriche circostanti (molti erano i padri dei bambini), ma quasi subito fu chiara a tutti la dimensione della tragedia. Dalle macerie venivano estratti quasi soltanto dei morti; molto attivo in quei momenti fu un giovane sacerdote, Don Ferdinando Frattino che con il suo deciso intervento negli scavi contribuì a salvare molti bambini: gli scolari morti furono 194 più tutte le maestre, la direttrice e il personale ausiliario. Di quello che avvenne nella scuola nei suoi ultimi momenti restano le testimonianze spesso drammatiche e commoventi dei bambini, ora divenuti adulti, che a qualsiasi titolo riuscirono a sopravvivere.
La Scuola di Precotto
Nel frattempo un'altra scuola elementare a Precotto era stata distrutta dalle bombe, ma qui tutti i bambini erano già nel rifugio; anche qui accorsero i genitori che, con l'aiuto dei vigili del fuoco e di Don Carlo Porro (sacerdote molto attivo nei soccorsi) riuscirono ad estrarli vivi dalle macerie.
Molte altre zone della città furono colpite
Molte altre zone della città furono colpite; alcuni quartieri furono gravemente danneggiati compreso un gruppo di case popolari della fondazione "Crespi Morbio" (viale Monza). In totale i morti accertati in città furono 614 oltre a tutti i feriti e alle numerose case distrutte. Alcune bombe caddero anche sullo scalo merci di Greco avvalorando per anni l'opinione che questo fosse il reale bersaglio dell'attacco. Altra ipotesi diffusa per anni fu di attribuire il massacro agli inglesi, giudicati più crudeli, mentre gli statunitensi avevano la fama di essere "buoni". Gli uffici funebri in Duomo, nonostante le proteste di parecchi parenti delle vittime, divennero un mezzo per attaccare gli Alleati con la propaganda e fomentare l'odio dei milanesi. I funerali furono celebrati nella chiesa di Santa Teresa, a Gorla.
“Liber Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù.21 ottobre 1944
“Il Prevosto celebra alle ore 6 in Chiesa una S. Messa di suffragio tra le lacrime e i singhiozzi; raccomanda a tutti di pregare per le vittime dell’incursione. Si reca poi alla scuola dove allineati si trovano altri bambini estratti nelle prime ore del mattino. Alle ore 9 si reca in Episcopio a rendere edotto l’Arcivescovo del lavoro fatto dai vigili durante la notte del 20 e il mattino del 21. Chiede di celebrare un ufficio solenne alla domenica e ne ottiene il permesso. Intanto chiede l’aiuto dei muratori per riparare il tetto della casa, dell’oratorio e della chiesa perché dal mattino piove incessantemente. I cadaveri vengono portati per mancanza di locali nella vecchia chiesina in modo da poter essere riconosciuti. I militi dell’Unpa li portano poi ai diversi obitori. Si lavora così per tutta la giornata”.
“Liber Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 22 ottobre 1944
“Le campane a lenti rintocchi suonano l’Ave Maria annunciando alla popolazione l’Ufficio solenne che si celebrerà alla S. Messa delle 7.30. Alle 6 la 1° Mesa è celebrata dal Coadiutore. Il Prevosto sale sul pulpito ma incapace di parlare per la viva commozione che lo opprime si accontenta di dare solo alcuni avvisi che interessano la popolazione ed annuncia l’Ufficio solenne che si celebrerà alle ore 7.30 a suffragio delle vittime. Al Vangelo sale sul pulpito ma il pianto gli stronca la parola. La Chiesa è gremita di fedeli oppressi della più viva costernazione, non si sentono che singhiozzi e pianti. Il Prevosto intanto dispone per i primi funerali le cui salme devono arrivare in parrocchia alle ore 16. Dopo le esequie in Chiesa vengono accompagnate dal Clero fino al termine della Via Finzi ed il Coadiutore le accompagna al Cimitero di Greco. Di ritorno la casa parrocchiale è invasa di gente che chiedono i funerali delle vittime in parrocchia.” “Liber
Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 23 ottobre 1944
“Alle ore 9.30 una macchina del Podestà si reca a Gorla a prendere il Prevosto per recarsi in Podesteria. E’ presente anche il Vicario Generale Monsignor Bernareggi. Domenico, in rappresentanza di S. Eminenza. Dopo una lunga discussione si decide di trasportare dagli obitori le salme a scaglioni di 25 per turno in modo che per il mercoledì sera tutte le salme siano sepolte. Intanto continuano i funerali in forma privata delle salme di quelle famiglie che ne hanno ottenuto il permesso. Dalla domenica 22 fino alla domenica 5 novembre nei locali dell’oratorio maschile viene allestita una mensa comunale per la distribuzione dei cibi cotti a tutta la popolazione priva di acqua e luce.”
“Liber Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 24 ottobre 1944
“Martedì tra la commozione generale arrivano sopra tre camions con rimorchio addobbati a lutto e con mazzi di fiori del Comune di Milano le prime trenta salme di bambini e di adulti. Vengono collocate in chiesa sopra le panche allineate attorno alle quali si stringono addolorati i parenti delle vittime. Il Prevosto circondato dal Clero inizia la funzione liturgica e ad una ad una benedice le salme. Terminata la cerimonia nel cortile dell’oratorio si ordina il corteo preceduto da un picchetto armato. Il Prevosto accompagnato dal vice Podestà recitando preghiere percorre il tratto di strada da Gorla al cimitero di Greco e benedice le salme mentre scendono nella fossa. E così per tutti i turni, l’ultimo turno è al mercoledì alle ore 14 continuano poi i funerali in forma privata fino al sabato delle ultime estratte dalle macerie. Si da sepoltura a circa 300 vittime.”
“Liber Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 26 ottobre 1944
“Il Prevosto prende parte all’ufficiatura solenne di suffragio indetto dal Comune in Duomo e quivi prende accordi per l’ufficiatura del giorno successivo a Gorla.”
“Liber Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 27 ottobre1944
“Alle ore 8 incominciano a giungere corone di fiori mandati dal comune che vengono collocate ai piedi della balaustra. Arrivano le autorità civili. Il Podestà Signor Giuseppe Spinelli ed il vice Podestà Marzetti e Gamba. Il Commissario Federale Sig. Costa. Il Vice Prefetto ed altre autorità. Celebra Monsignor Dotta della Metropolitana rappresenta S. Eminenza Monsignor Giuseppe Pecore. La chiesa è gremita di fedeli che assistono e seguono il rito con profondo raccoglimento e colla viva commozione. Terminata la cerimonia si raccolgono in casa parrocchiale ed il Podestà ed il Federale consegnano al Prevosto £ 10.000 ciascuno per i primi bisognosi sinistrati.”
“Liber Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 9 novembre 1944
Trascorsa la settimana luttuosa, carica di tragici ammaestramenti, iniziò il lento recupero della ragione e della sopravvivenza. La guerra incombeva ancora e i sopravvissuti avevano bisogno di aiuti e sussidi. “Il Maggiore Mattia incaricato generale delle Mense Comunali comunica al Sig. Prevosto che d’accordo col Sig. Podestà vengono distribuiti dei buoni col timbro della Parrocchia ai più bisognosi sinistrati e ne incarica del lavoro lo stesso Sig. Prevosto. Dal giorno 10 tutte le mattine è un continuo affluire alla casa Parrocchiale a ritirare i buoni”.
“Liber Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 13 novembre 1944
“S. Eminenza dispone £ 40.000 per Gorla 1° e i fedeli continuano a far celebrare uffici in suffragio dei loro defunti”. “Liber Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 20 novembre 1944 “Il Provveditorato degli studi e l’Ispettore delle scuole incomincia la distribuzione di un sussidio di £ 1000 a tutte le famiglie dei bambini della scuola morti nell’incursione del 20 ottobre”.
“Liber Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 26 novembre 1944
“Si da avvisi dal pulpito durante le funzioni che i famigliari dei bambini si rechino lunedì 27 corr. In Viale Padova n. 237 alle sedi del fascio a ricevere dal Fascio femminile l’offerta assegnata a ciascuna famiglia”.
“Liber Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 25 aprile 1945
E dopo i bombardamenti e le distruzioni, il giorno della liberazione. “Verso le 14 incominciano a giungere notizie del movimento dei partigiani per la liberazione di Milano dal giogo tedesco e fascista”.
“Liber Chronicus” della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 26 aprile 1945
“Nel pomeriggio si apprende la resa della città da parte dei Tedeschi. Continua il movimento e vengono armati tutti quelli che fanno parte ai diversi comitati di liberazione”.
Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla.
Con la liberazione la fine di un incubo ma anche il carico di un’enorme responsabilità: la ricostruzione della dignità umana così fortemente provata dalle vicende e dalle atrocità belliche. Dopo la lenta faticosa ricostruzione di ciò che era andato perduto, case, scuole, fabbriche, luoghi di culto e ritrovo, venne eretto un monumento presso il ponte vecchio di Gorla ad opera dello scultore Remo Brioschi. Il sacrificio di 184 alunni e 14 maestri venne così ricordato insieme ad un accorato appello contro la guerra immortalato nell’immagine straziante della madre con il bimbo esanime in braccio. La piazza fu ribattezzata in quell’ occasione: Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla.
“Ecco la guerra”
Il monumento, un blocco marmoreo sormontato da due pilastri, riporta una scritta a caratteri cubitali: “Ecco la Guerra”; ai piedi dei pilastri, la statua bronzea di una madre dolente che esibisce il figlio morto fra le proprie braccia. L’episodio si ricollega molto probabilmente a ciò che realmente accadde quando una madre, forse la prima madre, estrasse dalle macerie il corpicino del suo bambino e se lo portò via a dispetto di tutte le ordinanze. Sul pilastro di sinistra, in rilievo, un aereo sormonta la scuola ancora intatta mentre, su quello di destra, lo stesso aereo allontanandosi lascia sotto di sé il carico di distruzione. Sul retro del monumento due scale portano alla cripta che accoglie i resti dei piccoli alunni e delle loro insegnanti. L’abside della cripta è interamente occupata da un mosaico con il volto di Cristo; sotto il mosaico la vittima sacrificale: un bimbo, uno dei tanti innocenti caduti in quella terribile tragedia; verso di lui sembrano andare le mamme piangenti; in alto troneggia la scritta: ”Vi avevo detto di amarvi come fratelli”.
Il monumento ai Piccoli Martiri
Il monumento fu voluto fortemente dai parenti. Il terreno dove sorgeva la scuola fu messo in vendita dal Comune dopo la tragedia e sarebbe stato, secondo quanto si diceva in giro, utilizzato per la costruzione di un cinema. I genitori allora decisero di istituire un Comitato e di fare un esposto al Comune; poi si recarono a Palazzo Marino dove, dopo molte insistenze, ottennero dal Sindaco Antonio Greppi la concessione del terreno su cui far erigere il monumento-ossario per tenere uniti i loro figli e ricordare al mondo il sacrificio delle vittime innocenti della guerra.
Il lavoro del Comitato
Il Comitato si adoperò in mille modi per procurarsi i fondi necessari per avviare i lavori. Si incominciò a scavare tra le macerie della scuola e a togliere ad uno ad uno i mattoni: ogni mattone, se era in buono stato, valeva due lire, se era rovinato una lira soltanto, ma il ricavato della vendita era troppo poco. Si iniziò allora a raccogliere e vendere i tappi di stagnola delle bottiglie del latte. I genitori contribuirono in parte alle spese anche se, subito dopo la guerra, i soldi erano pochi e la vita era davvero molto difficile per tutti; fu anche organizzata una serata di beneficenza al Teatro alla Scala. Con i fondi ricavati si poterono iniziare i lavori. Occorrevano però altri fondi: le Acciaierie Falck offrirono materiali di ferro il cui ricavato della vendita permise di proseguire i lavori. La Rinascente offrì il marmo di Candoglia che avanzava dalla ricostruzione della sua sede distrutta dalla guerra: venne utilizzato per i loculi delle piccole vittime. In seguito, venne organizzato un concorso tra alcuni scultori per eseguire un bozzetto del monumento da dedicare ai piccoli martiri e ai loro insegnanti. Fra questi fu scelto quello dello scultore Remo Brioschi, che, commosso, aiutò il Comitato realizzando l’opera d’arte dietro un compenso minimo. Finalmente il 20 ottobre 1947 il monumento fu inaugurato durante l’annuale celebrazione del triste evento, avvenuto tre anni prima a perenne monito contro la guerra. Tutti gli anni, nel giorno del tragico anniversario, si tengono le celebrazioni cittadine per ricordare l’episodio luttuoso e per riflettere sulla stoltezza degli uomini.
Il “Campiello” di Gorla
L’architettura del silenzio del Monastero delle Clarisse, del Monumento ai Piccoli Martiri, del ponte vecchio, dell’alzaia, dei giardini di via Petrocchi (Parco Martesana) potrebbero reclamare il loro piccolo ma significativo ruolo di “Campiello” come si addice alle piccole, movimentate piazze di Venezia. La piazza c’è ed è quella del vecchio Borgo delle Mappe di Carlo VI (1721), con il Naviglio Piccolo Martesana, il vecchio ponte in ceppo, le case rivierasche. È anche la piazza della “Nuova mappa di Gorla e Precotto” (1900), del riassestamento urbanistico degli anni del primo dopoguerra (1920), delle palazzine di via Fratelli Pozzi, della Villa Singer, della Palazzina Comunale, della piccola darsena in muratura (risistemata). È anche la piazza del dramma della guerra, del martirio dei bambini della Scuola Elementare di Gorla cui è ora dedicata la piazza e su cui insiste la “sacralità” silenziosa delle piccole vittime della guerra. Si tratta di un itinerario e di un’opportunità inconsueta che potrebbero riunire il nucleo di Gorla alla presenza rinascimentale del Naviglio Martesana e dei vecchi edifici rivieraschi della “Piccola Parigi“ e del “Campiello” di Gorla".
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Informazioni, rielaborazioni, testi…tratti da:
- Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano, 1857.
- “Memorie stese dal parroco locale e pubblicate nella faustissima benedizione e inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale”. Milano, Sac. Davide Sesia. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886.
- Testimonianze di: Metti Erminio, Melzi Ambrogio, Gino & Michele.
- Le notizie sono liberamente tratte dal “Liber Chronicus” della Parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù di Gorla. Trascrizioni di impressioni di cronista e testimoni oculari.
- Le notizie dei bombardamenti su Milano sono riprese dal libro di Achille Rastelli: “Bombe sulla città”, Edizione Mursia, Milano 2004.
- La cronaca del fatto e la storia del monumento sono ripresi dal volumetto “20 Ottobre 1944…Dicevano che la guerra era finita…” a cura di Achille Restelli. Milano, ottobre 2002.
- L’insegnante, Maria Luisa Rumi, che al tempo del bombardamento frequentava la scuola, ricorda nei suoi appunti quel tragico giorno.
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Giuseppe Bruschetti, Storia dei progetti e delle opere di navigazione interna nel Milanese. Bernasconi. Milano, 1821. Carlo Cattaneo, Notizie naturali e civili su la Lombardia. Bernasconi. Milano, 1844. Cesare Cantù, Grande illustrazione del Lombardo Veneto. Milano, 1857. Antonio Cantalupi, Le Strade Ferrate, Milano, 1857. Atti edilizi dell'anno 1861-1927, Vol. 1-2, Archivio Civico del Comune di Milano. Commissione "Ornato Fabbriche" (1800-1860). Emilio Bignami, I Canali nella città di Milano. Edizioni Zanetti. Milano, 1868. Archimede Sacchi, Le abitazioni. Alberghi, Case operaie, fabbriche rurali, case civili, palazzi e ville. Collana di "Architettura Pratica". Hoepli. Milano, 1874. Carlo Romussi, Le case operaie in Milano. Sonzogno. Milano, 1881. Cesare Saldini, Milano Industriale. Milano, 1881. Paolo Gallizia, La Navigazione sui canali del Milanese. Tipografia degli Ingegneri. Milano, 1884. AA.VV., Milano Tecnica dal 1859 al 1884. Hoepli, 1885. Sac. Davide Sesia, Memorie stese dal Parroco locale. Milano. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886. Luca Beltrami, Per la Storia della Navigazione nel territorio Milanese. Colombo Cordani, Milano, 1894. Ernesto Trevisani, Rivista Industriale e Commerciale della Provincia di Milano. Milano 1894. Atti della Commissione per lo studio della navigazione interna nella Valle del Po. Ministero Lavori Pubblici. Roma, 1903. Giornale dell'Ingegnere Architetto Civile e Industriale. Il Politecnico, 1906. Ettore Verga, Catalogo ragionato della raccolta cartografica.
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A. Visconti, Il problema della copertura del Naviglio interno nel Secolo XIX. Stucchi Ceretti. Milano, 1926. Giovanni Broglio, L'Istituto Autonomo Case Popolari e la sua opera tecnica (1909-1929). Milano, 1929. Guide Savallo, Guida di Milano e Provincia (1935). Agenzia di Via S. Pietro all'Orto 8. Milano, 1935. Adami Vittorio, Le strade di Milano al principio del secolo XIX. Archivio Storico Lombardo. Milano, 1937. Raffaele Bagnoli, Itinerari fuori porta, in "Famiglia Meneghina". Maggio– Giugno–Ottobre–Novembre–Dicembre. Milano, 1949. Armando Sapori, L'Attività Manifatturiera in Lombardia, dal 1600 al 1914. Milano, 1959. AA.VV. Precotto, Crescenzago, Gorla, in "Città di Milano" in Bollettino Municipale Mensile. Edito dal Comune di Milano. Maggio-Luglio, 1960. Marc'Antonio Dal Re, a cura di F. Bagatti Valsecchi, "Ville di delizia o siano palagi camperecci nello Stato di Milano". Milano, 1963. La vita della Chiesa nelle trascrizioni del “Liber Cronicus”. Volume n. 1, 1919-1943. Volume n. 2, 1944-1965. Parrocchia di Gorla. AA.VV. Ville dei Navigli lombardi. Ed. Sisar. Milano, 1967. Giuseppe De Finetti, Milano, Costruzione di una città, a cura di G. Cislaghi e M. De Benedetti, P. Marabelli. Etas Kompass. Milano, 1969. Giuseppe Barbieri, Lucio Gambi, La casa rurale in Italia. Firenze, 1970. Rodolfo Morandi, Storia della grande industria in Italia. Einaudi. Torino, 1975. Carlo Perogalli, Cascine del Territorio di Milano. EPT Milano, 1975. Francesco Ogliari, Dall'Omnibus alla Metropolitana. Cavallotti Editori. Milano, 1976. AA.VV., La periferia storica nella costruzione metropolitana. Edizioni di Edilizia Popolare. Milano, 1978. Gracchi, M. Grandi, Milano Guida all'architettura moderna. Ed. Zanichelli. Bologna, 1980. Giovanni Cornolò, Fuori porta in tram. Ermanno Albertelli Editore. Parma, 1980. L. Gambi, M.C. Gozzoli. Le città nella storia d'Italia. Milano. Ed. Laterza. Milano, 1982. AA.VV., "In tram, Storia e miti dei trasporti pubblici milanesi". Electa. 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Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. A. Stucchi, Lombardia Ecclesiastica "Diocesi e Vicariati". 1851. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Naymiller, Carta Corografica. 1855. Ed. Vallardi. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Mappe del Catasto Lombardo-Veneto. 1850. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Brenna, Carta Geografica e Postale. 1859. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Prospetto delle Tramvie a tutto marzo 1881 nel Comune di Milano. 1881. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Pianta di Milano, "Guida Savallo". Edita dalla Casa Editrice Savallo. Ed. 1881. Emilio Bignami Sormani, tratta da: "Milano Tecnica dal 1859 al 1884". Ed. Hoepli. Milano, 1884. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Pianta della città di Milano, pubblicata per deliberazione della Giunta Municipale (9 Giugno 1876), IV Edizione. Ed. A. Vallardi, 1884 (in nove fogli). Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Carta applicativa a colori con progetto del Piano Regolatore di Cesare Beruto del 1884. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Istituto Geografico Militare, tavoletta in scala 1:25000. Istituto Geografico Militare. Firenze. Levata, 1888. Milano Presente e Avvenire. 1888. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Varianti del Piano Beruto su scale diverse pubblicate dal libraio Vallardi. 1888-97. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Rete Urbana a cavalli della "Società Anonima Omnibus". 1896. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Mappe del Cessato Catasto (1897-1901). Archivio di Stato di Milano. Via Senato 10. Nuova Mappa del Comune di Gorla e Precotto dell'Ufficio Tecnico Comunale, alla scala 1:2000. 1900 c.a. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Planimetria delle strade della città di Milano. 1901. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Piano Regolatore Generale, Ampliamento dell'Ufficio Tecnico Comunale, scala 1:5000, Foglio III (Greco, Gorla, Turro). 1903. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Pianta di Milano, "Guida Savallo". Edita dalla Casa Editrice Savallo. Ed. 1908. Ampliamento P.R.G., F. IV . 1910. Biblioteca Sormani, Milano. Piano di Angelo Pavia e Giovanni Masera, reso operativo nel 1912. 1909-1910. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Istituto Geografico Militare, tavoletta in scala 1:25000. Istituto Geografico Militare. Firenze. Levata, 1914. Istituto Geografico Giovanni de Agostini, annessa a: "Guida d'Italia" del Touring Club Italiano, Milano. 1914. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Piano Regolatore Generale, Ampliamento dell'Ufficio Tecnico Comunale, scala 1:5000, Foglio IV (Gorla, Turro), Foglio V, (Crescenzago). 1915. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Carta idrografica di Milano, Foglio III. 1920. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Istituto Geografico Militare, tavoletta in scala 1:25000. Istituto Geografico Militare. Firenze. Levata, 1924. Pianta generale di Milano, ed. Vallardi. 1927. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Aggiornamento della Pianta con i servizi tranviari, R.A.C.I. Sede provinciale di Milano, Servizi Tramviari Zona Centro. 1933. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Istituto Geografico Militare, tavoletta in scala 1:25000. Istituto Geografico Militare. Firenze. Levata, 1936. Opuscolo con indice toponomastico e indicazione delle linee tramviarie e automobilistiche. Scala 1:10000. Istituto Geografico Militare. Firenze, 1937. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Pianta annessa alla Pianta Generale di Milano, opuscolo di pp. 12 con elenco di vie, uffici, caserme, cascine, molini, alberghi, ecc., a cura dell'Istituto Geografico Militare. Firenze, 1937. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano.
Servizi ed impianti annonari. 1940. Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Istituto Geografico Militare, tavoletta scala 1:25000, Istituto Geografico Militare. Firenze. Levata, 1950. Carte Tecniche Regionali (C.T.R.), scala 1:10000. Levata, 1980-1981

L’Associazione “Gorla Domani” prosegue da anni le ricerche documentarie in Archivio di Stato sulla formazione del Borgo di Gorla il quale vanta una storia incredibile tessuta lungo le sponde del naviglio, in stretta simbiosi con i mestieri dell’acqua (trasporti, opifici idraulici) e la vocazione rurale del territorio disteso a coronamento esterno della cinta muraria milanese.
Lo documentano le mappe civiche a partire dall’Archivio Teresiano (1721-1760), dalle estensioni cartografiche del Cessato Catasto (1887), dalle nuove mappe dei Corpi Santi (1900-1904).
Insieme alle mappe “Gorla Domani” può contare, inoltre, su numerose stampe e vedute che svelano particolari illuminanti della vita del borgo. Questo è il risultato delle ricerche portate avanti con entusiasmo e tenace pazienza dai suoi soci; ricerche che hanno permesso di accumulare nel tempo un piccolo “tesoro” di documenti, immagini che sono alla base della documentazione storica dell’Archivio fotografico di “Gorla Domani”; un archivio fatto di istantanee di vita quotidiana, un archivio quasi “domestico”, ma non per questo meno importante.
Le mappe, le vedute, le foto storiche, le immagini iconografiche, i disegni, sono tratti da:
- Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli, Castello Sforzesco, Milano. Archivio di Stato di Milano, Via Senato 10.
- Archivio Storico Civico. Castello Sforzesco. Comune di Milano.
- Un’esauriente documentazione sulla formazione urbanistica del borgo è fornita dalle pagine delle “Guide Savallo” della Società Editrice "Fontana & C.", edite annualmente dalla "Società Editrice Savallo" di "Fontana & C.", via Caradosso 15, Milano.
- Ma è ai tantissimi amici di “Gorla Domani” che si deve l’ampia documentazione sulla cultura materiale del borgo. A loro va il nostro ringraziamento per aver messo a disposizione un archivio inedito per documenti e e immagini.
(*) Le immagini sono state digitalizzate e messe in rete. Le fotografie, non altrimenti specificate, provengono dall’Archivio Storico della Associazione “Gorla Domani”.
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CARTE E MAPPE
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DISEGNI STAMPE E DIPINTI
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DOCUMENTI
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Associazione Gorla Domani - Via Aristotele, 2 - 20128 MILANO - Tel. 349/5800781-
Via Tofane - Via Bertelli – Parco Martesana 
Naviglio Martesana
I traffici sul Martesana, realizzato fra il 1457 ed il 1463, si muovevano, prima dell’ingresso nella cinta daziaria milanese, lungo l’asta della Conca della Cassina de’ Pom e delle due darsene di Greco e Crescenzago. Gorla era racchiusa tra Greco e Crescenzago. Fra i nuovi mestieri praticati emergevano quelli delle lavanderie, delle officine meccaniche, delle fonderie, delle distillerie di liquori, delle tintorie e segherie. La loro attività era suggerita dalla dipendenza del borgo dalla grande città che esigeva nuovi spazi periferici e, soprattutto, dall’uso dell’acqua per gli impianti produttivi.
Arcate ferroviarie di Greco
Da un punto di vista urbanistico, a cavallo degli anni 1930’, Gorla risentì dei nuovi problemi causati dal tracciato delle vie ferrate ordinarie che sovrapassavano con massicci viadotti ad arcate il naviglio ed i borghi di Turro, Greco e Gorla. Via Tofane E’ questo uno dei tratti inconfondibili della Gorla rivierasca, insieme a Via Bertelli; la Gorla delle casere di formaggi, delle abitazioni dei mestieranti fra cui i fabbricanti di scope, i fiaccherai, i cocchieri.
Villa Batthjianji – Finzi
La villa si trovava in via Prospero Finzi 8 sulla strada comunale per Greco (oggi via S. Erlembardo 4). Nel 1793 veniva indicata come “Casa da nobile”; nel 1814 come “nuovo fabbricato” intestato al Conte Giuseppe Batthjianji (1827), figlio del fu Signor Conte Teodoro d’Ungheria, originario di Buda (Ungheria). La villa a forma di “T” aveva il lato più corto rivolto verso il Naviglio Martesana; al proprio interno era conservato qualche bel soffitto d'epoca.
I “Boschetti”
Questa località è passata alla storia come “I Boschetti”. Il Ristorante “Il Boschetto” vi aveva la propria sede, allietata dagli alberi dimorati sulle rive del naviglio. Qui convenivano avventori del ristorante, residenti e non per gustare i piaceri della tavola seduti all’ombra degli alberi.
Viale Monza
Alla costituzione nel 1861 del Regno d’Italia Gorla era un “paese ormai di poco meno di 1000 anime, attraversato dal Naviglio Martesana, e dal maestoso stradale Regio che da Milano fa capo alla villa sovrana di Monza”. Lo stradone, in realtà, finì per eclissare le trame urbanistiche della Gorla Rivierasca divisa a metà dal Ponte obliquo della stradone regio (viale Monza). Il
Ponte di Viale Monza
Nella stampa che ritrae il Ponte obliquo, abbellito da bugnati, s’intravvede, sullo sfondo, la torretta della Casa dei ciliegi di via Bertelli.
Viale Monza
A dividere urbanisticamente Gorla dal resto della città, oltre al naviglio, era il nuovo “Maestoso Stradale Regio”per Monza, un lungo rettifilo che sostituiva l'antica Strada Austriaca della "Postale Veneta". Fu un’innovazione urbanistica dettata dalle nuove esigenze di espansione della città verso nord che aveva, nel Rondò di Loreto, il punto d’inizio e nella Villa Arciducale di Monza Reale, il punto terminale. La "Strada Militare per Monza e Lecco", tracciata su progetto dell'ingegnere Donegani nel 1825, fu abbellita per la circostanza da quattro filari di platani che facevano da ornamento e pareti divisorie dello stradone centrale, riservato al movimento delle carrozze, e di due viali interni riservati ai pedoni.
Circolo di Unità famigliare (già Cooperativa sociale)
Fra tutte le iniziative sociali che ebbero vita a Gorla vanno menzionate sicuramente: il Circolo Martesana, la Canottieri Gorla-Martesana, il Circolo ricreativo di Unità famigliare (il futuro “Teatro Zelig”) di viae Monza 140.
Casa dei Ciliegi
Un grosso ciliegio all’interno del vecchio edificio conventuale dei Padri Minimi dava il nome alla Casa dei ciliegi, testimonianza della Gorla Rivierasca.
Villa Groppallo-Pertusati
Il Casino, ristrutturato recentemente, era la vecchia casa da nobile e edificio rurale dei Gropallo-Pertusati. Le case con giardini e orto assicuravano a Gorla il sostegno della ruralità. Fra queste la Cascina di Erba Marchese (via Finzi), l’abitazione di Felber Dr. Carlo (Piazza Comunale), l’abitazione di Morosini (via Tofane); la Casa Monastero con giardino, “giazzera”, orto ed osteria del Convento dei Padri Minimi (alzaia Ponte Vecchio), la Casa Gropallo-Pertusati (via Tofane), la casa di villeggiatura Mendel Lonati ed altri livellari (alzaia Ponte Vecchio). Si trattava di edifici in linea con gli assi viari ottocenteschi. Di queste abitazioni, ora quasi tutte demolite, sono rimasti solo gli accatastamenti del “Catasto Teresiano (1760), del “Nuovo Catastino” (1827) e del Catasto di Gorla (1855).
Ponte vecchio
Il Ponte vecchio di Gorla, ridenominato Ponte dei Piccoli Martiri, è una preziosa testimonianza di ponte a schiena d’asino, con sponde in ceppo. Costituiva l’unico punto di attraversamento del borgo di Gorla lungo la direttrice Precotto-Turro.
Municipio
Gorla, istituito in Comune autonomo fra il 1781 e il 1873, assunse nel 1920 la denominazione di “Gorla Primo” e come tale fu definitivamente incluso nel 1923 nell’orbita dell’amministrazione milanese dopo una breve esperienza di autonomia municipale con Turro Milanese e Precotto, dal 1873 al 1923. L’edificio, attualmente riconvertito in villa privata, era il cuore civico di Gorla Primo e come tale rimase fino al 14 Dicembre 1923 allorquando fu inglobato, insieme agli altri Comuni dei Corpi Santi, nel Comune di Milano. Al proprio interno si estende un discreto parco che s’affaccia sul naviglio.
Villa Singer
Accanto al vecchio municipio sorge la Villa Singer di Cesare Singer, una palazzina di quattro piani e diciassette vani costruita nel 1906 nelle adiacenze (oggi, via Pozzi 4) del vecchio municipio di via Bezzecca.
Piazza dei Piccoli Martiri
È la Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla. La presenza imponente del monumento, eretto ad opera dello scultore Remo Brioschi alla memoria dei 184 alunni e 14 maestri deceduti sotto i bombardamenti del 20 Ottobre 1944, ricorda la vecchia Scuola Elementare “Francesco Crispi” andata distrutta nel bombardamento.
“Cassine da Gorla”
Le “Cassine da Gorla”, citate negli “Statuti delle acque e delle strade del Contado di Milano” del 1346, non costituivano un “locho”, termine che era riservato solo ai luoghi agricoli di una certa importanza come il “locho da Grego” ed il “locho da Precogio con le cassine”, bensì semplici agglomerati rurali di cui rimangono tracce nei muri in mattoni che racchiudono la Santella di Via Asiago (ora ristorante). Un grosso di complesso di “Cassine” si estendeva alle sue spalle. Erano citate come “Cassine da Gorla” sulla “strata da Dergano, strata da Niguarda, strata da Monza, e strata da Vimarcate”… fuori di Porta Comasina “.
Società Canottieri Martesana
La Società Canottieri Martesana non aveva una vera e propria sede, ma disponeva di un accesso all’acqua a ridosso del Ponte vecchio. Il Ponte Vecchio era il punto di riferimento dei canoisti e di quanti si volevano cimentare nel grande tuffo dal ponte nelle basse acque del naviglio.
Torretta di Villa Angelica
La torretta di Villa Angelica sopravvive al tempo e all’abbandono. Faceva parte, un tempo, della Villa Angelica (andata distrutta). Da sempre rappresentava, insieme alla grande torretta cuspidata della villa un punto di riferimento importante di Gorla. Recentemente è stata ristrutturata da privati.
Rive “arborate” (oggi, orti urbani)
Le “rive arborate” (rive alberate) comparivano sulle carte del cessato catasto; per decenni rappresentarono delle mete di svaghi con giardini e orto assicurando a Gorla un volto rurale a ridosso della città. Oggi, gli orti urbani riprendono quella tradizione.
Cavo Taverna
Nei pressi della Cascina Quadri si staccava una bocca di alimentazione del Cavo Taverna. Nella camera di misurazione dell’acqua, con la scala di metratura in trabucchi, si immergevano nei giorni di calura i giovani gorlesi. La vasca venne soprannominata “Il Bagnin”.
Cascina Quadri (già torrefazione e Caffè Haus)
La “Fabbrica di Cioccolato Lombardi e Macchi” trasferì nel 1864 il reparto della cioccolata a Gorla, nella vecchia Cascina Quadri. La fabbrica deliziava, a memoria d’uomo, l’area con il profumo della sua torrefazione. L’edificio è stato ristrutturato recentemente.
Parco Martesana
Il Parco Martesana è stato istituito nel 1978: 20 ettari a cavallo del naviglio. L'area, destinata a verde pubblico (Piano Regolatore Generale del 1953), comprendeva le prime acquisizioni d'area da parte dell'Amministrazione Comunale negli anni '70 in contemporanea con la costruzione di 140 alloggi del quartiere I.A.C.P.M. di via Stamira d'Ancona (a completamento di un insediamento preesistente) e di altri 140 alloggi della Cooperativa di via Alghero. Al posto delle vecchie abitazioni rivierasche e dei campi sorgono ora le nuove residenze caratterizzate dalla serialità delle proprie strutture come i nuovi Quartieri di edilizia economica popolare di via Biumi (1953), di via Stamira d'Ancona (1951), il Quartiere I.A.C.P. "Martesana" (1978).
Teatro all’aperto
Il progetto, che prevedeva anche la realizzazione di una darsena e di un teatro all'aperto, decollò solo dopo i lavori di sgombero iniziati nel 1982, ma si fermò subito dopo con la messa a coltura di 1000 alberi, la semina del prato (1983) e la realizzazione dell’anfiteatro all'aperto. Ponte pedonale Il ponte pedonale, realizzato solo recentemente, permette di superare il naviglio e raggiungere il Parco Martesana.
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Informazioni, rielaborazioni, testi…tratti da:
- Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano 1857
- Nuova Mappa del Comune di Gorla e Precotto" (1900) dell'Ufficio Tecnico Comunale, alla scala 1:2000. Civiche Raccolte d’Arte Bertarelli. Milano. Castello Sforzesco.
- Supplemento a “Gorla Dentro”, Ottobre 1971, Periodico indipendente a cura del Gruppo d’opinione di Gorla.
- Città con suoj Borghi e Corpi Santi di Milano. 1781. Costituzione della Comunità dei Corpi Santi. Archivio di Stato di Milano.
- “Statuti delle Strade e delle Acque del Contado di Milano”, redatti nel 1346. Archivio di Stato di Milano.
- Otto Cima, Nel Centenario della Ditta Lombardi e Macchi, Milano, 1823 -1923, Tipografia Pizzi E Pizio.
PERCORSO N. 2
VILLA FINZI
Via S. Erlembardo - Via Prospero Finzi
Roggia Acqualunga
Una delle rogge più importanti del territorio di Gorla era quella dell’Acqualunga. In realtà l’Acqualunga non era una roggia, ma bensì un fontanile con tre “occhi” (o sorgenti): il primo a Precotto, all’altezza di Via Erodoto; il secondo a Gorla nel terreno dei Finzi; il terzo a Turro, non lontano dalla Cascina del Governo Provvisorio.
“Canale di Città” La Roggia Acqualunga veniva chiamata anche il “Canale di Città” perché tutte le sue acque venivano utilizzate in Milano. E’ pressochè certo che un suo ramo alimentasse anche le Terme Erculee, che si trovavano fra Corso Vittorio Emanuele e Corso Europa. Secondo alcuni la roggia percorreva in cunicolo tutto il Corso Vittorio Emanuele alimentando, all’altezza dei portici settentrionali, i due Battisteri di S. Stefano e San Giovanni alle Fonti. Verso la fine del XVIII secolo la roggia fu immessa nella Fossa interna dei navigli milanesi all’altezza di Palazzo Serbelloni, dopo aver percorso Corso Venezia a cielo aperto. Una descrizione dettagliata della Roggia Acqualunga “scavata affine di mantenere l’acqua necessaria allo spurgo dei canali sotterranei della città” è riportata in alcune note in uso nel XIV Secolo. Nei terreni dei Finzi, la roggia sottopassava con un sifone il Naviglio Martesana. Il Catasto del 1720 riporta con estrema precisione il percorso del fontanile che assunse un’importanza notevole quando nell'Ottocento formò un laghetto di acqua corrente a lato di Villa Finzi; il laghetto fu fatto costruire dal Conte Giuseppe Batthiany su progetto dell'architetto Gaetano Brey nel 1826. Villa Batthjianji – Finzi “Un’altra villa pure principesca era quella che tuttora sussiste quasi ancora nel primitivo stato e che è in proprietà della signora Finzi maritata al Com'n. Avvocato 0ttolenghi. Credo fosse stata costruita dal Principe Batiani esso pure austriaco e generale del reggimento degli Usseri, il quale splendidissimo com’era la improntò di uno stile moderno e di un lusso sterminato: giardino inglese: parco, grotte, laghetto, tempietto, caffè hauss, casino ungherese, serra, ogni delizia vi aveva introdotto”. La villa si trovava in via Prospero Finzi 8 sulla Strada Comunale per Greco (oggi via S. Erlembardo 4). Nel 1793 veniva indicata come “Casa da nobile”; nel 1814 come “nuovo fabbricato” intestato al Conte Giuseppe Batthjianji (1827), figlio del fu Signor Conte Teodoro d’Ungheria, originario di Buda (Ungheria). La villa a forma di “T” aveva il lato più corto rivolto verso il naviglio Martesana; all’interno era conservato qualche bel soffitto d'epoca. La famiglia Batthjianji La famiglia Batthjianji era originaria della città di Koszeg, al confine tra Austria e Ungheria. Nel palazzo, ora in rovina, i Batthjianji ospitarono nel 1698 il Principe Ràkoczi II e nel 1813 l'Imperatore Francesco d'Austria. Una testimonianza del favore che il Conte Giuseppe Batthiany godeva presso l'imperatore d'Austria fu il ricevimento organizzato in occasione del passaggio a Milano del Principe Ranieri d'Asburgo-Lorena, nominato Vicerè del Regno Lombardo-Veneto e della Principessa Elisabetta di Savoia Carignano dopo le nozze celebrate a Vienna il 28 maggio 1828. Antonio Giuseppe Batthyany, dopo averne acquisito tutta la proprietà con annessi terreni, le cambiò d’aspetto arricchendola con parco, laghetto e grotta. I Finzi Dopo la morte nel 1836 del Conte Batthyany i figli cedettero la villa a Prospero Finzi. I Finzi, succeduti nella proprietà con il Cavaliere Prospero Finzi, e i successivi eredi dal 1839 fino al 1919, le diedero il nome con il quale viene tuttora ricordata. Alla morte di Prospero Finzi nel 1876, l’unica erede Fanny Finzi Ottolenghi, figlia di Marco Finzi, ereditò la villa le cui pertinenze andavano ben oltre la villa e il parco inglobando nel 1850 più di 300 pertiche; nel 1860 le pertiche erano più di 400 cui furono aggiunte altre 200 pertiche, situate in Precotto, nel 1867. La superficie complessiva del parco risultava di mq. 72.000. Parco di Villa Finzi Prospero Pinzi così descrisse il parco della villa: “Un parco disposto a giardino all'inglese con viali serpeggianti tappeti e boschetti nel quale vi sono sparsi diversi fabbricati di delizia e di abitazione col necessario corredo di locali di servizio e di decorazione del giardino, che sono il palazzo, la casa del portinaio, il padiglione ottagono, la casa svizzera, la casa di Zurigo, il ponte cinese, il Tempietto dell'Innocenza, la serra inglese ed il Tempio della Notte cui si perviene per ampia grotta.” Laghetto “Vi ha inoltre in questo giardino un piccolo laghetto guadabile con schifi, e formato dalla testa di fontana del Fontanile Acqualunga le cui acque sorgive poi defluiscono per lunga tomba che estendesi fin sotto il Naviglio del Martesana. Il parco è recinto tutto intorno da siepi vive e vi si accede per ampie aperture munite di cancelli di legno e di ferro essendo propriamente l'ingresso quello dalla strada comunale di Gorla”. Il laghetto, progettato nel 1826 dall’architetto ingegnere Gaetano Brey, era di fatto un ampliamento del fontanile dell’Acqualunga che attraversava tutta l’area del parco. Dopo il 1919 Dopo il 1919, i Finzi, condivisero la proprietà con la “Società Anonima Parco Gorla" che destinò parte del parco all’esercizio di “giochi sportivi, spettacoli e divertimenti in genere”. Nel giugno del 1920 la “Società Anonima Parco Gorla" cambiò ragione sociale in “Società Anonima Rosa Film" e, in seguito, in “Società Anonima Sabaudo Film" che utilizzerà la proprietà fino al 1928. Nel 1934 il Parco di Villa Finzi o "Giardino di Villa Finzi" fu acquisito dal Comune di Milano. La ghiacciaia Le ghiacciaie erano piccole strutture “neviere” che venivano riempite d'inverno con ghiaccio frantumato o neve pressata e ricoperta di foglie secche. I manuali dell'800 davano indicazioni precise su come predisporre e utilizzare questi locali adibiti alla conservazione di cibi e bevande “per riempirla di ghiaccio si scelga un giorno freddo e asciutto; prima di riporvelo vi si deve mettere al fondo un denso strato di paglia lunga incrocicchiata in tutti i versi, e devesi pur rivestire di paglia tutto l'interno, in guisa che il ghiaccio posi sulle foglie e non tocchi le pietre“. Le neviere Tutte le famiglie più ricche possedevano una ghiacciaia financo i monaci che le utilizzavano per la conservazione dei prodotti caseari, e gli Ospedali. Solitamente i locali adibiti a neviere erano parzialmente interrati, circolari e ricoperti da un tetto. Era costume sul finire del XVIII secolo prestare molta attenzione a schemi Il tempio della notte Il Tempio della Notte “cui si perviene per ampia grotta” è, secondo gli stessi intendimenti dei fondatori, un percorso “celato”. Forse fu proprio questo il valore esoterico dell’anfratto. La descrizione della grotta che ne fa Prospero Finzi è puntuale e veritiera così come quella del laghetto che abbelliva il parco. L’impianto del Tempio della Notte richiamava l’idea compatta di una camera circolare composta “da tre cunicoli d'accesso e da rami tra loro comunicanti. Dai rami principali si dipartono tre corridoi secondari. I primi due rami conducono alla camera centrale del Tempo della Notte. La pianta circolare del Tempio della Notte presenta una struttura a doppia parete e doppia copertura a cupola comunicante con l'esterno attraverso un oculo sommitale da cui proviene la luce. Alla muratura perimetrale interna, in mattoni pieni e un tempo intonacata, sono addossate otto colonne di marmo con capitello di ordine corinzio. Tra le colonne si aprono tre nicchie adatte a recepire elementi di decoro.” Oggi Attualmente la villa è adibita a centro sociale, scuole e istituzioni pubbliche oltre che a parco. Nel parco sono conservate numerose specie di alberi di grandi dimensioni e di notevole pregio. Gruppi di pioppi, ippocastani, olmi, cedri del Libano, tassi, tigli e querce si alternano ad ampi spazi verdi a prato. Gli alberi originari del parco sono pochi, però, perché nel 1941 gli abitanti del quartiere di Gorla, infreddoliti per il rigido inverno, disboscarono quasi interamente l'area. - Città di Milano, Reliquie del passato, Una villa secentesca a Gorla. 1922). L'Associazione S.C.A.M. (Speleologia Cavità Artificiali Milano), che sta operando un censimento sulle cavità milanesi, ha segnalato nel 2005 l'importanza di questo monumento, unico nel suo genere, a Milano. - Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano 1857 - Mappe del Cessato Catasto (1897-1901). Archivio Storico Civico del Castello Sforzesco di Milano, Civiche Raccolte d’Arte Bertarelli. - Nuova Mappa del Comune di Gorla e Precotto" (1900) dell'Ufficio Tecnico Comunale, alla scala 1:2000. Civiche Raccolte d’Arte Bertarelli. Milano. Castello Sforzesco. - Supplemento a “Gorla Dentro”, Ottobre 1971, Periodico indipendente a cura del Gruppo d’opinione di Gorla. - Sac. Davide Sesia, Memorie stese dal parroco locale. Milano. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886. - Nuova Mappa del Comune di Gorla e Precotto" (1900) dell'Ufficio Tecnico Comunale, alla scala 1:2000. Civiche Raccolte d’Arte Bertarelli. Milano. Castello Sforzesco. - Marc'Antonio Dal Re, a cura di F. Bagatti Valsecchi, "Ville di delizia o siano palagi camperecci nello Stato di Milano", Milano, 1963. - AA.VV., Ville dei navigli lombardi, Ed. Sisar, Milano, 1967.
I templi dell’innocenza e della notte
Ma ciò che rende davvero particolare il parco delle Villa Batthyany sono i due templi della Notte e dell’Innocenza. Il primo recupera la struttura sotterranea di una vecchia ghiacciaia trasformandola in una montagnola con una grotta interna; il secondo, di gusto neoclassico, è, invece, una costruzione a pianta circolare con otto colonne in pietra.
compositivi vegetali che richiamavano i valori imitanti della natura; anche la villa del Conte Batthyany seguiva questo costume. L’ipotesi di una ghiacciaia come primo impiego della grotta artificiale non è, pur tuttavia, documentato in nessuna carta catastale.
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Informazioni, rielaborazioni, testi… tratti da.
“Liete mense e piacevoli sollazzi”
Gorla, borgo di “riviera” era situato a cavallo della linea che divideva idealmente la campagna dalla città; le acque del naviglio la percorrevano interamente dando refrigerio nei mesi estivi. Era inevitabile che qui convenissero i cittadini desiderosi di allegre scampagnate e di “gite fuori porta”.
Si andava lungo il naviglio per godere dei piaceri che poteva offrire una buona tavola e del fresco che le rive “arborate” procuravano agli assolati visitatori. Le carrozze percorrevano i lunghi viali cittadini fino all’incontro con il naviglio. “
Il Borgo delle ville
Prima di essere un quartiere periferico di Milano, Gorla era un piccolo borgo rurale. I campi coltivati erano frammezzati a qualche sporadico laboratorio di mestiere che attingeva dall’acqua la sua stessa ragione di sopravvivenza. Ma perché il fisco non gravasse su un terreno lasciato improduttivo occorreva che i proprietari s’industriassero personalmente curando i propri affari direttamente sul luogo, abitandovi. I terreni ideali per questo tipo d’insediamento erano proprio le fasce immediatamente a ridosso della cintura extraurbana, quelle stesse che erano servite da strade carrozzabili e, soprattutto, dai navigli.
Le Case da nobili
Fu così che a partire dal XIX secolo incominciarono ad insediarsi le “Case da nobili” con annessi parchi, giardini, orti, campi da moroni (gelsi), terreni avitati. Fu un insediamento gentile che non stravolgeva il borgo, ma lo avvolgeva con i suoi giardini e relative pertinenze. I proprietari si susseguivano l’uno dopo l’altro o per cessioni e vendite o per diritto ereditario; i notai annotavano diligentemente sui loro taccuini i numeri dei mappali e le contese che via via ne sorgevano. Molte volte le questioni si complicavano perché una proprietà, un volta divisa, non riusciva più a compattarsi e così più proprietari si trovavano a possedere più stralci di terreno, divisi alle volte in
modo illogico; la qualcosa risultava ancora più problematica se il campo in oggetto limitava l’accesso ad una risorgiva o al naviglio stesso.
Le sponde “arborate”
Gorla richiamava le persone per le sue sponde “arborate”, le sue ville, i “piacevoli sollazzi“ che combinavano i piaceri della tavola con lo scorcio pittoresco dei “Boschetti”; per tutto questo Gorla fu apostrofata “una piccola Parigi”, un “Bois de Bouologne” in miniatura. Lo stesso Arciduca Ferdinando d’Austria vi veniva spesso da Milano “con allegre brigate e vi si tratteneva qualche giorno, tal volta anche vi passava qualche notte, con gran suo piacere.” Il luogo prescelto erano i Boschetti, in sponda destra del Martesana. La località dei Boschetti, identificabile con il “Cantun Frecc”, prendeva il nome dalla Villa Boschetto che copriva lo stesso spazio occupato attualmente dal nuovo edificio ristrutturato di via Prospero Finzi 25. Era la Villa Felber in sponda destra del Martesana sulla piazza del Comune di Gorla.
Osterie trattorie
Gorla non era da meno in fatto di osterie e trattorie; si andava all'osteria per un calice di vino e qualche chiacchiera. Rinomate erano la trattoria "Lazzaroni" di via Dolomiti, la "Segale" di via Pontevecchio, la "Rotonda" di via Finzi, la trattoria di via Monte Gabriele, la "Zanfrini" di via Tofane dove, all’ombra di salici piangenti, si gustava la tanto declamata specialità "nervo di ginocchio di manzo” finemente tagliato, condito con cipolle crude, olio e sale, soprannominato il "caviale di Milano"; e poi il Circolo Famigliare di viale Monza 140 (voluto dai partigiani nel 1945).
Il Ristorante Il “Boschetto”
Un angolo di mondo ben noto ai milanesi era il Ristorante “Il Boschetto”; qui convenivano le allegre brigate in odore di evasione dalla città, accomunati dalla passione per il ballo. Il Boschetto era una sala da ballo di tutto rispetto con una propria orchestrina formata da veri professionisti. Spesso i residenti sostavano con i gomiti appoggiati sul parapetto del naviglio ad ascoltare le note musicali che provenivano dall’orchestrina lungo l’alzaia.
Villa Resta
La Villa Resta confinava con la Villa Batthjianji-Finzi e apparteneva al Marchese Olevano Patrizio Pavese che poi la cedette in dote a sua figlia per il matrimonio con il Conte Resta. “Una terza bellissima villa era in quello che si chiama ora Boschetto, che però si estendeva, sempre rasente il Naviglio, anche dove c’è ora la strada Regia e il caffè della Rotonda e tutto l’Albergo degli Angeli con annessi e connessi, sicché
andava a confinare colla cinta della suddetta villa Batthjianji.” Purtroppo decisioni superiori portarono alla sua demolizione. A nulla valse l’azione che il Conte Resta oppose al Governo Austriaco che intendeva espropriarla e demolirla per aprire la Strada Regia per Monza.
Il “Cantun Frecc”
Alcuni documenti di natura catastale, redatti intorno al 1855, testimoniano dei cambiamenti avvenuti nel caseggiato come lavori di ampliamento dei quali, in molti casi, si è persa la traccia. Fra questi, la costruzione sul lato di levante di una piccola casa in fuga all'attuale viale Monza (sicuramente in seguito demolita per far posto ai palazzi che oggi si trovano in quella zona) e, sempre a levante, di un portico in tre campi le cui arcate furono inglobate in un corpo di fabbrica a due piani fuori terra. Nel 1875 la ditta Mazzucchelli Maria maritata Brambilla vi impiantò una cardatura di cascami di seta. Sul lato occidentale del complesso alla cardatura di cascami seguirono altri opifici e attività commerciali: tra essi il Salumificio Peck, un'agenzia di autonoleggio e una lavanderia (Lavanderia Pirovano). Nel 1879 l’opificio venne smantellato e convertito in casa civile con giardino; nel 1892 fu venduto e adibito a caserma dei R.R. Carabinieri; l’altra parte rimase come giardino. Qui nel 1913 il Brambilla acquistò un terreno limitrofo e vi costruì un edificio che adibì a casa con botteghe e ristorante (Ristorante Bologna); il ristorante rimase in attività fino al 1927 mentre la caserma andò totalmente distrutta nell’incursione aerea del 20.10.44.
Casa Padronale “Felber”. Villa Gropallo Pertusati Mendel
Una delle case padronali più vecchie, al centro del piccolo borgo di Gorla, era quella del Signor Felber. Nel 1721 il proprietario, Sig. Felber Carlo indicato come “dottor fiscale” (funzionario per le tasse) aveva, come si usava allora, vaste proprietà di terra adiacenti alla casa padronale, per un totale di 143 pertiche di terra fertile da arare con filari di uva e 23 gelsi, nello spazio attualmente compreso tra il confine a monte del naviglio e il parco del monastero con vialetto di entrata; quest’ultimo dava sulla via per Turro (via Ponte Vecchio) e su diversi altri giardini che fronteggiavano la piazza; verso nord, sulla via per Crescenzago (via Asiago); nell’angolo a sud est della proprietà una grande ortaglia di circa mq. 2600 s’affacciava direttamente sul naviglio.
Villa Cottini
La Villa Cottini si trovava in Alzaia Gorla Superiore (oggi Via Bertelli 4/6) ed è quanto risulta dal catasto teresiano (1721); nel XVIII secolo era una dipendenza del Monastero dei Padri Minimi di S. Francesco da Paola che avevano anche una casa in alzaia (Via Dolomiti) oltre a dei terreni retrostanti sulla via per Turro. Nel 1869 il
Cottini acquisì i terreni e il Monastero che i Padri Minimi avevano messo in vendita frazionandolo fra diversi proprietari dal 1785. Nel 1843 la proprietà passò al Mendel e nel 1865 a Mendel Edoardo; Cottini Lorenzo la rileverà nel 1871 insieme ai terreni della proprietà Finzi e del Monastero dei Padri Minimi per poi passarla, nel 1873, in eredità a Cottini Pietro, Angiola e Abigaille. Sullo stipite del portone della Casa dei Ciliegi uno stemma con le iniziali “G. P.” riporta alle iniziali di Gropallo Pertusati anche se per la verità i Gropallo Pertusati non l’abitarono mai.
Villa “Angelica”
La Villa Angelica, propriamente detta, fu costruita nel 1884 a fianco della Villa Duprais; la villa, intestata a Vidonne Angelica maritata Duprais (Dupré) divenne subito il punto focale dell’area al centro del nucleo storico di Gorla tra il naviglio, il ponte vecchio, la strada per Crescenzago e gli orti e giardini delle case e cascine disposti verso est. La torretta con cuspide in ferro dominava l’ingresso nel tratto propriamente urbano del naviglio. La torretta era decorata internamente con affreschi di figure di danzatrici e segnava il punto terminale di un grande parco che comprendeva, oltre alla villa, anche l'altro complesso del Monastero delle Clarisse (edificato su progetto di Giovanni Muzio nel 1955).
L’architettura esotica della villa
L’architettura esotica della villa, con le sue ricercate decorazioni in pietra, tetto spiovente a pagoda, curiosi pinnacoli sul culmine del tetto e, soprattutto, con la sua torretta a loggia colonnata sormontata da un terrazzino in struttura metallica, ispirò per anni la fantasia dei Gorlesi. Si trattava certamente di una costruzione fantasiosa ispirata liberamente al gusto eclettico dell’epoca e dedicata alla moglie Angelica da parte del proprietario. La villa, che affiancava in sponda destra il naviglio, aveva anche una piccola darsena con imbarcadero in muratura usato dai canottieri della Società Canottieri Martesana. La torretta principale della villa, ultimo residuo del fabbricato, venne abbattuta nel 1968; rimane pur tuttavia un residuo di fabbricato nella torretta-gazebo del parco, in sponda destra del naviglio.
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Informazioni, rielaborazioni, testi…tratti da:
- “Statuti delle Strade e delle Acque del Contado di Milano”, redatti nel 1346. Archivio di Stato di Milano.
- Cesare Cantù, Grande Illustrazione del Lombardo Veneto. Milano 1857
- Sac. Davide Sesia, Memorie stese dal parroco locale. Milano. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886.
- Nuova Mappa del Comune di Gorla e Precotto" (1900) dell'Ufficio Tecnico Comunale, alla scala 1:2000. Civiche Raccolte d’Arte Bertarelli. Milano. Castello Sforzesco.
- Supplemento a “Gorla Dentro”, Ottobre 1971, Periodico indipendente a cura del Gruppo d’opinione di Gorla.
- Città con suoj Borghi e Corpi Santi di Milano. 1781. Costituzione della Comunità dei Corpi Santi. Archivio di Stato di Milano.
- Carlo Perogalli, Cascine del Territorio di Milano, EPT Milano, 1975.
- Marc'Antonio Dal Re, a cura di F. Bagatti Valsecchi, "Ville di delizia o siano palagi camperecci nello Stato di Milano", Milano, 1963.
- AA.VV., Ville dei navigli lombardi, Ed. Sisar, Milano, 1967.
- G. Savallo, Guida di Milano e Provincia (1935), Agenzia di via S. Pietro all'Orto 8, Milano, 1935.
- AA.VV., Turro in "Città di Milano", Bollettino Municipale Mensile, edito dal Comune di Milano, Gennaio, 1917.
- G. Romussi, Le case operaie in Milano, Sonzogno, Milano, 1881.
- Mappe del Cessato Catasto (1897-1901). Archivio Storico Civico del Castello Sforzesco di Milano, Civiche Raccolte d’Arte Bertarelli.
- Nuova Mappa del Comune di Gorla e Precotto dell'Ufficio Tecnico Comunale, alla scala 1:2000. 1900 c.a. Archivio Storico Civico del Castello Sforzesco di Milano, Civiche Raccolte d'Arte Bertarelli.
Nel 1630
Nei secoli scorsi Gorla contava su alcuni presidi religiosi fra cui il Convento dei Padri Minimi di S. Francesco di Paola; il convento corrispondeva all’area occupata attualmente dalla Casa dei Ciliegi (Via Bertelli).
Correva l’anno 1630 quando le autorità ecclesiastiche, preoccupate per la sicurezza dei fedeli costretti ad attraversare il Naviglio Martesana “non essendoci ponte fermo et comodo” per recarsi alla Parrocchiale di Turro, incominciarono ad utilizzare, per le funzioni religiose, l’Oratorio di San Bartolomeo. Fu Bartolomeo Banfi a chiedere di poter erigere un oratorio più prossimo alle esigenze dei fedeli.
“Non essendoci ponte fermo et comodo"
Il Borgo di Gorla non aveva parrocchia, ma contava su molte proprietà religiose, fra cui quella del Monastero di S. Caterina delle Orfane o della Stella, e quelle del Convento dei Padri Minimi di S. Francesco di Paola. Nel 1630 le autorità ecclesiastiche avviarono un progetto, approvato da Federico Borromeo, di costruzione di un oratorio: l’Oratorio di San Bartolomeo. Si arrivò poi, il 16 settembre 1895, ad approntare la costruzione di una nuova chiesetta/oratorio “da completarsi entro due anni”.” Nel 1900, benché non consacrata, la Chiesetta di via Aristotele fu visitata dal Cardinale A. C. Ferrari.
Chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù
La chiesetta era, però, un po’ troppo piccola per le esigenze dei “Terrazzani” di Gorla. Fu così che, poco alla volta, si giunse alla realizzazione della Circoscrizione Parrocchiale e, in seconda battuta, alla costruzione della nuova Parrocchia. Nell’aprile del 1922, l’Ingegnere Fausto stese il progetto della nuova Casa Parrocchiale che fu poi affidato, per l’esecuzione, ai Fratelli Seregni di Greco Milanese. I lavori furono fatti in economia con l’assistenza dell’Ingegnere Strada e
del Geometra Colombo. Il 29 novembre 1925 Mons. Giovanni Rossi poneva la prima pietra del nuovo tempio che fu poi dedicato a Santa Teresa del Bambin Gesù.
Monastero delle Clarisse
Alla Chiesetta di via Aristotele e alla Parrocchia di Gorla s’affiancò ben presto il Monastero delle Clarisse della Regola di Santa Chiara, voluto grandemente dall’Ordine Francescano e, in particolar modo, dal Cardinale Ildefonso Schuster come atto d’isolamento nella preghiera “con modestia e senza ostentazione, ma in fraternità di spirito con gli uomini”. La struttura, progettata dall’architetto Giovanni Muzio (1893 - 1982) e articolata in tre corpi distinti, accoglie oggi una trentina di Suore Clarisse di una piccola comunità di clausura. La chiesa fu affiancata nel 2003 dalla Residenza per anziani “San Francesco”.
Monastero
Due ampie sacrestie, uno studio, l’abitazione del sacerdote, accompagnano il complesso conventuale che si avvale, nel seminterrato, di due laboratori interni e, al piano terreno, del refettorio con cucina, dispensa, lavanderia, parlatoio. Ai piani superiori sono collocate altre sale per i laboratori, le celle, l'infermeria. La cappella è arricchita da nicchie con sculture lignee poste ai lati del coro. Il tetto è sostenuto da arconi ogivali come nelle migliori tradizioni quattrocentesche. Hanno collaborato alla decorazione della Cappella i pittori Baruzzi, Longaretti, gli scultori Asco, Baragli, Paganini.
Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla
Il 20 Ottobre 1944 i bambini della Scuola Elementare “Francesco Crispi”, colti di sorpresa sulla rampa delle scale da una bomba sganciata dai bombardieri alleati, furono orrendamente straziati mentre cercavano di scendere nei rifugi. Quell’episodio scrisse delle pagine tragiche che ancora oggi feriscono il borgo intero colpito nella sua intimità più esposta ed innocente. Furono sette giorni di una lunga, interminabile, Via Crucis recitata accanto ai corpi straziati delle vittime innocenti, scanditi dai singhiozzi e dal silenzio rispettoso di un borgo, incredulo e sconsolato. Monumento ai Piccoli Martiri di Gorla Il sacrificio di 184 alunni e 14 maestri venne ricordato da un monumento eretto presso il Ponte Vecchio di Gorla. Il monumento, opera dello scultore Remo Brioschi, venne inaugurato inaugurato Il 20 ottobre 1947. In quell’occasione la piazza fu ribattezzata: Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla. Il monumento è un blocco marmoreo sormontato da due pilastri; ai piedi dei pilastri, la statua bronzea di una madre dolente esibisce il figlio morto fra le proprie braccia e una scritta a caratteri cubitali “Ecco la Guerra”. Sul pilastro di sinistra, in rilievo, un aereo sormonta la scuola mentre, su quello di destra, lo stesso aereo, allontanandosi, lascia sotto di sé il carico
di distruzione. Sul retro del monumento, una cripta accoglie i resti dei piccoli alunni e delle loro insegnanti. L’abside della cripta è interamente occupata da un mosaico con il volto di Cristo; sotto il mosaico un bimbo, vittima sacrificale. Verso di lui sembrano andare le mamme piangenti; in alto troneggia la scritta: ”Vi avevo detto di amarvi come fratelli”.
Il Piccolo Campiello di Gorla
Il Monastero delle Clarisse, il Monumento ai Piccoli Martiri, la Piazza, il Ponte Vecchio, l’alzaia, compongono una piccola “architettura del silenzio”, una sorta di piccolo “Campiello” ispirato alla meditazione. A questa piazza “Gorla Domani” si rivolge per ridare dignità e senso a uno spazio fisico della memoria e della riflessione nel nome del ricordo delle vittime innocenti della guerra.
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Informazioni, rielaborazioni, testi tratti da …
- “Paese Parrocchia e chiesa di Turro Milanese, Pieve di Bruzzano, Memorie stese dal Parroco Locale e pubblicate nella Faustissima Benedizione e Inaugurazione della Nuova Chiesa Parrocchiale”, Milano, Tipografia della casa editrice “Osservatore Cattolico”, 1886.
- Sac. Don Davide Sesia, Chronicon di Turro, vol I 1882-1944.
- La vita della Chiesa nelle trascrizioni del “Liber Cronicus”. Volume n. 1, 1919-1943; volume n. 2, 1944-1965
- Sac. Davide Sesia, Memorie stese dal parroco locale. Milano. Tipografia della Casa Editrice “Osservatore Cattolico”, Milano, 1886.
- Nuova Mappa del Comune di Gorla e Precotto" (1900) dell'Ufficio Tecnico Comunale, alla scala 1:2000. Civiche Raccolte d’Arte Bertarelli. Milano. Castello Sforzesco.
- Supplemento a “Gorla Dentro”, Ottobre 1971, Periodico indipendente a cura del Gruppo d’opinione di Gorla.
- “Statuti delle Strade e delle Acque del Contado di Milano”, redatti nel 1346. Archivio di Stato di Milano.
- Achille Rastelli: Bombe sulla città, Edizione Mursia, Milano 2004.
- La vita della Chiesa nelle trascrizioni del “Liber Cronicus”. Volume n. 1, 1919-1943; Volume n. 2, 1944-1965
- AA.VV., Turro in "Città di Milano", Bollettino Municipale Mensile, edito dal Comune di Milano, Gennaio, 1917.
- Camillo Gamba, Monastero delle Clarisse, in "Città di Milano", Bollettino Municipale Mensile, edito dal Comune di Milano. Gennaio, 1917.

